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Un’intervista con Elio e le storie tese, su quello che li rende diversi dagli altri autori italiani di canzoni, la loro surreale rivoluzione demenziale.

Un’intervista con Elio e le storie tese, su quello che li rende diversi dagli altri autori italiani di canzoni, la loro surreale rivoluzione demenziale.

I vostri testi appaiono rivoluzionari rispetto al panorama della canzone italiana. Da un lato usate un linguaggio molto colloquiale, dall’altro alcuni brani sono costruiti con rime, allitterazioni, assonanze. Qual è il trucco delle vostre composizioni?

Nessuno di noi ha fatto studi classici, quindi non usiamo trucchi fonetici o grammaticali di rimembranze scolastiche. Alla base c’è soltanto un grande desiderio di divertirci.

Come facevano i Monty Python che, se non ridevano tutti quando finivano di scrivere le scene, cestinavano e ricominciavano?

Sì, è proprio quello che facciamo noi. Il nostro intento è di creare un effetto comico. In più il testo al momento della composizione deve sottostare a certi requisiti di qualità. Siamo molto critici con noi stessi. Per questo cerchiamo anche di non ripeterci, di creare nuove formule. Il tutto poi è condito con l’esagerazione.

Come nasce il testo?

Dalle proposte che portiamo, che tentano di essere originali. Il metodo non è quello di dire: “ora faccio una canzone che parli di……” Ci viene in mente un’idea, ci chiediamo se è buona o no. E’ buona se è fuori dall’ordinario. Per questo motivo cerchiamo di non aderire a schemi già prefissati. Talvolta si può trovare la strofa e il ritornello che si ripetono. A volte, però, le strofe cambiano. Il ritornello, invece, è molto importante. Ci garantisce che il disco venda. Generalmente componiamo due o tre pezzi in forma semiclassica. Dico semiclassica perché a ben vedere c’è sempre qualcosa che fuoriesce dagli schemi. Poi ci sbizzarriamo con gli altri cinque, sei pezzi che in realtà sono quelli che ci piacciono di più.

Sperimentate?

Sì, ma in questo campo non siamo degli inventori. All’estero hanno fatto anche meglio di noi. Frank Zappa è un nostro maestro ispiratore, ad esempio. Il grunge, invece, offre soltanto stimoli alla nostra ironia. Ci mettiamo le parrucche solo per giocare.

Chi scrive i testi?

E’ una composizione molto collettiva. Io porto gli argomenti però alla fine il lavoro è del gruppo.

Fate uso del gergo giovanile perché il vostro obiettivo, la vostra musica, è diretta ai giovani?

Non ci rivolgiamo solo ai giovani. Le nostre storie possono essere lette in varie chiavi che non sono solo le parolacce o l’abilità tecnica. Cerchiamo di essere di più ampio respiro innanzi tutto rompendo con la monotonia e la bassa qualità della canzone italiana di oggi.

Come pensate di proseguire visto che avete raccontato tanto con quel codice linguistico?

Come andremo avanti non lo so. Questo è indubbiamente il punto critico ma anche il lato bello, stimolante. Per il momento non abbiamo la minima idea oggi di quello che sarà domani. Ci siamo chiesti se non siamo andati troppo avanti nel gergo dei giovani. In realtà cerchiamo di prendere in giro i falsi miti, le false rime, attingendo anche dal linguaggio televisivo. Tutti parlano come la televisione. E’ la vita virtuale di tutti noi.

La volgarità e le parolacce infilzate nei vostri testi sono utilizzate come schermo per parlare pubblicamente di certi temi considerati tabù, oppure esprimono la ricerca di un canale fisico e psicologico fra voi e il destinatario?

Non condivido assolutamente le critiche sulle parolacce. Certe cose per risultare veramente efficaci devono essere espresse in modo naturale. Come quando si è tra amici. Non puoi usare altri termini perché canti. Il tipo di testi scelti da noi serve per creare un’immediata complicità con il pubblico che vuol essere complice. Ultimamente poi è diventata una terribile moda. Ma è anche una scelta nostra, poi non è vero che non si può parlare di certi argomenti tabù se non si usano la parolaccia o la volgarità, ma è certo che fare giri di parole è meno efficace. Inoltre crea l’effetto comico.

