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Tintoretto alle Scuderie del Quirinale

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"Colore di Tiziano, disegno di Michelangelo". Questo è il conciso quanto lungimirante precetto dell’arte di Jacopo Robusti (1519-1594), al secolo Tintoretto, maestro veneto che viene consacrato nella mostra monografica...

“Colore di Tiziano, disegno di Michelangelo”. Questo è il conciso quanto lungimirante precetto dell’arte di Jacopo Robusti (1519-1594), al secolo Tintoretto, maestro veneto che viene consacrato nella mostra monografica alle Scuderie del Quirinale dal 25 febbraio al 10 giugno.

A guidarci durante il percorso espositivo – che consta di 40 tele provenienti dai principali musei d’Europa – saranno i testi della scrittrice Melania Mazzucco, ispirata proprio al Tintoretto nel suo romanzo “La lunga attesa dell’angelo” (2002).

Da un’infanzia trascorsa a lavorare con il padre come tintore di panni (di qui l’appellativo “Tintoretto”) Jacopo Robusti giunge ben presto alla bottega del Tiziano dove acquisirà la tecnica per la miscelatura del “colore veneziano” . In un periodo in cui l’arte figurativa veneziana viene a stravolgere i sui dettami tradizionali, il Tintoretto afferma i propri segni distintivi, quali la guizzante velocità dei tratti, l’innovativo e dinamico senso della prospettiva e le fredde tonalità vibranti dei colori. Sia nella ritrattistica, sia nei teleri religiosi che nelle opere a tema mitologico e profano, l’artista conserva la sua inconfondibile abilità nel dosare chiaro e scuro e dà vita a “enormi palcoscenici su cui raggruppare figure tormentate, sinuose – racconta la Mazzucco – con un uso nuovo della luce”.

Lo vediamo subito nella monumentale tela che apre la mostra, “Miracolo dello schiavo” (1548), in cui San Marco, piombando dal cielo avvolto da un fulgore accecante, libera dalle catene uno schiavo moribondo, attorniato da un’orda di malati e di aguzzini. L’ uso del colore scuro sul fondale solcato poi da repentini balenii di luce, rappresenta per il Tintoretto un significativo mezzo di espressione in grado di narrare la miseria umana. L’assetto delle opere è tutt’altro che composto e simmetrico e vede il personaggio principale spesso situato in un punto al di fuori  della raffigurazione. Con le composizioni a sfondo religioso come “Adorazione del Vitello d’oro” e del “Giudizio Universale” (1562-65), il pittore veneto raggiunge una strepitosa grandiosità scenica, un perfetto dinamismo corale, una poetica immediatezza narrativa, il tutto condito da una profonda inquietudine spirituale, dovuta anche per le riforme religiose apportate in quegli anni. Prendono forma, con tali presupposti, i capolavori della Scuola Grande di San Rocco nella quale il Tintoretto si distingue per la sua potenza visionaria e la sua solerzia lavorativa. Ne “Il ritrovamento del corpo di San Marco” (1562-1566) , scardinando tutte le rigide norme del Rinascimento,
esegue il punto di fuga in fondo a sinistra, punto in cui protende la mano di San Marco. Lo scenario sembra roteare vorticosamente inglobando anche lo spettatore che viene sospinto verso la cavità sepolcrale.

Il percorso – simile ad un suggestivo romanzo fatto di immagini –  termina con  “L’ultima cena” (1592-1594) , opera che segna il congedo del Tintoretto con la pittura e con la vita. I colori sono ormai quasi del tutto svaniti lasciando spazio ad un mero spettacolo di luci e ombre. Il tremolio della luce della lampada e delle aureole dei personaggi seduti a tavola (qui disposta trasversalmente e non orizzontalmente come di convenzione) conferiscono all’avvenimento connotati ultraterreni.

Svincolato dal filone accademico degli altri maestri dell’epoca (presenti con alcune tele in mostra) come Tiziano, Veronese, El Greco e  il Parmigianino, il Tintoretto – con le sue pennellate concitate, con la smaterializzazione della luce e con la mistione di realismo e fantasmagoria – conia il suo esclusivo vocabolario artistico fungendo da apripista alle tendenze dell’arte moderna.

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