Bruno Mazzoni è considerato il più importante traduttore dal romeno in italiano. Professore di Lingua e letteratura romena all’Università di Pisa, attualmente Preside della Facoltà di Lingue e Letterature straniere e Presidente dell’Associazione Italiana di Romenistica (AIR), nel corso della sua carriera ha fornito contributi significativi per la storia della linguistica romena e romanza della seconda metà del XIX secolo, nonché interpretazioni originali sull’opera dei maggiori poeti romeni del Novecento insieme con la prima edizione‚ critica’ degli epitaffi del Cimitero di Sapanta. Si è altresì dedicato alla traduzione di autori come Ana Blandiana, Max Blecher, Herta Mueller, Mircea Cartarescu (Travesti, Nostalgia, Abbacinante, Perché amiamo le donne, Quando hai bisogno d’amore). In Romania, due prestigiose università gli hanno conferito il titolo di Dottor Honoris Causa. Tra i vari riconoscimenti in Italia, ha ricevuto il Premio nazionale per la traduzione dal Ministero per i Beni Culturali.
Professore Bruno Mazzoni, Lei ha tradotto dal romeno tanti scrittori classici, Max Blecher, le poesie di Ana Blandiana e si è dedicato molto al grande scrittore contemporaneo fantareale Mircea Cartarescu. Perché ha scelto lui?
Ho trovato opportuno portare Cartarescu in Italia per un pubblico più ampio, perché la letteratura romena era molto poco conosciuta qui. Lo scelsi più di 10 anni fa con l’idea che fosse uno scrittore e saggista di taglia europea, giovane e brillante, che aveva al suo arco più frecce, con un vantaggio che io sottolinerei rispetto ad altri scrittori: anche sotto il regime di Ceausescu, lui avrebbe scritto sempre allo stesso modo, il che è un elemento di forza nella sua creazione. Le sue opere non sono mai di natura contingente. Si respira una letteratura di alto livello, non una congiunturale, lui non strizza l’occhio al voyeurismo dell’Occidente, curioso di vedere, dal buco di una serratura, come si viveva sotto il comunismo. Cartarescu è apparentemente sì un autore postmoderno, ma in realtà è un neo-romantico. Nella sua scrittura io ritrovo la grande letteratura del ‘900, dei classici, da Thomas Mann a Franz Kafka, ma soprattutto di tanti scrittori sud-americani, come Ernesto Sabato.
Cartarescu è considerato uno scrittore della statura del Nobel Mario Vargas Llosa, che conosce una lingua moderna ricchissima, piena di neologismi e di termini di religione, filosofia, arte, cultura, tecnica e medicina. Questi elementi richiedono più impegno, ricerca, tempo e cultura nell’atto traduttivo?
Sicuramente sì. Mi è toccato studiare un po’ di neuroscienze, per poter descrivere le sinapsi e le più complesse strutture interne del cervello, e ho dovuto comprare un ponderoso dizionario di botanica perché le descrizioni che egli fa delle piante (come ad es. quelle carnivore) e dei fiori sono di una ricchezza tale che trovare i corrispondenti giusti è impresa ardua.
Cartarescu è un visionario che scrive in uno stile barocco. Per esempio, nella trilogia “Abbacinante” / “Orbitor” va dalla realtà all’allucinazione al sogno. Quali sono le difficoltà nella traduzione di un testo che potremmo definire fantareale?
Sicuramente questa è l’opera più complessa e più difficile di Cartarescu. Le caratteristiche sopra enunciate sono una costante in tutta la sua creazione, per la quale non a caso l’autore ha una bellissima metafora. La realtà e la fantasia sono due realtà parallele, eppure inscindibili, come la doppia striscia di Moebius. Una striscia che ruota su se stessa, cammina senza discontinuità. Le due facce si sovrappongono. Allo stesso modo i vari livelli di realtà, i mondi paralleli, sono un tutt’uno.
Quest’anno Mircea Cartarescu ha vinto il premio letterario 2012 in Germania, ma anche in Italia è stato premiato. Pensa che il merito sia anche del traduttore?
