Chi ha detto che i lunedì non sono mondani?

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Una sera, in attesa davanti a una pizzeria minimalista e post-moderna a cui non farò pubblicità, un vecchietto, con un cappello a falde larghe di feltro rosso...

Una sera, in attesa davanti a una pizzeria minimalista e post-moderna a cui non farò pubblicità, un vecchietto, con un cappello a falde larghe di feltro rosso e con occhiali con montatura dello stesso colore, mi si avvicina per chiedermi se l’autobus che sta arrivando è il settanta che lui non ci vede bene. Ha le dita piene di anelli voluminosi, ciondoli che pendono fuori dalla giacca e foulard magenta al collo. Un vero vecchietto dandy. Ci presentiamo anche perché il settanta non accenna a passare. Il vecchio ha un titolo: Marchese Leonardo Fabiani. Mi ricordo subito di aver letto, di recente, un articolo con una tesi complottistica sulla morte di Luigi Tenco con questa firma. È lui: amico di Tenco e musicista. Il Marchese mi attacca a parlare della “dolce vita”, delle jam sessions, di Tenco, di questo e di quello, del suo pacemaker. Arriva l’autobus, mi lascia il suo biglietto da visita: “Suono il 9 gennaio all’Alexander Platz?”. Sono stato invitato ed entro in pizzeria cantando “Mi sono innamorato di te / perché non avevo niente da fare”.

 

Un’altra sera in una bettola dietro Largo Argentina a cui farò pubblicità (“Anticaje e Petrella” un locale e negozio d’antiquariato), una ragazza dalle tette a punta, che si presenta come pittrice esordiente, mi passa il biglietto di un vernissage di una mostra in cui è esposto un suo quadro ispirato da un quadro di Vespignani ispirato dall’opera di Pasolini. Commetto l’imprudenza di chiederle chi sia mai questo Vespignani e lei mi rimprovera: “Come romano non puoi non conoscere Vespignani!”. Maledizione: io che ho come unica certezza quella di essere romano mi sento colpito nell’orgoglio e decido quasi subito di pervenire a questa inaugurazione il 9 gennaio. Guardo sul calendario per vedere che giorno è questo 9 gennaio che mi perseguita. Sorprendentemente è un anonimo lunedì. Chi ha detto che i lunedì non sono mondani?. Così vado lunedì 9 gennaio 2006 allo studio S di via della penna a questa inaugurazione dentro la mostra “Vespignani per Pasolini”. La sala dell’esposizione ha avuto giorni migliori: moquette anni ottanta polverosa e muri beige. Per il resto è simile a tante altre. Noto con dispiacere che non c’è rinfresco. Al centro sono esposti i pezzi migliori e quindi mai venduti: due statuette (un manichino e un cavallo) d’ottone di Giorgio De Chirico. I quadri di Vespignani non sono male: in bianco e nero con qualche pennellata di colore. Ci sono dei nudi maschili, delle scene di borgata e un ritratto di Ninetto Davoli con i ray-ban. I quadri degli esordienti non mi incuriosiscono: non sento nessun fascio di luce che mi colpisce quando li guardo. Catherine Biocca, la pittrice esordiente, è la più giovane del gruppo e presenta un nudo fucsia che non è niente di che.

 

Alle 22 arrivo all’Alexander Platz, il jazz club storico di via Ostia. Se non ci siete mai andati, siete dei fortunati. Questa serata all’Alexander è brasiliana: “Itinerario Brasile” suonano Rossini e Persichetti. Il locale è sottoterra nelle cantine. Luci blu illuminano i muri firmati da musicisti stranieri a me sconosciuti. Il Marchese arriva carico di borse piene di strumenti a percussione e a fiato. Solitamente suona il contrabbasso e il sax, ma è autodidatta in quasi tutti gli strumenti e per l’occasione si è messo un cappello a tema con degli specchietti cuciti sopra. Il concerto comincia: chitarra e batteria. Salsa, merengue, samba. Nessuno, degli ascoltatori borghesi, balla, ma tutti si limitano a battere le mani, a bere, a fischiare e a dire bis. Il concerto finisce e il proprietario del locale dice al Marchese che a mezzanotte c’è il limite per la musica suonata. Niente jam session. Il Marchese è visibilmente deluso. Aveva pure chiamato un amico suo: pure lui vecchio, pure lui musicista della “dolce vita”. Mi fa vedere tutte le cose che ha portato e tra un ricordo e l’altro mi dice che questo posto è nato per le jam sessions, che il jazz è morto e che questi timbrano il cartellino, non suonano mica più.

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