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Toni: anche i brutti s’innamorano

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All’Accademia di Francia, a Villa Medici su Trinità dei Monti, c’è stata, per tutta la settimana, una rassegna cinematografica poco seguita nella sala Michel Piccoli

All’Accademia di Francia, a Villa Medici su Trinità dei Monti, c’è stata, per tutta la settimana, una rassegna cinematografica poco seguita nella sala Michel Piccoli. La rassegna metteva a confronto una selezione di film di due maestri del cinema: John Ford e Jean Renoir. Un accostamento inusuale, ma non del tutto azzardato tra due registi fortemente nazionali (da una parte gli USA, anche se Ford era nato in Irlanda, e dall’altra la Francia) che condivisero e hanno incarnato la ricerca sperimentale verso il realismo puro e l’improvvisazione in una industria cinematografica rigida e conservativa. Una improvvisazione apparente, perché entrambi i registi erano noti per il loro perfezionismo soprattutto nel preparare gli attori e avvicinarli il più possibile al grado zero della recitazione, ancora proveniente dal teatro. Dei personaggi di Ford e Renoir si dice spesso che sono “evidenti” non realisti. La rassegna è stata preziosa anche per vedere alcuni film meno conosciuti degli autori dei celeberrimi Sentieri selvaggi e La regola del gioco, due registi, entrambi nati nel 1894, che messi insieme hanno girato e realizzato più di cento film. Molti di questi veri e propri capolavori, che hanno fatto la storia del cinema e influenzato migliaia di registi successivi, sono sconosciuti e addirittura inediti in Italia. Uno di questi di Renoir è Toni del 1935 inedito in Italia, per colpa della censura fascista, fino al 1970 quando lo mandò in onda la Rai. Perché proprio questo film vale la pena segnalare che è stato proiettato insieme al kolossal di Ford Com’era verde la mia valle mercoledì? Basterebbe dire che è un film sensazionale, ma, come sostiene il critico Morandini, questo film è importantissimo per la storia del nostro cinema perchè “anticipa certi tratti del futuro neorealismo italiano”. La storia è semplice e la trama è presto fatta: Antonio Canova, detto Toni, emigra in Provenza, nel sud della Francia, per lavorare in una cava di pietra. Lì diventa l’amante e poi il marito di Marie, la sua padrona di casa, ma s’innamora della spagnola Josefa, che uno zio fa sposare, contro la sua volontà, al macho caposquadra Albert. Questi due matrimoni finiscono entrambi male: Marie, scoperto il tradimento di Toni, tenta il suicidio, mentre Josefa, dopo un alterco, uccide Albert. Toni viene incolpato di questo omicidio e ucciso mentre tenta di scappare. Una vera e propria tragedia con il prologo (l’arrivo degli emigrati con il treno), il coro (un gruppo di suonatori liguri/corsi) e un epilogo (la morte di Toni per mano di un cacciatore proprio sul ponte della ferrovia dove il film era iniziato). Renoir era ben consapevole di aver intrapreso una tragedia mediterranea piena di sole e infatti definì i suoi personaggi “i più autentici eredi di quella civiltà greco-romana che ci ha fatti quello che siamo”. Questo film viene considerato un precursore del neorealismo italiano e a ragione, perché Luchino Visconti lavorò con Renoir e non è difficile trovare delle analogie tra Toni e Ossessione, che è del 1943 e che è considerato il film iniziatore della corrente più importante della storia del nostro cinema. Eppure Toni sembra ancora più autentico: mentre Visconti sceglie il bel Massimo Girotti per il ruolo maschile, l’attore di Renoir è normale, brutto, un vero immigrato italiano che quando vede i segni delle botte e delle cinghiate sulla schiena di Josefa dice, riferito al marito, “brutta bestia”. Ma anche i brutti si innamorano, non solo i belli. I personaggi “brutti” di questo film sono, o sembrano, talmente realisti che valgono anche come un documento sull’immigrazione italiana in Francia. Anche se la storia è senza tempo, non è difficile intravedere, sullo sfondo della vicenda, la crisi degli anni trenta quando molti italiani erano costretti a emigrare per trovare un lavoro e poi vivere in condizioni precarie. Il coro della tragedia di Renoir, sopraccitato, è composto da un gruppo di suonatori italiani che vivono ai margini, stanno sui muretti e si riposano dopo il lavoro intorno al fuoco. Quando Marie tenta il suicidio, Toni, buttato fuori di casa, si rifugia in collina tra le baracche degli italiani che si ubriacano e cantano proprio intorno a un falò. Insomma Toni è un documento che ci ricorda quando noi italiani eravamo i rom, quelli che vivevano ai margini, gli immigrati brutti e sporchi, i capri espiatori per i fatti di sangue. Ma torniamo al film: su youtube si può vedere il trailer del film che è bellissimo anche con poche immagini accompagnate dalla chitarra e dalle canzoni ligure. La prima scena del film è anche la prima in assoluto del cinema: un treno che avanza sullo schermo che porta i lavoratori dall’Italia, una scena all’inizio e alla fine del film. Poi c’è la scena idilliaca d’amore, nella quale Josefa viene punta da un’ape e Toni le succhia via il veleno dalla puntura sulla schiena. E le concitate scene finali: lo zoom sul volto di Josefa che impugna la pistola; il tentato suicidio in barca di Marie su un mare piatto; un’esplosione nella cava vista da lontano tra gli alberi, metafora del tutto che va in malora; e l’ultima scena, la fuga di Toni dalla “caccia”, che è stata organizzata nei suoi confronti, sul ponte di ferro della ferrovia.

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