Il teatro… nel tempo

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Sono un’abbonata e credo che lo resterò a lungo, se Dio vuole, anche quando la maschera tenendomi per un braccio mi accompagnerà al mio posto in poltrona

Sono un’abbonata e credo che lo resterò a lungo, se Dio vuole, anche quando la maschera tenendomi per un braccio mi accompagnerà al mio posto in poltrona, sempre quello, ma che dimenticherò ogni volta; e avrò i capelli azzurrini vaporosi di messimpiega, l’unica cosa fresca nei cui effluvi affogheranno quelli di naftalina della mia pelliccetta quando finalmente avrò piegato il collo rapita dal primo sonno per lasciare libera la visuale a quello seduto dietro, poco dopo l’inizio del primo atto. Avrò l’età media del pubblico medio italiano a teatro e non aggiungo di non temere smentite; a quell’età lì si diventa più condiscendenti, su tutto. A me basta di avere ancora un’amica che mi dia di gomito se comincerò a russare forte e che mi racconti cosa sta succedendo sulla scena per raccapezzarmi meglio nei momenti di veglia. Giuro che ci sarà ancora Umberto Orsini, all’apparenza più giovane di me, alle prese coi suoi testi di Pinter, quello dei due protagonisti che, nel ricordare la giovinezza e i loro incontri clandestini, tornano ripetutamente con la memoria ad un paio di mutandine al punto da far sbuffare la mia vicina di poltrona, compunte le spalle sotto un fazzolettino che sembra più un tovagliolo : “Si fissau cu sti mutandine!” E ci sarà ancora lui, conscio della platea, a raccomandarci di star tranquilli, di non farci prendere dal panico se il testo è un po’ particolare, – e’ piaciuto così tanto!-, si tratta di Molly Sweeney di Brian Friel e son sicura che alla fine non si lamenterà nessuno, perché addirittura si potrà dormire in santa pace con tanto di autorizzazione, per la prima mezz’ora buio completo, ti danno anche le mascherine, bisogna calarsi nel mondo di Molly, cieca dalla nascita, sentire come lei e perfino commuoversi perché non è detto che chi vive agevolmente nel proprio mondo sia contento di entrare, e per la prima volta a quarant’anni, nell’universo dei normodotati. Molly Sweeney, dopo l’operazione che le ridarà la vista, morirà in un ospedale psichiatrico.
E ci sarà Gabriele Lavia, le sue regie riuscite: l’Avaro e l’intramontabile Shakespeare in Misura per misura e ci sarà Anna Maria Guarnieri, il viso ancor giovane a dispetto degli anni e Franca Valeri: talento intatto sulla voce malferma; e ci sarò ancora io senza il nuovo modello di cellulare però, anche se a regalarmelo sarà stato un nipote. Avrò troppa paura di farmi beccare tra il pubblico al buio con le mani tremanti dentro la borsetta o inutilmente sui tasti e la lucetta inopportuna mentre la gente mi grida: “Vergogna! Vai fuori!”, e la solita maschera che, stavolta con aria di rimprovero, viene a strattonarmi per strapparmelo di dosso.
Allora ci saranno culi a volontà sulla scena ma la gente apprezzerà il testo, un signor testo passato da Euripide a Pirandello e poi a Vincenzo Pirrotta allievo di Mimmo Cuticchio: ‘U Ciclopu. Perché i culi saranno come sono sempre stati, e anche quelli dei satiri, e i satiri e Polifemo, e le società primitive le abbiam studiate tutti, anche quelli che oggi fanno gli schizzinosi e si lamentano, si scandalizzano ed escono prima perché non riescono a tenerlo fermo il loro culo, lì dove li aiuterebbe a star più comodi: sulla sedia per scoprire un testo nuovo e antico con le contaminazioni e anche con l’opera dei pupi e le lamentazioni.
Sarà diverso allora o sempre uguale, e fa piacere, se Paola Gassman e Ugo Pagliai son sempre bravi e si voglion bene, lui le bacia la mano durante gli applausi, come un omaggio a una bella signora, ed è sua moglie, chissà da quanto tempo è sua moglie, senza gossip, senza sceneggiate e sceneggiati in tv, “…quelli di ora, perché una voooolta…!, -sto dicendo alla mia vicina vegliarda quanto me. -E chi non lo ricorda nella Baronessa di Carini! Allora era giovane, ma anche ora è un bell’uomo, almeno per quelle della nostra età!”, e ridiamo a dentiera spiegata. Resterà impresso come allora Ugo Pagliai, nella mente: smarrito, in pigiama, i capelli scomposti alla fine della commedia, alla fine dei sette piani lungo i quali scende inesorabilmente per come ha voluto Buzzati, per come ha voluto il regista Paolo Valerio che ha inteso il messaggio di Buzzati e lo ha trasposto in un’opera riuscitissima: Sette piani , appunto. Il sunto è presto detto: l’avvocato tal dei tali si ricovera per una banale operazione in una clinica dove al settimo piano vengono curati i malati che hanno bisogno di brevi cure e poi via via giù, fino a quegli scuri del primo piano che una volta chiusi… Malasanità? Imbroglio? Cancro? Anche questi termini propri del nostro modo razionale di vedere le cose sono destinati a sfumare, a perdere di senso. E’ il surreale (qui a Omero diremmo che è il fantareale) che s’impossessa della nostra vita proprio quando crediamo di controllarla, di controllare il nostro tempo, il tempo in fondo sospeso tra due eternità e destinato, anche nel breve intervallo che ci è dato, a sfumarsi, a perdere di senso. L’avvocato era uno furbo, capace di farsi valere, di anteporre il lei-non-sa-chi-sono-io in qualunque occasione… pubblica, perché invece a casa con l’anziana madre… era un bamboccione incapace di gestire il suo tempo… il tempo… di dichiarare il proprio amore ad una donna che ha conosciuto, di dedicarle del tempo e chiudere, a cinquant’anni, il tempo di ragazzo, far le valigie e andare da lei; ha bisogno di tempo, il tempo di dirlo a sua madre, ed intanto si ricovera e quel tempo non arriverà mai, neanche il tempo delle dichiarazioni d’amore perché la comunicazione viene sempre interrotta. E’ il Buzzati de I sette messaggeri, il Buzzati de Il deserto dei tartari il Buzzati dei disegni, dei dipinti riprodotti insistentemente a dar allegria, poeticità alla scena. E c’è una cura meticolosa nel far combaciare le parti della commedia: quella più fedele al racconto con l’altra liberamente ispirata eppur riuscitissimo prologo all’originale; ci sono le musiche, le canzoncine sussurrate da Pagliai e i colori, quelli di ogni piano della clinica e c’è il cinema: l’uomo conosce la donna ad un cineforum, sulla scena un pezzo di Hiroshima mon amour, e il gioco dei tendaggi nei passaggi di scena, e la giusta dose di comicità, di ironia a smorzare l’angoscia, la pena.
“Eh signora mia! Meglio venirci col bastone, un po’ sgangherate, ma venirci al teatro… di questi tempi! Con tutto quello che succede… di questi tempi!”

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