Bene, un altro spagnolo vince il Tour de France. Uno spagnolo il cui direttore di squadra, Bjarne Riis, ha confessato di aver fatto uso di Epo per vincere il Tour del 1996… Qualcosa non torna. Ma soltanto noi abbiamo i campioni del ciclismo dopati? Eppure la famosa inchiesta giudiziaria sul doping, ribattezzata “Operacion Puerto”, partiva proprio dalla Spagna. Valverde e Contador sono corridori chiacchierati. Ci sono tanti “si dice”, “forse” su di loro. Eppure niente. Sarà un caso, ma ormai la Spagna sta vincendo in tutte le discipline sportive. E Nadal, avete visto che braccia che c’ha? Ma la mia è pura malignità. Forse sto soltanto rosicando perché il migliore italiano in classifica della Grand Boucle è Vincenzo Nibali, ventesimo a quasi trenta minuti dal vincitore Carlos Sastre. Credo proprio che rimarrà un sogno tornare a vedere un corridore italiano vincere il Tour. Forse lo vedranno i miei pronipoti (ma li avrò poi dei pronipoti? Io che il solo concetto di famiglia mi fa venire l’orticaria)… Sono sicuro comunque che i miei pronipoti, con tutta la loro futura discendenza, non vedranno mai il comunismo in Italia… Che tristezza sentire questi bolsi epigoni del PCI. Diliberto che inneggia al ritorno all’ortodossia, al centralismo democratico… sempre la stessa storia (lo fece pure Togliatti dopo la sconfitta del ’48 ma lì almeno c’era un partito di massa… qui che c’è rimasto?)… e il congresso di Rifondazione? Mamma li turchi!… per dirla con Mina “parole, parole, parole”., quanti parolai dentro questa sinistra. Bertinotti, Vendola… no, vi prego basta, per pietà… non si uccidono così anche i cavalli? Chissà cosa direbbe oggi Luciano Bianciardi di tutto questo ambaradam. Da un po’ di giorni vado girando con un tascabile della Baldini & Castoldi, una biografia dello scrittore maremmano scritta quindici anni fa da Pino Corrias, dal titolo Vita agra di un anarchico. Luciano Bianciardi a Milano. L’ho trovata da Auchan, buttata insieme ad altri tascabili che non comprerò mai neanche se mi pagassero. È un libro splendido, caldo, vitale che narra la tristissima parabola umana ed artistica di Luciano Bianciardi nella Milano del boom economico. Un uomo morto a 49 anni, distrutto dall’alcol e dalla solitudine. E pensare che adesso escono raccolte antologiche dei suoi scritti, vengono organizzati convegni sulla sua figura. Bianciardi era uno scrittore, un intellettuale scomodo per questo paese. Aveva capito, prima degli altri, dove sarebbe andata a parare la crescita economica degli anni Sessanta. Aveva capito, prima degli altri, cos’era l’industria culturale del nostro paese. Aveva capito, prima degli altri, il destino della sinistra italiana (lui così insofferente verso “i preti rossi” del PCI). Industria culturale e partito comunista negli anni Sessanta a Milano. Una serie infinita di birignao, servilismi, ripicche. Bianciardi aveva lavorato alla Feltrinelli con Giangiacomo, il “giaguaro”. Ma il lavoro d’ufficio, anche se editoriale, non faceva per lui. Non poteva sopportare gli orari fissi, le lunghe discussioni senza senso su un libro da pubblicare, le ambizioni di carriera che già si intravedevano in quell’ambiente. Era un uomo libero Luciano Bianciardi, e gli uomini liberi fanno sempre una brutta fine. Pur di non andare a lavorare ogni mattina in ufficio si massacrava con le traduzioni dei libri di lingua inglese. Traduceva di tutto Bianciardi… dall’ultimo romanzo di Bellow ai libri di giardinaggio. E poi scriveva i suoi romanzi, tra i quali appunto La vita agra. Questo libro del ’62 ha pagine di sfrenata vitalità, pagine ancora ferocemente attuali:
“Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, traballamenti, in vista dell’evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all’attivismo vacuo.
Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.
