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Quello che gli uomini non dicono

di

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Ma allora, cosa vuoi da una donna’ chiedo. Comincia a muover le dita, gli cala il labbro di sotto. Ha un’aria assolutamente delusa.

“‘Ma allora, cosa vuoi da una donna’ chiedo.
Comincia a muover le dita, gli cala il labbro di sotto. Ha un’aria assolutamente delusa. Quando alla fine riesce a tirar fuori una frase spezzata, lo fa con la convinzione che dietro le sue parole ci sia una schiacciante futilità. ‘Vorrei potermi arrendere a una donna’ sbotta. ‘Vorrei che mi portasse via da me medesimo. Ma per fare questo dovrebbe essere migliore di me; deve avere un cervello, e non soltanto una fica. Deve farmi credere che ho bisogno di lei, che non posso fare a meno della sua fedeltà. No, questo no… Ma deve farmi credere che ho bisogno di lei, che non posso vivere senza di lei. Trovami una fica così, vuoi? Se tu ci riesci io sono pronto a cederti il mio posto. Perché allora non m’importerebbe di quel che succede; non avrei più bisogno di un posto, o di amici, o di libri, o di nulla. Se soltanto riuscisse a farmi credere che sulla terra c’è qualcosa di più importante di me. Cristo, io odio me stesso! Ma anche di più odio queste fiche disgraziate – perché non ce n’è una a modo’”.

In Tropico del Cancro questo era uno dei passi che più mi aveva colpito. A parlare non è il narratore, non è Miller, ma un suo amico. Eppure intravedevo, forse ingenuamente, proprio un desiderio di Henry Miller. Per analogia avevo pensato la stessa cosa di me, cambiando organo riproduttivo, il risultato tornava tutto. La poetica erotica di Miller mi piaceva: greve, sincera, esagerata, tanto forte da risultare paradossalmente innocente.
È stata perciò una sorpresa scorgere un altro lato dello scrittore, un lato romantico. Alla fine sembra ci sia cascato pure lui. Si è scemunito. Lo confessa in Insomnia, ovvero il demone dell’Amore, scritto negli anni ’70 ed edito in italiano solo adesso da Castelvecchi (collana Le Navi, 13 euro).
Il titolo aveva tutti i presupposti per non essere comprato. Leggendo le prime pagine in libreria (tecnica che va sempre bene prima di un acquisto), invece ho iniziato a incuriosirmi. Si tratta di un amore senile, autobiografico, che Miller ha provato per una giovane giapponese, di professione cantante di night club. È la storia di un’ossessione. Tanto da lasciarlo insonne. Con una certa pruderie, andavo alla ricerca di passi nei quali magari lui faceva a lei di tutto. E invece niente. In realtà la ragazza non è mai in compagnia dell’autore, è inafferrabile e vive la sua vita libera e distante dall’universo di lui quasi claustrofobico. Ciò a cui si assiste nella narrazione è l’ossessione che leva il sonno:

“All’inizio fu un dito del piede rotto, poi un sopracciglio spaccato, e alla fine un cuore spezzato. Ma, come ho già detto da qualche parte, il cuore umano è indistruttibile. Tu immagini soltanto che sia spezzato. In realtà, è lo spirito che subisce il vero colpo. Ma anche lo spirito è forte e, se lo desideri, si può sempre riprendere.
Comunque, erano sempre più o meno le tre del mattino quando il dito del piede rotto mi svegliava. ‘L’ora delle streghe’ – perché era proprio a quell’ora che mi capitava di chiedermi con più insistenza che cosa mai lei stesse facendo. Lei apparteneva alla notte e alle ore piccolissime dell’alba. Non come l’uccellino del mattino che cattura il verme, ma come quello che con la sua canzone provoca devastazione e panico. L’uccellino che lascia cadere piccoli semi di dolore sul tuo cuscino.
Alle tre del mattino, quando sei innamorato senza speranza e sei troppo orgoglioso per telefonarle, in particolar modo quando sospetti che lei non sia a casa, ti può capitare di prendertela con te stesso e pungerti a morte, come lo scorpione. Oppure, di scriverle lettere che non imbucherai mai, oppure di camminare su e giù per la stanza, di bestemmiare e pregare, ubriacarti, oppure di far finta che ti ucciderai.
Dopo un certo periodo di tempo questa routine diventa noiosa. Se eri un individuo creativo – tienilo bene a mente, perché a questo punto sei solo una povera merda!- ti chiedi se non sia possibile fare qualcosa con la tua angoscia. E questo è esattamente ciò che è successo a me, un certo giorno verso le tre del mattino. All’improvviso ho deciso che avrei dipinto la mia angoscia. Solo ora, mentre scrivo queste parole, mi rendo conto di quanto io sia esibizionista”.

