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L’Autoritratto di Kapuściński

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“Ormai è impossibile immaginare la vita della società mondiale senza i media. C’è stato un tempo in cui l’uomo non poteva sopravvivere senza l’uso delle armi; poi senza...

“Ormai è impossibile immaginare la vita della società mondiale senza i media. C’è stato un tempo in cui l’uomo non poteva sopravvivere senza l’uso delle armi; poi senza quello delle macchine e dell’elettricità; oggi non può sopravvivere senza i media”. Considerato che tale affermazione appartiene ad un giornalista, è comprensibile pensare ad un chiaro caso di conflitto di interessi. È come se Mastrota proclamasse che non si può dormire senza materassi. Ma se il nome del professionista in questione è Ryszard Kapuściński, forse il più grande reporter vivente, allora la questione cambia. Più di quarant’anni di viaggi – per lo più in territori africani, ma toccando comunque tutti i continenti come inviato -, testimone oculare di ben ventisette rivoluzioni. Si può abbassare il sopracciglio e credere che abbia qualcosa di interessante da dire. Sulla sua esperienza personale, sulla visione del mondo lontano dalla sua Polonia e sui suoi incontri. Ogni aneddoto corrisponderebbe ad un corso avanzato di sociologia. Ma anche, o soprattutto, sul giornalismo. Su cosa e come è cambiato negli anni. È uno degli argomenti affrontati in Autoritratto di un reporter, una raccolta che comprende estratti di interviste rilasciate dallo scrittore negli ultimi anni, appena pubblicato da Feltrinelli. 10 euro per 112 pagine, ma vale decisamente la pena leggerlo. In particolar modo se si ha intenzione di intraprendere il medesimo mestiere. “Il pericolo – scrive il giornalista – sta nel fatto che i media, divenuti una potenza, hanno smesso di occuparsi esclusivamente di informazione. Si sono prefissi una meta più ambiziosa, quella di creare la realtà”. La realtà di cui parla è quella inseguita dallo zoom di una telecamera, che inquadra poche decine di manifestanti spacciandoli per violenti e inarrestabili oppositori, mentre la vita tutt’intorno prosegue tranquilla. O quella che mostra una gioiosa distribuzione di viveri a sorridenti bambini, ed esclude il grand’angolo delle macerie e dei campo profughi (poco prima che Totti commenti il risultato della partita, in chiusura Tg). Di TV si parla, perchè è il mezzo di comunicazione protagonista degli ultimi anni. E se si guarda alla carta stampata, non si tira affatto un sospiro di sollievo. Il principio è lo stesso. Per dirla con Kapuściński, negli ultimi tempi si è assistito al “passaggio dal criterio della verità a quello dell’attrattiva”. Il fatto è che le informazioni non hanno più un valore in se stesse, ma assumono valore in quanto merce. E in quanto tali devono sottostare alla logica del mercato e seguire i suoi principi: la concorrenza è uno di questi. Dunque, non ci si basa sugli avvenimenti storici nel decidere l’ordine di importanza nella scaletta del giornale, o addirittura se alcuni di questi debbano comparire tra i fatti del giorno o meno. Il criterio di scelta è molto semplice: si controllano le decisioni degli altri media. Ecco spiegato perché i telegiornali seguono tutti lo stesso ordine di presentazione delle notizie, o perché la prima pagina di un quotidiano sia pressoché identica a quella degli altri – salvo rare eccezioni. Quella che normalmente viene chiamata “informazione alternativa” non è altro che un’informazione con un taglio più ampio, che ha subìto quindi meno selezioni. Considerato poi che tale business è il più redditizio in assoluto, non ci vuole molto a capire come mai le lotte per il potere si concentrino tutte intorno ai media; non è raro che, nell’ambito di una rivolta, si tenti di conquistare l’edificio della televisione, “non le sedi governative – racconta il reporter -, il parlamento o il gabinetto del presidente”. E poi ci sono paesi che permettono che tutto il potere mediatico si concentri nelle mani di un solo individuo – che magari poi scende anche in