Si nota una ricerca nei dialetti. La vostra canzone vuole essere super-regionale?

Anche l’uso del dialetto nasce dall’esigenza di fare cose nuove. A volte è anche frutto di aggiustamenti tattici, nel senso che se ci accorgiamo di utilizzare troppi termini settentrionali andiamo in altri campi. In realtà non credo minimamente alla voglia di unione dell’Italia. Chi fa queste cose mi sembra paraculo. Noi lo siamo (sorride) e lo ammettiamo. Ma anche gli altri devono ammettere che queste sono delle paraculate incredibili. Alla base c’è una sola voglia: quella di vendere i dischi.

Voi attingete al linguaggio parlato. La canzone a sua volta ritorna nel linguaggio. Ti risulta?

Ho fatto caso che molte delle frasi dei nostri pezzi sono state inglobate nel linguaggio parlato. Inizialmente pensavamo di essere un fenomeno della nostra zona e basta. Poi ci siamo resi conto che eravamo diventati un fenomeno metropolitano. Probabilmente le nostre storie, che sono dettate dalla frenesia della vita, vengono assorbite meglio da chi vive in modo frenetico.

L’uso così evidente dei luoghi comuni è determinato da un intento di purificazione della lingua oppure è soltanto un gioco?

Purificazione della lingua? (Ride) – In un pezzo come “Carro” è esclusivamente un gioco. Se proprio dobbiamo purificare qualcosa, è alla musica che ci rivolgiamo. Fare una canzone è una sfida continua. 1 luoghi comuni fanno ridere e sono una novità.

Nella “Storia della canzone italiana” Gianni Borgna sostiene che “la canzone ha il potere di restituire in un attimo il profumo di un’epoca”. A sentire uno dei vostri testi (“ci sono il tartaro, il pus, le cacche delle ciglia, la formaggia, il cerume, il mestruo, la pipì e la pupù”) parlerei più di un puzzo. E’ veramente questa la nostra epoca?

Non abbiamo fatto questi testi per dire che la nostra epoca puzza. Ci siamo domandati: quali sono gli argomenti di cui non si è mai parlato nella canzone italiana? Gli escrementi. Poi non so se c’è un riferimento inconscio alla società.

Sotto questa pattumiera chi è il vero eroe? Supergiovane?

Supergiovane è Mangoni, architetto. Antidivo per eccellenza perché canta male e non ha il fisico giusto ma è una persona molto intelligente. Combatte contro tutti per far affermare la vera musica e far divertire i giovani che infatti lo hanno eletto a loro eroe. E’ un mito pazzesco. E del resto non si può uscire dal circolo vizioso del mito.

Quando parlate delle donne siete realisti o misogini? Le donne sono questi mostri che voi dipingete o cercate solidarietà nel maschio ascoltatore?

E’ un insieme di queste cose. Deriva dalla voglia di provocare e di comportarsi diversamente dagli altri. Dove trovi un pezzo che parla male di una donna? Nelle canzoni tradizionali è sempre tutto bellissimo oppure c’è solo tristezza e malinconia. Non si parla di aspetti pratici che invece esistono e che però non sono adatti a una canzone. E’ come se ci fosse un mastello pieno di argomenti e si attingesse sempre e solo da un angolino. Noi facciamo ricerche, esperimenti.

E’ l’uso di questo particolare linguaggio che non vi consente mai di parlare d’amore se non in senso catastrofico?

Trattiamo solo gli aspetti marginali dell’amore. Non credo che ci siano aspetti seri nell’amore e comunque non ci interessano. Potrei provare a parlare d’amore se volessi fare un discorso utilitaristico a livello economico, ma penso di non esserne capace. Sono invece convinto di saperlo prendere in giro. Bisogna saper valutare le proprie capacità.

La vostra non è una canzone a tema unico. E’ una canzone racconto. Quanto è presente e che importanza ha la dimensione narrativa nei vostri testi? E il cabaret quanto vi ha influenzato?

Abbiamo grande soddisfazione a creare storie. Ci viene bene. Inventiamo personaggi e situazioni che confluiscono nelle canzoni. Il cabaret mi ha influenzato tantissimo. Sono cresciuto nel cabaret e tutti veniamo dallo Zelig di Milano. E dal vivo mi serve molto.

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