Ed è notevole notare come già nella prima pagina e mezza di incipit siano contenuti tutta la storia e tutto il percorso interiore descritti nelle successive poche, e intense, pagine. Queste si snodano con sinuose altalene tra l’ossessione per la giovane giapponesina e l’interesse per la lingua orientale. Con tentativi di scorgere la Weltanschauung di un mondo tanto lontano quanto esoticamente affascinante.

“Si dice che il giapponese sia una lingua piuttosto vaga. Ma la mente giapponese è molto brillante, molto acuta, molto rapida. Le basta sentire una cosa una sola volta per registrarla. Di certo, ci sono molte cose che devi fare attenzione a non dire mai. Anime tenere? Forse è più appropriato dire dalla pelle sottile. Non puoi mai essere sicuro se qualcuno si offende oppure no per quello che hai detto. ‘Ti ho offeso?’, ‘Sì, non mi hai offeso’. Gli occhi, che sono spesso scuri e impenetrabili, parlano più delle parole. Ogni tanto tutto il viso si illumina, ma non gli occhi. Un pochino terrificante, e che diamine!” oppure “Ogni tanto mi sembrava di aver trovato un filo conduttore. Per esempio: Asahi significa ‘giornale del mattino’. Asa Mara ‘erezione mattutina’. Akagai può significare ‘mollusco grasso’ oppure ‘fica grassa’, come preferite. Ma Aishite’ru (Ti amo) – attenzione! È preferibile recitare tutte le Preghiere del Signore piuttosto che dire ‘Ti amo’ prima del tempo. È sempre consigliabile sorridere, comunque. Specialmente se vi hanno appena ferito, insultato o umiliato. La pugnalata arriva dopo, quando meno uno se l’aspetta. Solo così si infila tra le costole facilmente, come una mano tra le pieghe del kimono”.

E poi si arriva al dunque, perché il dunque reale è, non tanto l’amore e la sua devastazione, ma la reazione che ha creato, quella del dipingere l’ossessione, non solo a parole. E infatti, alla fine del racconto, si apre una lunga descrizione degli acquarelli realizzati durante le notti di insonnia (e riprodotti nel libro insieme ad alcune foto in bianco e nero, tra le quali molto bella quella con la donna giapponese sfocata in primo piano): la vera sorpresa del libro è proprio questa sorta di trattato surreale-metafisico-ipnotico sul significato interiore della pittura come parte espressiva ancestrale legata a un universo addirittura prenatale. Un po’ il fatto dà sollievo: prima di tutto perché Insomnia è un vademecum per gli ossessionati cronici da amori impossibili e insegna a usare la propria ossessione. E poi perché è un percorso intelligentissimo e lucido di un uomo che con le donne c’ha avuto parecchio a che fare, e che in qualche modo fa finta di rincitrullire con lo scopo di mostrare narcisisticamente le proprie opere, che tanto disprezza o quantomeno non elogia particolarmente e chiama “abbozzi di nulla” ma che diventano il fulcro reale della narrazione, e dunque la parte più importante per lui. E infine, se si vuole credere che a settantacinque anni suonati Miller si sia dato all’amore romantico, è pur sempre per una mediocre cantante di night, non certo per una donna dal gran cervello. Dunque, mi devo ricredere rispetto all’intuizione iniziale e arrendermi alle stesse parole di Miller, quando (sempre nel Tropico del Cancro) dice: “E anche se è molto bello sapere che la donna ha un cervello, la letteratura che emana dalla carogna di una puttana è l’ultima cosa che conviene servire a letto. Germaine era nel giusto: era ignorante e lussuriosa, metteva nel lavoro il cuore e l’anima. Era puttana dalla testa ai piedi, e questa era la sua virtù”. Tutto sommato non è di cervelli che si va a caccia ma di chi riesce a stimolare il proprio.
Se poi qualcuno è patito di interpretazione grafologica, troverà nel libro le trentatre pagine del manoscritto originale di Miller. Curioso come da poche cartelle possa venir fuori una pubblicazione ben allestita.

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