Un simbolo sempre ritrovato nelle apparenze, e che la gente accetta senza discutere: altrimenti come spieghereste le fortune delle diete dimagranti, del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la donna arrivista, attivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante e negata quindi al coito verace?…
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l’incapacità, come dicono, di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram e le donne. Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna, perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo e in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie… Lo so finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l’unico bene riconosciuto e durevole; cesserebbe anche l’insorgere di bisogni artificiali, nessuno vorrebbe più comprarsi l’auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori, le droghe, e nemmeno giocare a biliardo, vedere la partita di calcio, discutere sul Gattopardo”…
Sto al mare, ad Ostia. Vicino la riva. Improvvisamente dietro di me su un lettino si sdraia una donna. Bikini celeste. Una lunga coda di capelli neri. Occhiali da sole, posa da stanca matrona romana che si deve trascinare dietro una figa da paura. All’improvviso un grido selvaggio le esce dalla bocca. VALE! VALE! È la figlia, Valentina, una bambina che sta giocando sulla riva. “Non ti devi allontanare troppo, devi sta’ vicino a mamma”… quanto m’attizzano queste mamme romane che si adagiano al sole e che non sanno un cazzo di Robert Musil, Ingeborg Bachmann, della Nouvelle Vague, del teatro di Beckett, Pinter e Ionesco… Queste mamme che leggono Chi, Visto, Novella 2000 e non gliene può fregare di meno della questione del nucleare in Italia… Il bagnino si mette a giocare con Valentina. Lei, la matrona, gli dice: “Oh, mi’ marito non ce gioca così tanto con lei come ce giochi tu”. MI’ MARITO. No, una donna non mi può dire “mi’ marito” così a bruciapelo. È troppo. Il mio attizzamento tocca vette inenarrabili. Una fica verace, ecco cos’è questa donna. Mi verrebbe di andare verso di lei e citarle ancora il Bianciardi de La vita agra:
“Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque possibilità di incastro realizzabili fra l’uomo e la donna, ed inventarne ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati, a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta, telegrafata, intramammillare, subascellare, praticare l’irrumazione, la fellazione, la podicazione, il cunnilingo e il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo della costa adriatica…”…
La donna prende per mano la bambina e saluta il bagnino… che ti sei persa signora mia.
Rimetto dentro lo zaino la biografia di Corrias e mi godo il sole al tramonto… Quando ritorno a casa prendo in mano il nuovo romanzo di Paolo Nori, Mi compro una gilera (Feltrinelli). Nori è uno scrittore che non lo so ancora se mi piace tanto. Ho già letto almeno sei romanzi di Nori. E ancora non ho capito bene. Comunque nella vita ci sono coincidenze inspiegabili e per questo splendide. Nori cita in un passo del libro proprio Bianciardi:
“Luciano Bianciardi lui ha scritto un libro, stranissimo, ne ha scritti anche degli altri che anche quelli da un certo punto di vista son strani, ma quello, proprio, stranissimo. Stranissimo per me, in questo caso, significa bello. Ma non è questo che voglio parlare.
Quello che è successo, che lui a un certo momento Luciano Bianciardi dalla Maremma natale a un bel momento si è trasferito è andato a stare a Milano e ha scritto a un suo amico una lettera.
Cosa credi, scriveva Bianciardi, che bastino tre mesi di Milano per distruggere trentadue anni di Maremma? Credi che io mi voglia proprio far mettere le mutande di latta da questi quattro coglioni? Perché i milanesi, scriveva Bianciardi, credimi, son coglioni come poca altra gente al mondo. La gente qui è allineata, coperta e bacchettata dal capitale nordico, e cammina sulla rotaia, inquadrata e rigida. E non se ne lamentano, pensa, anzi credono di essere contenti. Se tu domandi ad un grossetano, ad un ricco, mettiamo a Pioppino Bianciardi, come se la passa, cosa ti risponderà: Ah, porcamadonna, ‘un si campa, ‘un si va avanti e così via. Ma fai la stessa domanda a un ragioniere di Milano, cinquantamila mensili. Che ti dirà: Me la passo mica male. Questa è la socialdemocrazia, in parole povere, scriveva Bianciardi”…
Ecco chi era Luciano Bianciardi.
