Michelle Rodriguez da Avatar a Sanremo

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È già buio quando la macchina nera accosta davanti all’ingresso di servizio dell’Ariston. A pochi metri, all’entrata principale del famoso teatro di Sanremo, ci sono luci, grida, e folla...

È già buio quando la macchina nera accosta davanti all’ingresso di servizio dell’Ariston.

A pochi metri, all’entrata principale del famoso teatro di Sanremo, ci sono luci, grida, e folla che preme alle transenne sotto la pioggia. Ma qui, in quest’angolo buio, ombrelli scuri si stringono in silenzio attorno agli sportelli che si aprono e tre figure vestite di nero sgusciano veloci giù dalla macchina.

Una di loro è l’attrice Michelle Rodriguez, minuta, lunghi capelli corvini, sotto l’ombrello i suoi occhi dardeggiano luminosi, corrono tutto attorno, occhi vividi, avidi di creatura notturna.  Schiude le labbra, in un sorriso di denti bianchissimi.

Se non fosse per quegli occhi e per quel sorriso scomparirebbe nel buio tra le due figure che la stringono: un omone alto e scuro, la guardia del corpo e l’altro piccolo, tarchiato il suo assistente,  scurissimo anche nel cipiglio del viso, che si fa largo tra gli ombrelli, fino al gruppetto della redazione che aspetta Michelle sulla soglia. È intenzionato a proteggerla da tutto e da tutti: questuanti, importuni e assurde richieste  del Festival.

Per la sua assistita lui esige subito silenzio ed un camerino libero.

I redattori invece chiedono un poco di tempo, di attenzione, il regista vorrebbe mostrare a Michelle il palco a  sorpresa che hanno in serbo per lei stasera.

Niente da fare. Non ora. Dice l’uomo tarchiato, ma Michelle sguscia tra loro, si fa avanti sulla soglia. Lei invece vuole vederlo il palco, e la sorpresa che le hanno preparato, il suo sorriso ora, nella penombra del corridoio, risplende ammiccante, scanzonato, un sorriso da Tom Sawyer su un viso da diva. Sembra una duellante che chiede che le venga mostrato il terreno dove affronterà il suo avversario.

Si alzano i tendaggi e lei entra in sala.

Sotto le luci dei riflettori, Michelle, la clandestina della notte, si rivela: indossa anfibi neri, pantaloni neri attillati, con una catenina dorata a cingerle la coscia. Infila le mani nelle tasche. E avanza con un passo maschile, molleggiato, le sue gambe agili, nervose si muovono come a voler divorare il palco, si guarda attorno e ride: “Ehi ma questo è fantastico” grida,  indicando le macchine e gli strabilianti apparecchi che ricordano il set di Avatar di cui Michelle è una delle attrici.

Il regista del Festival, piccolo e minuto tra tante macchine, ed i suoi aiutanti, escono dalle quinte e scendono ad accoglierla, con l’orgoglio dipinto sul viso.

Di Michelle le biografie dicono che è stata arrestata per guida in stato di ebbrezza, che è stata cacciata da tante scuole, che ha soggiornato in prigione e ora a vederla aggirarsi da padrona sul palco, con la sua risata franca e gli occhi pieni di stupore, si capisce perché. Forse per un eccesso di vita.

“Ehi ma qui avete fatto davvero un bel lavoro”, ripete al regista che la guarda radioso. E ride. Una risata contagiosa.

Le mostrano il marchingegno, una sorta di grande ovulo spaziale che fuoriesce dallo sfondo, da cui farà il suo ingresso sul palco, e l’apparecchio, simile ad un lettino solare, dove si infilerà la presentatrice per trasformarsi nel suo avatar e Michelle ride e si batte la mano sulla coscia.

“Bravi ragazzi”

Sale e scende, il suo passo molleggiato si imprime sulla scalinata, sembra volare da un livello all’altro, vorrebbe toccare, curiosare, capire, mentre il regista la segue gongolante, felice che il suo giocattolo le sia piaciuto.

“Parlerà inglese o spagnolo?”

“Inglese” risponde perentorio il suo assistente perché è la lingua in cui meglio si esprime, visto che è nata negli Stati Uniti, ma  la presentatrice, le dicono, preferirebbe lo spagnolo (“Finalmente una lingua che quasi capisco”, dirà in trasmissione, forse stufa di tanto incomprensibile inglese).  E Michelle risponde che è uguale, che per lei va bene tutto.

È generosa Michelle. E disponibile. Molte delle sue colleghe latino-americane si rifiutano di parlare spagnolo in televisione, solo inglese per garantirsi porte aperte ad Hollywood. Il suo spagnolo è più debole, spesso le sfuggono frasi in inglese, ma se la presentatrice gradisce lo spagnolo, lei parlerà spagnolo.

 

E ora Basta, dice il suo assistente. È ora di andare a prepararsi. E allora via lungo i corridoi verso il camerino. Un redattore la insegue, per preparare le domande. Michelle Rodriguez percorre i corridoi ed i cunicoli del teatro con il suo passo  molleggiato, indifferente all’affanno che la circonda. Dalla sua figura minuta emana una straordinaria forza fisica. Ha muscoli ben scolpiti  e un azzardo nel corpo, nel passo. Per questo le danno ruoli da dura, nonostante il suo viso da bambina. C’è un pianoforte abbandonato contro la parete di un corridoio, Michelle soprappensiero lo scoperchia e si ferma a suonarlo con una mano.