Per certi versi sì. Il premio di Berlino prevede esplicitamente un compenso significativo per l’autore ma uno anche per il traduttore. La grande letteratura deve passare attraverso le abilità di un traduttore, e certamente è possibile dire che gli autori ‘minori’ passano più difficilmente. Intendo dire che per i grandi autori, anche se la traduzione non è sempre alla stessa altezza dell’originale, la forza della struttura e il nucleo ideatico che caratterizzano l’opera fanno comunque sì che la grandezza dell’autore in una certa misura rimanga e sia percepita. Il punto più dolente è lo stile, l’idioletto, che non può prescindere dalle specifiche abilità del traduttore.
Perché in Italia le case editrici più grandi non sembrano interessate a promuovere un autore come Cartarescu e come si potrebbero promuovere, a suo avviso, altri scrittori romeni?
Fortunatamente, da alcuni anni c’è un’iniziativa meritoriamente voluta dall’Istituto Culturale Romeno di Bucarest, un programma di finanziamento alle traduzioni in paesi esteri di opere letterarie e di saggistica. Al Salone del Libro di Torino, che quest’anno ha avuto come ospiti la Spagna e la Romania, quest’ultima si è presentata con ben 23 libri di autori romeni usciti in Italia nell’ultimo anno, che è un successo lampante dell’esecizio del ‘Translation Program’ dell’ICR sotto la guida di Horia Roman Patapievici. C’è anche da dire che alcuni autori vengono tradotti anche indipendentemente da tale finanziamento.
Come viene scelta la traduzione di un libro?
È un’operazione un po’ complessa, si tratta si selezionare all’interno di una x letteratura autori che abbiano un valore letterario oggettivo, specifico, apprezzabile e che possano essere accolti nell’ambito editoriale italiano con la speranza di penetrare nel mercato librario, e di arrivare all’attenzione dei lettori e dei critici letterari. Per letterature poco frequentate, gli editori si fidano di consulenti editoriali, che possono essere dei critici di mestiere o gli stessi traduttori. Si acquistano i diritti d’autore, si stipula un contratto e l’editore, in funzione del proprio piano editoriale, decide le scadenze d’uscita di determinati volumi. Le grandi case editrici possono far uscire un libro anche dopo 3 anni, anche se chiedono magari la consegna della traduzione entro12 mesi.
Dove inizia e dove finisce il lavoro di un traduttore?
Naturalmente bisogna essere in sintonia con l’opera che si vuole tradurre, per tentare di ricostituire un idioletto tale, nella lingua di arrivo, da non affievolire troppo la voce originale dell’autore e le ‘voci’ dei vari personaggi che entrano in gioco nella polifonia di un’opera letteraria. Il lavoro deve partire da una lettura integrale del testo, per poter giungere a una traduzione che sia una prima approssimazione all’originale, dopo averne inteso i livelli di registro, l’eventuale presenza di tratti di gergo o di dialetto, le citazioni d’autore e le possibili intertestualità più o meno nascoste. Alla prima traduzione è molto utile far seguire un periodo di stasi, per ritornare al testo dopo una settimana o un mese, per rileggere il lavoro e procedere quindi a una revisione complessiva che dia uniformità stilistica al tutto. Bisogna curare il fatto che se a pagina 25 una parola l’ho tradotta in un certo modo, 50 pagine dopo devo usare lo stesso termine già scelto prima. Bisogna altresì porre attenzione a ciò che differenzia la lingua di partenza dalla lingua d’arrivo: l’italiano, ad esempio, ha una ricca messe di dialetti – con le diverse connotazioni sociolinguistiche, basti pensare all’uso del napoletano negli spot televisivi, prevalente in ambito gastronomico -, mentre il romeno ha sì ‘sottodialetti’, ma non presenta una pari frammentazione vernacolare. Non è dunque opportuno rendere, poniamo, l’oralità del romeno ‘popolare’ di una contadina che vende ortaggi a Bucur Obor con una variante ‘dialettale’ romanesca dell’omologa venditrice del mercato di piazza Vittorio.
