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Il cane del vicino è sempre più verde

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A vederlo chiudere il negozio avresti detto che era una sera come tante. I conti della cassa, le bestemmie per i soldi che non bastano a pagare i fornitori, le luci, le serrande, il lucchetto grande dell’ingresso. Alle otto e cinque parcheggiava la vecchia Mercedes nel vialetto di terra battuta davanti casa, alzando tutto attorno nuvole di polvere gialla.

A vederlo chiudere il negozio avresti detto che era una sera come tante. I conti della cassa, le bestemmie per i soldi che non bastano a pagare i fornitori, le luci, le serrande, il lucchetto grande dell’ingresso. Alle otto e cinque parcheggiava la vecchia Mercedes nel vialetto di terra battuta davanti casa, alzando tutto attorno nuvole di polvere gialla.
Il vialetto avrebbe dovuto lastricarlo da anni, gliene era sempre mancato il tempo, così, ogni sera, scendendo dall’auto, la terra gialla sporcava i suoi stivali di cuoio scuro. Il piccolo cane del vicino prese ad abbaiare forsennatamente non appena l’uomo chiuse lo sportello. Si lanciava digrignando i denti ridicoli contro la recinzione metallica che separava i due giardini, ringhiando e sbavando.
Zitto, stai zitto. Gridò, ma il cane continuò ancora più deciso.
Così l’uomo, che avrebbe anche potuto chiamarsi Alfio, fece due rapidi passi verso la recinzione mollandole un calcione. Il cagnetto schivò il colpo con un balzo e si appiattì al suolo, un secondo dopo riprese ad abbaiare mostrando i denti.
Fai stare zitto il tuo cane. Urlò Alfio verso villetta dai muri decorati. Fai stare zitto il tuo cazzo di cane.
Nessuno rispose. Le finestre erano illuminate, dal camino usciva un rivolo di fumo azzurrognolo, ma nessuno rispose.
L’uomo si allontanò senza più badare alla bestiola, l’erba secca del prato scricchiolava sotto sue le scarpe mentre si avvicinava alla porta di casa, l’impianto d’irrigazione si era guastato da tempo.
Se lo aveste visto da lontano infilare le chiavi nella serratura e farle giare, avreste pensato che aveva tutto quello che gli serviva. Un attività ricevuta in eredità dal padre, una vecchia macchina che passava più tempo in officina che in strada, una casa che avrebbe avuto bisogno di una buona mano di vernice e molto stucco, una moglie alla quale non aveva voluto donare un figlio.
Entrando in casa trovò Dora sul divano, se una volta era stata una bella donna non ci è dato saperlo, certo non lo era più. Alfio la osservò per un momento; diversi centimetri di ricrescita grigia disegnavano una ridicola riga nei capelli biondo sfibrato, la maglietta bianca lasciva intravedere le mammelle mollemente poggiate sulla pancia, in casa non portava mai il reggiseno.
La lasagna sta nel forno, disse lei senza distogliere lo sguardo dalla soap opera, dieci minuti ed è pronta.
Alfio odiava la sua trascuratezza, ma aveva smesso di chiederle di tenersi un po’ meglio, lei gli avrebbe risposto, “se mi ami davvero non fa differenza che io sia grassa o magra” e lui si sarebbe ritrovato a chiedersi se fosse possibile amare qualcosa che ti disgusta.
Si levò la giacca e la sistemò su una gruccia nell’armadio d’ingresso, poi tolse gli stivali e li mise sul ripiano, per un momento pensò di prendere lo straccio e pulirli dalla polvere, poi rinunciò, il giorno dopo uscendo si sarebbero sporcati nuovamente.
Posso mettere il telegiornale?, chiese alla moglie.
Alle otto e mezza, quando finisce tempesta d’amore.
Alle otto e mezza finisce anche il telegiornale, borbottò, ma lei non diede prova di averlo sentito.
Alfio si avvicinò al caminetto, prese il barattolo metallico che stava sotto il vecchio fucile da caccia del padre, lo aprì, vi sistemò dentro l’incasso, segnò alcune cifre su un foglietto con la matita, poi infilò tutto nel baratolo e lo richiuse. Lanciò un occhiata alla moglie imbambolata sul divano davanti alla tv, scosse lentamente la testa e salì in camera a cambiarsi.