Quando entra nel camerino, si abbandona su una sedia, accavalla le gambe da uomo, con un piede su un ginocchio, la schiena abbandonata sulla spalliera, ha modi spicci, veloci, afferra una bottiglietta di succo di frutta, la stappa, e beve avida, apre il vassoio dei pasticcini e divora le paste al cioccolato. Un’avidità di vita, una forza nel corpo che pulsa, mentre il suo viso si concentra sulle domande. Dicono che abbia rapporti con altre  donne. Dicono che in lei ci sia una vena di follia e di fuoco che le viene dalle terre di Santo Domingo e Porto Rico dove è vissuta, da bambina, con sua madre e le sorelle. Ma sul suo viso, mentre ascolta le domande dei giornalisti, c’è un grande candore, ed un’estrema franchezza. Di fare l’attrice è contenta, certo, ma ciò che davvero le preme è scrivere  sceneggiature.  Quello è sempre stato il  suo sogno; fare l’attrice, a partire dal suo esordio in Girlfight nei panni di una pugile, è stato solo un mezzo per raggiungerlo.

Racconta con entusiasmo di James Cameron, Jim fantastico Jim, una meraviglia d’uomo, un genio. Mangia le sue paste e spiega che ad un progetto di sceneggiatura lei sta già lavorando. La storia di quattro donne che evadono di prigione. Basta con le donne confinate in ruoli sexy, e solo quelli, basta con il machismo di Hollywood, ci sono tante  storie da raccontare. Le donne sono altro, molto altro. Guardate lei, a lei piace tutto ciò che è fisico, lei è un’attrice per film pieni di azione: le è piaciuto l’addestramento seguito per diventare pilota di elicotteri per il suo personaggio in Avatar. Peccato che non le abbiano mai permesso di atterrare o di sorvolare il mare. Anche questo piace alle donne: guidare gli elicotteri, cimentarsi in ogni genere di impresa, non solo fare le bambole. Sua madre le ha dato un’educazione rigida, ma suo padre le ha sempre detto “Impara dalla vita”

Nel camerino si racconta con i suoi modi spicci, quasi brutali e quel luminoso bianchissimo sorriso.

Durante le pause da dietro i vetri della porta chiusa arriva il rumore delle sue risate. Una risata forte, di gola.

 

Ma ora il Festival le ha riservato un abito poco adatto alla guida degli elicotteri. Un abito con grandi pieghe e lunghi spacchi di cui avrebbe fatto volentieri a meno. Ma cosa fosse Sanremo lei non lo sapeva bene. Non lo sapeva affatto.

Lei è una ragazza tosta, dura, ma non capricciosa e così, al momento stabilito, con quell’abito va in scena, fa il suo ingresso dall’ovulo spaziale.

E nella cuffia (da cui la traduciamo), quando si affaccia sulla porta dell’ovulo,  sentiamo la sua risata.

“Impara dalla vita” le ha detto suo padre e lei ride e scende gli scalini del palco con i tacchi altissimi e quel vestito sexy che le hanno infilato. Pieno di pieghe e di drappeggi. Un abito che le impedisce un passo spedito. Che va tenuto con le mani, più pericoloso di un atterraggio con l’elicottero. Ma tant’è: ci sono pericoli da cui una donna non può sfuggire.

Sul palco, per lei che è un attrice dell’azione, è previsto un alto sgabello bianco dove resterà seduta tutto il tempo. Perché a muoversi sul palco è solo la conduttrice.

 

Il suo assistente, l’uomo basso e tarchiato, non è qui a difenderla. E Michelle, che non  conosceva l’amore di Sanremo per le bambole, ora di fronte a tante luci, in quell’abito fastoso, ingombrante, si guarda attorno, ride e parla poco. Il palco deve sembrarle diverso adesso.

Dà risposte brevi, gentili, emozionate; i modi spicci, il piglio militaresco, sono rimasti dietro le quinte.

È solo un gioco che non può far male, deve essersi detta. O è la sua parte incantata, il suo Tom Sawyers che gode di ogni avventura. Ha il candore e l’allegria di una ragazina quando racconta che non è stato difficile lavorare con il green screen perché Jim (Cameron) le infilava gli occhialini tridimensionali e lei vedeva benissimo tutto.

Sorride alla domanda della conduttrice: perché Hollywood non le riserva i ruoli sexy e sensuali delle altre attrici latino-americane?

“Perché io mi diverto con altre cose” Risponde con una serenità ed una leggerezza, che nessun vestito le può levare.

In questo Festival  fabbrica di strani sogni, le chiedono: “C’è un film del passato o del futuro di cui vorrebbe essere protagonista? Il film dei suoi sogni? ”

Si schermisce: “Sono felice di quello che ho, di ciò che ho ottenuto da sola con il mio talento. Non desidero altro. Sono molto grata alla vita. La mia è una gratitudine infinita.”

La presentatrice la guarda stupita.

Niente sogni da confessare? Niente ambizioni? Contenta lei…

Bene, bene così, mille grazie e ora lo spettacolo continua.

 

Michelle è libera di andare, può tornare a muoversi, e abbandonare l’immobilità dello sgabello.

E lei, stordita sorridente si allontana, il suo passo non è quello sicuro, molleggiato delle prove.

Non vola da un piano all’altro. Traballa nel suo vestito sexy. Quasi inciampa quando le offrono il fatidico mazzo di fiori.

“Impara dalla vita” Diceva suo padre

Forse le ha insegnato anche che dei propri sogni, quelli veri, talvolta bisogna tacere. O forse, chissà,  glielo ha insegnato la vita.

Ma se il suo passo è incerto, nelle cuffie, mentre esce dal palco e dietro le quinte cogliamo  di nuovo la sua risata, la sua allegria selvaggia che d’un tratto copre ogni altro suono.

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