Bufalino, un’estate, nel cinquantuno

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Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo

Fui giovane e felice un’estate, nel cinquantuno. Né prima né dopo: quell’estate. E forse fu grazia del luogo dove abitavo, un paese in figura di melagrana spaccata; vicino al mare ma campagnolo; metà ristretto su uno sprone di roccia, metà sparpagliato ai suoi piedi; con tante scale fra le due metà, a far da pacieri, e nuvole in cielo da un campanile all’altro, trafelate come staffette dei Cavalleggeri del Re… Che sventolare, a quel tempo, di percalli da corredo e lenzuola di tela di lino per tutti i vicoli delle due Modiche, la Bassa e la Alta, e che angele ragazze si spenzolavano dai davanzali, tutte brune.
Quella che amavo io era la più bruna.

Capita una volta nella vita.
Sì, come con la musica, che ogni volta ti pare di continuare a sbirciare in camera del fratellone con le luci psichedeliche e “quelli grandi” del Liceo, nei pomeriggi nebbiosi di compiti e rock al vinile. No non lo saprai mai se è per questo che i Pink Floyd non avranno più uguali.
E magari non c’entra, ma è che ognuno c’ha dentro i propri punti fermi e forse non sta neanche bene, in una scuola di scrittura, parlare de la Scrittura, ma qui si tratta della folgorazione sulla via di Damasco. Da allora è questione di empatia, la prima, a partire da quel cappotto grigio e gli occhiali neri pesanti all’improvviso luminosi e familiari quando si accende il sorriso aperto sornione ironico rivolto agli echi entro di sé più che altrove, stranito nel ruolo di vecchio esordiente magari a malincuore, piuttosto che pacifico e schivo Preside di provincia giocatore di scacchi. Qualcuno per lui inizia a leggere il “Curriculum” prima de la “Nascita”: pagina prima di “Calende greche”. Il tempo si ferma… per sempre:

Curriculum
Si stupisce nel gioco che s’inizia.
Tutti i sensi appassiona all’avventura.
Si cinge una corona surrettizia
nella clausura delle quattro mura.

Cresce in voce, in statura ed in malizia.
Scopre in un grembo caldo la paura.
D’esistere s’affligge e si delizia.
Si flagella, bestemmia, prega, abiura…

Triste in ilarità, lieto in tristizia,
dei suoi giorni la callida giuntura
adombra in ardue sillabe di Pizia.

Sanguina all’alba da una piaga oscura.
Stremato dall’assidua malizia,
si misura con l’ultima impostura.

…per scoprire che le parole del vocabolario possono esserci tutte, di inarrivabile eleganza… ”barocca” dirà qualcuno, sì, se il cuore può essere barocco e la struggente nostalgia di ciò ch’è stato e sarà solo ombra in un “Museo d’ombre” .
E il ricordante e il ricordato, ambedue han la vita di un giorno. (Marco Aurelio, Ricordi)

Lo stesso destino, scrittore presto dimenticato o non ricordato abbastanza, morto per caso un giorno in automobile tra le curve di Comiso. Non guidava, aveva paura, qualcuno lo accompagnava in un suo consueto intimo doloroso viaggio d’amore.

Appassionato sin dall’infanzia di manipolare parole su un foglio bianco, non altrettanto di darne conto ai lettori; sofferente di una curiosa gelosia di sé, alla quale pochi anni di vetrina sembrano secoli di gogna; mal disposto a credere nelle macchine della comunicazione e del giudizio; entrato nel suo settantesimo anno e persuaso ragionevolmente di non avere davanti a sé molta luce né molte occasioni di contentezza, desideroso dopo gli strepiti dell’ingresso, di congedarsi in punta di piedi (…) Non per spirito di diserzione, né per disprezzo della Corte, né per regalarsi lo stemma d’un suicidio simbolico; ma allo scopo di conciliare un recente bisogno d’ascolto con l’antico desiderio di silenzio e d’intimità (…)

Pensa un po’ con i tempi e i media che corrono, un tipo così, magari se gli scrivi non ti risponde nemmeno.

Smentita dopo una settimana.

Lettore, estate, diciamoci addio. (…) Io ho un punto qui sulla fronte, di un miliardesimo di millimetro, dove dormiva con altre sessanta estati quell’estate, e dove ora tornerà a dormire. Insieme ai suoi labari di finta gloria; (…). Lazzari indocili, tutti, giovani e vecchi, compreso Alvise che non si stanca di redarguirmi, indifferente all’evidenza d’essere stato sepolto a pagina 135… ”Che ti costa? Ci vuole niente a risuscitarmi”…

Ti voglio bene. Wish you were here Gesualdo Bufalino

Vita, più il tuo fuoco langue più l’amo. Gocciola di miele, non cadere. Minuto d’oro, non te ne andare.

 

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