Questo racconto è stato scritto durante la full immersion di Baratti 2018
Copertina di Luigi Annibaldi
“Miao” ha detto il gatto.
“Dimmi”, gli ha risposto Luca, stravolto sul divano dopo sette ore consecutive di Better Call Saul e ricerche su Google sul Portogallo.
“Credo che dovremmo parlare della tua situazione”, sentenziò Micky, un siamese nero di quattro anni, con un vibrante movimento di baffi.
“In che senso?”.
“Luca, io ti voglio bene: riconoscerai che questa manifestazione di affetto è già davvero troppo per uno come me”. Micky si arrotò le unghie sui calzini di Luca.
Il ragazzo, non completamente lucido, lo allontanò con un calcetto.
“Ma non capisci che è un’egoista?”.
“Dai, Micky, per favore. Non ho nessuna voglia di parlare. Gioca con le palline”.
Il monolocale di Luca puzzava tremendamente: pile di pentole ammucchiate, piatti da lavare lasciati sul lavabo, mozziconi di sigaretta infilati nei cartoni del latte, diciassette scatolette di Whiskas aperte che coprivano quasi interamente la superficie dalla lettiera di Micky, mentre la ciotola dell’acqua era vuota da due giorni.
“Uno può ridursi così per una donna? Eri una sottospecie di zerbino!”.
“Ma che ti prende, oggi?”, replicò Luca svogliato.
“Sai cosa ci fanno i gatti, come le donne, con gli zerbini? Esagero pure se ti ricordo che la stronza ora è in Portogallo con Daniele, lo scrittore di viaggi? Continua pure a fare le tue patetiche ricerche su Google”.
Di fronte all’ennesimo silenzio di Luca, Micky si accoccolò triste nella sua poltrona preferita.
I Love you innnn the mooooorningggg, our kisses deeeeep and waaaarmmm.
“Oddio, ancora Leonard Cohen e questo pezzo smielato e depresso!”.
La pazienza di Micky era finita: Luca rimaneva inerme, sdraiato sul divano. Aveva passato l’ennesima notte insonne, ad ascoltare musica deprimente.
Micky, sfinito, si girò di scatto. La finestra sul davanzale era rimasta aperta.
“Devo reagire! Non posso starmene qui a vivere come un verme, ma chi se ne fotte del Portogallo!”.
Preso da una rara ma decisa voglia di riscatto, Luca cominciò a pulire la casa: nel giro di un paio di ore pavimenti, cucina, letti e tavoli tornarono puliti e ordinati. Per ultimo si occupò anche della lettiera di Micky, e finalmente riempì anche la ciotola dell’acqua. “Batuffolone mio, vieni! Dove sei finito? Ho sistemato tutto!”.
Dopo continui richiami, scuotendo i croccantini al pollo preferiti di Micky, Luca guardò la finestra aperta sul davanzale.
“Se n’è andato pure Micky. Non mi vuole più nemmeno il mio gatto!”.
Pochi minuti dopo Luca era in Via Fantini: “Vieni a mangiare i tuoi croccantini al pollo, dai! Ti prometto che andrà tutto per il meglio: non te la nominerò mai più, quella stronza. E nemmeno il Portogallo!”.
I passanti lo guardavano con un mix di tenerezza e compassione.
Dopo ore e ore di ricerca, sfinito, Luca entrò all’Oregon per una piccola pausa. Il bar era deserto. Oggi sembra più agitato del solito, pensò Monica da dietro il bancone. Sempre per quella Laura, di cui mi parlava? E’ così bello e affascinante quando sta bene. Ma tanto io per lui non esisto.
“Luca! Tutto bene? Posso offrirti un caffè? O preferisci un succo di frutta?”.
“Gentilissima, grazie, ma vorrei un prosecco. Lo pago”.
“Luca, ma sono le 11.30 del mattino…”.
“Lo so, ma non sto bene”.
“Che succede? Ti offro una camomilla, dai”.
“Se n’è andata Laura” e subito si morse le labbra, pentito di averla di nuovo pensata, “e se n’è andato anche Micky”.
“Chi è Micky?”.
“Il mio gatto persiano nero. E’ scappato. Lo sto cercando ovunque, non riesco a trovarlo”.
“Mi dispiace tantissimo. Non mi hai mai parlato di Micky. Posso aiutarti?”. Dai, forse mi invita a cercarlo insieme a lui, pensò Monica.
“Sì, Monica, se non ti dispiace stampo dei volantini con la sua foto, posso attaccarli alla vetrata del bar e lasciarli qui sul banco?”.
“Ok Luca, certo”, disse lei, un po’ delusa.
“Davvero non ti ho mai parlato di Micky?”.
“Mai. Buone ricerche, fammi sapere notizie”.
Luca uscì di corsa, pensando fiducioso che sarebbe riuscito a trovare il gatto il prima possibile.
“Che bellissimi occhi azzurri che ha. Adoro anche quei capelli neri e arruffati, non se li pettina ma questo lo rende ancora più affascinante. Ed ora Laura sembra definitivamente andata via!”.
Giunse la fine della giornata e Monica stava chiudendo il bar. Non vedeva l’ora di tornare a casa, per gustarsi la nuova puntata di Better Call Saul. Si accese una sigaretta e si avviò camminando.
“Ha anche ottimi gusti, tantissimi interessi, mi fa impazzire quando lavora al computer dal bar, sembra perso nel suo mondo”.
“Miao”.
“Poi ogni tanto fa una pausa e si perde nella sua musica. Che buffe quelle cuffie giganti che ha. In quel momento, gli porto sempre il caffé”.
“Miao!”.
“E mi sorride sempre, con quel suo ‘grazie!’ squillante e aperto”.
“Miao! Miao!”.
Monica si riprese un attimo dal suo torpore. “Ma c’è un gatto da queste parti?”.
No, sono un cane che recita, pensò Micky da dietro il muretto che lo separava dal marciapiede, dove Monica stava camminando.
“Oh Gesù! Amore! Ma che bel pelosone!” esclamò sorpresa.
Potrà aiutarmi a trovare uno psicoterapeuta per gatti? Sembra un po’ suonata, ma è dolce.
“Ma sei meraviglioso! Vieni qui, tesoro!”. Monica cominciò ad accarezzare il felino depresso, scatenando una sinfonia di fusa.
“Ma tu… sei proprio tu!!!” esclamò la ragazza, una volta individuato il piccolo collare rosso, sotto la montagna di peli sporchi e arruffati, con scritto ‘Micky’ e un numero di telefono.
Monica afferrò Micky, lo strinse a se e lo baciò una, dieci, cento volte, dappertutto, fino alla coda lunga e affusolata, e cominciò a saltellare di gioia come una bambina. Era il momento di fare una telefonata notturna.