campo – senza che questo insospettisca nessuno. Certo, se non altro così si elimina lo stress della concorrenza. Ma altre regole del mercato non possono essere glissate facilmente. Se la notizia è una merce, deve essere venduta. E si vende tutto ciò che risulta gradevole, ossia, tutto ciò che la gente vuole sentirsi dire. Richiesta principale: faticare il meno possibile. Dunque, va bene parlare di guerre, purché queste siano lontane, e purché non si pretenda che si capisca realmente ciò che sta accadendo. Delle notizie che si vedono o si sentono sono evidenti solo gli effetti, raramente le cause. Kapuściński è molto chiaro in questo: “è facile distinguere il buon giornalismo da quello cattivo. Nel buon giornalismo, oltre alla descrizione dei fatti c’è sempre la spiegazione delle cause. Nel cattivo giornalismo c’è una descrizione priva di nessi e di riferimenti al contesto storico: una pura e semplice cronaca dei fatti, dalla quale non apprendiamo né le loro cause né i loro precedenti. La storia risponde alla domanda: perché?”. È per questo che il giornalista deve essere prima di tutto uno storico. Deve avere una conoscenza approfondita di quanto è accaduto in precedenza, perché solo così sarà in grado di comprendere cosa accade nel presente, e ad avere una percezione di cosa starà per accadere. Ma alla nuova visione del mestiere corrisponde una nuova categoria di mestieranti. “Il giornalismo – chiarisce lo scrittore – era una professione estremamente responsabile, che richiedeva qualificazione, cultura, maturità”. E poi, in un dato momento, ci si è resi conto che qualcosa era cambiato. Rappresentativo è stato il dopo 11 settembre, in cui si cercavano professionisti capaci di analizzare l’attentato in modo approfondito e – nota amaramente il reporter – “ci si è accorti che di queste persone ce n’erano poche. Il fatto è che quasi non esistono giornalisti competenti in materia di Islam”. Chissà quanti italiani hanno ancora gli incubi ricordando Bruno Vespa che, fregandosi le mani, chiedeva spasmodicamente a Giulio Borrelli da New York: “quanti morti, quanti morti?”.
La concezione che Kapuściński ha di questo mestiere è quasi idealistica, ed è affascinante pensare che non l’abbia cambiata dopo tanti anni. In un certo senso, fa ben sperare. Al di là del cinismo che si dice sia indispensabile per diventare giornalisti – a questo proposito è consigliabile un altro libro dello stesso autore, Il cinico non è adatto a questo mestiere. Conversazioni sul buon giornalismo -, al di là della fermezza di carattere che con il tempo si può trasformare in durezza, il reporter considera il proprio lavoro una “missione”. È interessante leggere questo passo del testo: “Il più delle volte definirei la mia professione come quella di un traduttore. Traduttore non da una lingua all’altra, ma da una cultura all’altra. Già nel 1912 Bronislaw Malinowski osservava che il mondo della cultura non è un mondo gerarchico […], che non esistevano culture alte e culture basse, che erano tutte ugualmente valide ma solo diverse. Ciò è tanto più vero oggi, nel nostro mondo multiculturale così differenziato, ma nel quale le singole culture sono sempre più strettamente legate e mescolate tra loro. L’importante sarebbe fare in modo che tra le culture si creassero rapporti non di dipendenza e subordinazione, ma di intesa e collaborazione. […] Anch’io, nel mio piccolo, vorrei contribuirvi, ed è questa la ragione per cui scrivo”. Parla di sé come di un animale ormai raro, ma non perde la speranza. Ha una certezza: che il reportage serio esiste ed esisterà ancora.
Per quanto riguarda l’attuale situazione, dice di essere in grado di descrivere il male, ma di non trovarvi un rimedio. Mente. Il suo lavoro è il rimedio, e lui ne è chiaramente consapevole. Finché ci saranno reporters come lui, ci saranno esempi per le future generazioni. Avverranno cambiamenti nella società, e di conseguenza nel modo di intendere questo mestiere. Ma il ‘reportage alla Kapuściński’, quello sopravviverà, perché è l’anima del giornalismo.

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