Di sopra si spogliò, osservò il colletto della camicia alla luce della lampada e lo giudicò abbastanza pulito per un altro giorno, tolse i pantaloni piegandoli con cura ed indossò la tutta. Stava per scendere quando il cane del vicino riprese ad abbaiare.
Ora quella bestia schifosa abbaia anche alle auto che passano. Ringhiò.
Aprì la finestra e si affacciò, il cagnetto non abbaiava verso la strada, saltellava sulle zampette rinsecchite latrando come un ossesso verso la casa, verso di lui.
Zitto, gridò, fai stare zitto il tuo maledetto caneee.
Mi senti? richiama il tuo schifoso caneee.
Nulla, vide ombre muoversi dietro le tende di organza alle finestre; li immaginò ridere.
Chiuse la finestra con forza e scese le scale. La moglie stava servendo le lasagne.
Che hai da tanto urlare?
Il cane… quel cane… borbottò lui.
Lucky? Ma è tanto carino.
Ma lo senti? Abbaia in continuazione, non lo sopporto più.
Restarono in silenzio un momento, nulla.
Non ci fare caso, su siediti, è pronto.
La lasagna era un piccola isola squadrata circondata da un mare di olio arancione, il ragù sull’ultimo strato era coagulato in grumi rosso scuro, cosparso di puntini e scaglie bianche che avrebbero dovuto essere parmigiano.
L’ho presa al discount, spiegò Dora.
Alfio poggiò la forchetta di taglio sulla lasagna e spinse verso il basso. La pasta da prima resistette gommosa, facendo fuoriuscire tra gli strati fiotti di ragù e besciamella che colarono ad annegare nell’olio, poi cedette, uno strato alla volta. Lui l’infilò in bocca, era molto calda e quasi insapore, la mandò giù con una generosa dose di lambrusco.
Finito di cenare raccolse i piatti e li portò in cucina. Meccanicamente cominciò la lavarli, Dora aveva reincastrato le sue rubiconde forme sul divano lasciandosi portare via da una di quelle trasmissioni di bambini che cantano e ballano. Piangeva quasi sempre guardando quella roba e lui si sentiva in colpa.
Finito con i piatti recuperò il sacco dell’immondizia da sotto il lavandino, era ancora mezzo vuoto, ma aveva voglia di fumare.
Vado a buttare le spazzatura, disse, passando in salotto.
Lei gli rivolse uno sguardo severo e tornò alla televisione.
Con molta calma Alfio si chiuse la porta alle spalle, camminò fino ai cassonetti in fondo alla strada, gettò la busta semi vuota e tornò indietro. Cominciava a scaldare, la notte si stava bene fuori nonostante il venticello. L’uomo si sedette sul cofano della macchina, infilò la mano in tasca estraendo un sigarillo, lo mise in bocca e lo accese. Poi chiuse gli occhi ed aspirò una lunga boccata di fumo aromatico.
Fu in quel momento che Lucky decise di saltare fuori dal cespuglio nel quale stava inguattato, scagliandosi contro la recinzione, latrando e ringhiando.
Alfio preso alla sprovvista fece un salto lasciando cadere il sigaro di bocca e cominciò a tossire.
Bastardo… brutto bastardo!
Si chinò, raccolse due sassi e li lanciò contro la bestia. Il cane schivò i sassi che rotolarono sull’erba del prato e corse a nascondersi dietro la Porsche rosso fuoco del suo padrone.
Alfio fece un passo avanti con un grosso sasso in mano. Il cane continuava ad abbaiare rintanato dietro una ruota della macchina. Alfio alzò il sasso, colpire il cane era impossibile. Guardò l’auto lucida, i vetri pulitissimi riflettevano il cielo stellato, la mano con il sasso cominciò a tremare, Lucky abbaiava sempre più forte. Alfio caricò il braccio stringendo il sasso con forza per alcuni secondi, poi si girò verso la casa.
Fai stare zitta la tua bestiaccia! gridò.
Osservò le finestrone illuminate, non erano troppo distanti.
Richiama immediatamente la tua bestiaccia. Urlò con tutto il fiato che aveva, il cane si zittì per un momento. Gli sembrò di percepire un movimento dietro le tende. Attese. Nulla.
Strinse con forza la pietra, sul punto di tirare, poi abbassò il braccio, la lasciò cadere e si avviò verso casa, dietro di lui il cagnetto ricominciò ad abbaiare.
