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Pistole e ramoracce

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Illustrazione di Agrin Amedì
Questo mio ricordo risale al tempo della seconda guerra mondiale quando Roma era stata appena occupata dalle forze armate tedesche. Allora avevo circa nove anni. Fu veramente un periodo duro in cui la sofferenza della fame era così forte da influenzare il mercato nero.

Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di Scrittura Creativa per gli anziani,
diretto da Enrico Valenzi presso il Municipio I di Roma.

 

 

Questo mio ricordo risale al tempo della seconda guerra mondiale quando Roma era stata appena occupata dalle forze armate tedesche. Allora avevo circa nove anni. Fu veramente un periodo duro in cui la sofferenza della fame era così forte da influenzare il mercato nero. Allora mio padre era titolare di una licenza di fruttivendolo, così andavamo assieme a mia madre a comprare la verdura dai pochi ortolani residenti nei dintorni della campagna romana.
Un giorno, tornando appunto dalla campagna, spingendo a mano un carrettino carico di sacchi di piante di ramoracce, ci fermammo presso una fontana con l’intenzione di rinfrescare un po’ la verdura, visto il caldo di quella giornata.
Avevo appena iniziato ad annaffiare le piante servendomi di una bottiglia di vetro, quando arrivò a bordo di una motocicletta un soldato tedesco che si fermò proprio accanto a noi. Il militare sceso dalla moto aprì lo sportello del sidecar e ne tirò fuori per le zampe una grossa gallina, già bella che spennata.
Mio padre, che aveva adocchiato le altre galline all’interno del sidecar, con un coraggio da leone e senza pensare minimamente a quello che sarebbe potuto accadere, ne prese una e la diede a mia madre dicendole sommessamente: “Vai, vai, corri via!”. Poi si girò verso di me invitandomi a fare presto con l’acqua. Per un attimo seguimmo con lo sguardo mia madre che, in preda a un’estrema agitazione, cercava di nascondere la gallina in un grosso fazzoletto che prima portava al collo, continuando a voltarsi indietro, pallida e impaurita.
Mentre cercavo di fare più in fretta possibile, con le mani che mi tremavano per la paura, la bottiglia mi cadde a terra frantumandosi in cento pezzi.
Proprio in quel preciso momento il soldato, uscito dall’osteria, diede prima un rapido sguardo alla sua moto poi, tirando fuori la pistola, si diresse verso di noi urlando parole che non capivamo.
Naturalmente, essendo colpevoli, pensammo che si riferisse alla gallina che mio padre gli aveva appena sottratto. Poi, però, visto che con la pistola indicava i vetri a terra, finalmente capimmo con sollievo che voleva che li raccogliessimo. Cosa che facemmo in tutta fretta e con la stessa sollecitudine andammo via.
Quando avevamo già percorso un chilometro di strada, sentimmo il rumore di una motocicletta provenire alle nostre spalle, ci girammo entrambi temendo che potesse essere il tedesco. E infatti, era proprio lui.
Allora mio padre, pensando che potesse accaderci qualcosa di brutto, incominciò a spingere con vigore il carrettino, Per lo stesso motivo mi ordinò di lasciarlo solo. Ma io non me la sentivo proprio. Mentre lui continuava a dirmi di andare via, il soldato, dopo averci appena sorpassato, fermò di colpo la moto sbarrandoci il passo. Io, impaurito, mi avvicinai subito a mio padre, il quale nell’atto di abbracciarmi lasciò andare il carrettino che si innalzò di colpo facendo scivolare tutti i sacchi di verdura in mezzo alla strada. Questa volta il tedesco non tirò fuori dal sidecar una gallina, ma un ferro appuntito col quale iniziò a bucherellare in più parti i sacchi di ramoracce. Poi si girò dalla nostra parte minacciando con ripetuti gesti della mano che avrebbe infilzato anche noi. Andò via urlando più volte: “Kaputt, Kaputt!”.
Ormai certi che non avremmo avuto più niente da temere, in pochissimo tempo rimettemmo i sacchi sul carrettino e ci avviammo per recuperare mia madre. La scorgemmo che faceva capolino dal portone di un palazzo. Non appena ci vide scoppiò in un pianto dirotto. Non avevo mai visto mia madre piangere. In quel pianto, che ancora oggi ripensandoci mi procura emozione, lessi tutti i brutti pensieri che in quella attesa le erano passati per la mente. Finalmente ora potevamo tornare tranquilli, non correvamo più nessun pericolo, le sorprese erano finite. Anzi no. Una sorpresa ce la fece mia madre. Ci disse che dopo aver assistito di nascosto alla scena in cui il soldato tedesco infilzava i sacchi di verdura aveva pensato che se il corpo del reato fosse sparito forse ci saremmo salvati. Quindi con un gesto liberatorio aveva buttato via la gallina. Io e mio padre, con lo stomaco che ci faceva male, volgemmo lo sguardo benevolo verso mia madre poi, tutti e tre, ci avviammo verso casa.

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