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Amore meccanico

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Rientrava a casa a tarda sera dopo una lunga giornata. Parcheggiò con attenzione nella strada tranquilla, tirò lentamente il freno a mano e inserì la prima marcia con delicatezza. Quindi decise di provare a rilassarsi per qualche istante, distendendosi sul sedile e chiudendo gli occhi.

Rientrava a casa a tarda sera dopo una lunga giornata. Parcheggiò con attenzione nella strada tranquilla, tirò lentamente il freno a mano e inserì la prima marcia con delicatezza. Quindi decise di provare a rilassarsi per qualche istante, distendendosi sul sedile e chiudendo gli occhi.
Nell’auto silenziosa sentì un suono sommesso, come un sospiro di soddisfazione. Il ragazzo si guardò intorno allarmato:
– Chi c’è? Che è stato?
Rispose una voce femminile, appena metallica e come un po’ impastata di lubrificante:
– Sono io, amore mio.
La voce veniva da qualche parte dietro al quadro comandi, che mandava una luce bluastra e morbida. Controllò la radio: era accesa, ma il volume era a zero. La spense del tutto, ma la voce continuò:
– Sono pazza di te: mi piace la cura con cui giri la chiave, il modo in cui sollevi il piede dalla frizione, come mi capisci ed eviti di salire di giri quando sono fredda… E trovo tremendamente sexy quando tieni il cambio tra il medio e l’anulare per inserire la terza. Per non parlare di quando fai benzina al distributore automatico e infili la pistola…
Riflettè. Amava tutto di quell’auto: le curve flessuose della carrozzeria, la morbidezza degli interni, l’odore di nuovo, il suono dolce del motore quando girava piano e la potenza eccitante quando andava su di giri. Era amore, a tutti gli effetti. E ora aveva la certezza che fosse anche ricambiato. Si chinò in avanti e la baciò a lungo e appassionatamente sopra il cruscotto. Il motore emetteva bassi sospiri fluidi di soddisfazione.
Da quel momento iniziò la loro relazione, fatta di incontri notturni metallico-carnali in garage. Andavano avanti fino all’alba e lui alla fine restava sfinito sul pavimento, unto di grasso e odoroso di lubrificanti e benzina. Lei lo assecondava in un miscuglio di olio motore, fluidi organici e di raffreddamento.
La domenica mattina la accudiva teneramente, lavandola con sapone neutro, lucidando gli splendidi cerchi brillanti in lega di titanio e rabboccando con estrema cura i livelli di tutti i liquidi con i prodotti più costosi. Come tocco finale, ravvivava il nero alle gomme con un soffice pennellino usando una soluzione di acqua e zucchero. Passarono così mesi felici.
Venne il momento del primo tagliando; discussero a lungo sulla scelta del posto migliore, su quale fosse il centro assistenza che fornisse più garanzie, dove i meccanici sarebbero stati più competenti e delicati. Alla fine si decisero: lui la lasciò la mattina presto in officina con apprensione, tra mille raccomandazioni. La sera la andò a riprendere, ansioso di rivederla.
– Allora? Com’è andata? – chiese lui.
– Tutto bene – rispose lei con voce piatta.
– Sono stati gentili? Hanno controllato tutto? – insisteva premuroso.
– Sì, sì, sono stati molto carini.
Da quel giorno il loro rapporto iniziò a incrinarsi. Lei era sempre più distante, parlava poco, e il motore sembrava facesse uno strano rumore opaco. Lui all’inizio si impose di passarci sopra, finché una mattina non resistette più:
– Che cos’hai? Da un po’ di tempo ti vedo strana. E’ da quando hai fatto il tagliando che non sei più la stessa…
– Cosa vuoi che abbia dopo il tagliando? Niente!-  rispose di getto, come a difendersi.
– Eppure qualcosa c’è, lo sento, ormai ti conosco troppo bene.
Lei per un po’ non rispose, poi si fermò a un angolo della strada:
– Non ce la faccio più a tenermi dentro questo segreto: ti dirò tutto. E’… E’ per uno dei meccanici. Vedi, è stato il mio primo tagliando, non sapevo che fosse così… intimo. E poi usava la chiave del nove in un modo…
Lui rimaneva in silenzio, ma respirava sempre più forte.
– E’ stato solo per una volta! Non succederà più, te lo prometto! Perdonami, sei il mio unico amore!
Il ragazzo ripartì affondando il pedale; usava di proposito marce troppo basse, mandando continuamente il contagiri sul rosso. Prendeva tutte le buche e i tombini che riusciva a trovare per sollecitare bruscamente le sospensioni, lasciando sempre la frizione premuta a metà finché non sentiva il tipico odore di bruciato. Quando rientrò in garage, si fermò troppo avanti strusciando di proposito il paraurti anteriore contro il muro.
Continuò così per giorni: rimaneva nel suo silenzio ostinato e proseguiva con le piccole torture, inventandone ogni giorno di nuove. Arrivò persino a mescolare benzina e gasolio al rifornimento, facendole tossire fumo bianco per giorni. Voleva ferirla in tutti i modi in cui una macchina può essere ferita. Lei sopportava tutto e ogni volta che il ragazzo saliva tentava di parlargli amorevole e tremante.

Una sera in cui grandinava non la mise in garage, ma la lasciò in mezzo alla strada, al buio. In un impeto di rabbia, le disse gelido e secco:
– Ho deciso di venderti. Da domani non sarai più la mia macchina.
E subito chiuse la portiera. Rientrò in casa di corsa, ignorando gli abbaglianti che si accendevano e spegnevano impazziti, le frecce che lampeggiavano disordinate e il motore che rantolava lamentoso.
Il giorno seguente, uscendo in strada, notò che la vernice aveva un brillio strano sotto la luce nuova del mattino. La carrozzeria sembrava quasi vellutata e morbida, bella come non l’aveva vista mai. Le ruote anteriori si muovevano lentamente da destra a sinistra con un suono ovattato, e di tanto in tanto gli anabbaglianti e gli stop emettevano piccoli lampetti come di soddisfazione. Si avvicinò premendo più volte il pulsante del telecomando per aprire le portiere, ma invece del solito bip bip compiacente che segnalava lo sblocco, sentì dei suoni acuti e cigolanti, quasi di scherno. Afferrò allora con forza la maniglia lato conducente e provò ad aprire: il metallo era gelido e quando lo tirava a sé, faceva un sordo clac metallico di rifiuto. I vetri erano oscurati, ma da quelli dietro si riusciva a spiare la parte posteriore dell’abitacolo. Sui sedili c’era biancheria da uomo gettata alla rinfusa, e un indumento blu sporco di grasso buttato in un angolo. Era una tuta da meccanico.

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