Il sopracciglio di Ernest

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Hemingway aveva mangiato poco. Forse non è giusto dire poco, aveva mangiato a sufficienza, ma non si era abbuffato. Poi era rimasto a leggere un po’ di Turgenev finchè...

Hemingway aveva mangiato poco. Forse non è giusto dire poco, aveva mangiato a sufficienza, ma non si era abbuffato. Poi era rimasto a leggere un po’ di Turgenev finchè il sonno non l’aveva colto nel letto. L’impianto di riscaldamento era rotto dall’inizio di dicembre nell’appartamento di Roe Ferou. Hemingway ci si era ammalato in febbraio.
Ma adesso era marzo inoltrato e il freddo a Parigi non si sentiva più.
Alle cinque Hemingway si alzò. Si mise la vestaglia e andò in cucina. A letto rimase Pauline con i capelli che le cadevano un po’ fuori dal materasso. Hemingway preparò il caffè e accese la stufa. Poi mise su un padellino uova e prosciutto crudo.
Dopo aver spazzolato tutto, si versò altro caffè e si accese una sigaretta. Mise le mani sulla stufa e afferrò una castagna tagliata sul dorso e ben abbrustolita. La fece saltare un po’ tra le mani, mentre la cenere gli cadeva sulla vestaglia.
Mise tutte le castagne in un canovaccio e si accomodò in salotto. Il cielo aveva iniziato appena a rischiararsi e il vento aveva spazzato via tutte le nuvole. Dalle finestre si vedevano gli ippocastani del lungo Senna dondolare come ombre scure.
Hemingway si mise alla scrivania e si accomodò accanto alla macchina da scrivere le castagne cotte. Poi prese da un mucchio di fogli un foglio e di questo iniziò a leggere gli ultimi paragrafi alla luce da tavolo. Con la mano sinistra si pulì i bordi delle labbra che si muovevano masticando le castagne. Poi poggiò il foglio e si mise a battere a macchina, senza pensarci su tanto.
Al quarto paragrafo del secondo foglio scritto iniziò a venirgli da pisciare. Ma da tavolino non si alzò. Lui sapeva che se si fosse alzato su quella pagina non sarebbe più tornato e quindi soffriva in silenzio. Ogni tanto si sfregava la vescica.
Amava scrivere a quell’ora. Parigi ancora immobile e giusto l’uomo con il carro del latte nelle vie. Gli zoccoli dei muli che trascinavano le piccole cisterne gli conciliavano buoni pensieri.
Ma tenere la mano sulla vescica non servì molto. La fronte iniziò a diventare lucida e lui si dondolò avanti e indietro col busto.
– Oddio mio. Devo pisciare.
La stanza tutta intorno era bianca, con pochi quadri alle pareti e pochi libri. Hemingway in quell’anno avrebbe compiuto ventinove anni e lavorava a un romanzo ispirato a Tom Jones.
Rimase a tavolino e finì la terza cartella. L’accomodò dalla parte opposto a dove teneva le castagne. Poi mise il terzo foglio e iniziò a scrivere un dialogo.
– Devo proprio pisciare…
Ma i dialoghi venivano bene e quel libro era stato interrotto troppe volte. L’idea l’aveva chiara e il libro veniva giù, ma per un motivo o per un altro si era dovuto fermare almeno una dozzina di volte negli ultimi due mesi. Così quella mattina aveva iniziato il ventiduesimo capitolo e non voleva mollarlo.
Si mise con la schiena più distesa sulla poltrona. Sbucciò un’altra castagna e se la ficcò in bocca. Pensò che così avrebbe potuto stare. Ma niente. Se la sentiva sui reni. Doveva pisciare assolutamente.
– Almeno un altro paio di paragrafi.
Ma i pensieri cominciavano ad annebbiarsi. Mise la mano nella tasca della vestaglia e strinse la zampa di porco secca. Il suo portafortuna. Lo strinse forte e per un attimo smise di scrivere. Quando riprese tutto era uguale a prima. Allora tirò un lungo respiro.
Alle sei e un quarto si alzò da tavolino bestemmiando e corse in bagno. Tirò fuori l’uccello e iniziò a pisciare al buio. Quel vecchio bagno non aveva finestre sulle pareti. Ma lui sapeva a memoria dove fosse il buco della tazza. Il rimescolio del piscio con l’acqua della tazza lo mandò in estasi e più la vescica la sentiva vuota e più gli venivano idee sulla storia. Se le figurava in testa con tanta facilità, nemmeno fosse stata un film.
Finito allungò la mano e prese la carta igienica. Anche quella sapeva dove fosse. Si asciugò. Poi senza abbassare la testa prese la catenella davanti a sé e tirò. Dal soffitto si aprì il lucernario e venne giù in un soffio prendendolo con lo spigolo sull’occhio destro.
– Cazzo, Dio…sono cieco! Ho perso un occhio.
Pauline sentendolo strillare dal letto si affretto in bagno. Lo trovò a terra davanti la tazza, con le mani premute a forza sul sopracciglio. Dal lucernario aperto entrava l’aria della mattina.
– Henry fammi vedere che ti sei fatto. Non mi guardare così diavolo…voglio aiutarti.
Lei riuscì a togliergli le mani e vide lo squarcio. Il sopracciglio era aperto e il sangue usciva copioso bagnandogli tutta la guancia destra.
– Aspetta Henry, aspetta un attimo.
Lei prese della carta igienica e iniziò a tamponare con forza. Ma la ferita non si rimarginava.
– Henry dobbiamo andare all’ospedale. Sei ridotto male. Ti metteranno dei punti.
Hemingway la guardò con gli occhi vivi.
– E il lavoro? Stamattina filava bene per Dio. Ora cos’è questa fretta di voler andare in ospedale. Lascia stare e vedrai che si ferma il sangue. Io da qui non mi muovo.
– La prossima volta vedi di accendere la luce. La catenella dello sciacquone è più a sinistra signor so tutto io.
La ferita non si fermò e gettò sangue per un altro paio di minuti. Paulina lo alzò di peso e gli mise il cappotto sopra la vestaglia. Poi lo mise sul letto davanti alla finestra con un panno premuto sulla ferita.
– Henry vado a chiamare la signora Bouligne. Per un taxi o un passaggio in macchina. Il marito ha la macchina. Torno tra due minuti. Magari da lei riesco anche a chiamare l’ospedale americano.
Quando il sole uscì Hemingway vide i tetti di piombo luccicare in lontananza dal letto. Vide il giornalaio all’angolo aprire e un paio di macchine passare per la via. Vide il guardiano dei giardini di Lussemburgo avvicinarsi ai cancelli con le chiavi già in mano. Allora capì che quel lavoro non doveva essere mai finito.

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