Se lo aveste visto coricato nel buio, ad ascoltare il respiro pesante della moglie, a rigirarsi da un fianco all’altro, senza trovare una posizione, vi sareste domandati di certo che cosa turbava quell’uomo di mezz’età. Forse i debiti che gli pesavano sullo sterno, forse la vita che scivolava via senza che lui potesse farci nulla. Forse tutte le occasioni perse, le decisioni sbagliate che sommandosi una ad una lo avevano condotto al fallimento che riteneva la sua esistenza.
In un ora imprecisata della notte chiuse finalmente gli occhi e cercò di rilassarsi concentrandosi sul suo respiro. Dentro. Fuori. Dentro. Fuori. Come gli aveva insegnato il padre da ragazzino. Quasi senza accorgersene cominciò a scivolare lungo il pendio mite del sonno, fu in quel momento, quando i pensieri cominciavano a confondersi con i sogni che, il piccolo, perfido cane del vicino, ricominciò ad abbaiare.
Alfio balzò nel letto rantolando, quasi soffocato dal suo stesso respiro. Si tirò a sedere imprecando. Che c’è? Che succede? Domandò la moglie.
Adesso basta, disse lui si alzò in piedi, indossò la vestaglia e le ciabatte ed uscì dalla stanza.
Se voi aveste visto vostro marito fuori dalla grazia di Dio scendere come un forsennato nel cuore della notte, se lo aveste chiamato senza ottenere risposta, se foste scese per chiedergli se era impazzito a svegliarla così ed aveste trovato la porta socchiusa ed il fucile mancante dalla rastrelliera vi sareste spaventate a morte. Se poi, accostate alle tende della sala, senza avere il coraggio di scostarle, aveste udito deflagrare due spari ravvicinati, seguiti da un irreale silenzio vi sareste immaginate le cose più orribili. Il piccolo cane ridotto a brandelli di carne e pelo e sangue sparsi sulle siepi di petunie e sul prato verde del vicino. Se poi, stringendo le tende fino quasi a strapparle aveste sentito, dopo un tempo così lungo da sembrare eterno, il cagnetto guaire spaventato ma incolume e nessun altro suono, la vostra immaginazione vi avrebbe disegnato l’immagine di vostro marito sdraiato a terra con le mani mozzate ed il ventre squarciato dall’esplosione del vecchio malconcio fucile. O forse, avreste pensato, avrà mancato il cane e, frustrato dall’ennesima sconfitta, avrà infilato il fucile in bocca e l’avrà usato contro di se. Grumi di cervello e capelli e sangue assieme a pezzi di cranio ora staranno colando sul lunotto della vecchia Mercedes.
Così, vostro marito rientrando, vi avrebbe trovato tremante, pallida come un cencio e con gli occhi lucidi aggrappata alle tende della sala.
Tutto a posto, le disse Alfio, lei lo osservò incredula chiudere la porta, riporre il fucile sulla rastrelliera, sedersi sulla bergere di cuoio ed accendere la tv.
Con uno sforzo Dora lasciò la tenda e si avvicinò incerta al marito.
Tutto a posto, ripeté lui rivolgendole un sorriso, non abbaia più.
Dora lo osservò infilare la mano in tasca, tirare fuori un piccolo sigaro ed accenderlo.
Apri un poco la finestra per favore, le chiese gentilmente, così non s’impuzza la casa.
Lei obbedì senza dire nulla, poi lentamente si diresse in cucina per bagnarsi il volto.
Se fai del caffè, gridò lui, ne gradirei un poco.
Ancora stordita Dora prese la caffettiera, la preparò e la mise sul fuoco. Fuori, da qualche parte, sentì delle grida ovattate, la voce di un uomo disperata esclamare: la mia Porsche…omioddio che ha fatto alla mia Porche, ed cagnetto abbaiare sommessamente alle grida del padrone. Non ci badò.
Pochi minuti dopo portava in sala due tazze di caffè fumanti. Ne porse una al marito e poi si sedette sul divano accanto a lui, guardandolo. L’uomo soffiò fuori uno sbuffo di fumo con gli occhi semi chiusi, alzò la tazzina avvicinandola alle labbra, bevve lentamente il caffè e posò la tazza.
Grazie, disse poggiano la mano su quella della moglie, è molto buono.

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