“Tre manifesti a Ebbing, Missouri” è un film sulle parole: sulla loro forza, ma anche sulla loro debolezza. Paradossalmente l’immagine è solo funzionale a ciò che viene detto e alla sua intensità. Perfino i personaggi potrebbero fare a meno dei loro corpi ed essere solo espressioni delle loro voci. Martin McDonagh non fa differenza fra scritto o parlato: le parole hanno un loro potere, a prescindere dalla forma che assumono. E così i manifesti pieni di scomode domande che Mildred Hayes (Frances Mc Dormand) decide di affittare per sollecitare le istituzioni locali ad indagare sull’omicidio della figlia, hanno la stessa importanza della lettera che lo sceriffo Willoughby scrive prima di suicidarsi. La potenza visuale dei cartelloni che si stagliano immensi nella campagna del Missouri, scompaiono di fronte al linguaggio violento, scandaloso ed ossessivo che pervade ogni scena del film. Le immagini soccombono, di fronte alla scomoda durezza del linguaggio, capace di rivelare più di quanto si debba fare: se non fosse per i dialoghi, questa storia potrebbe svolgersi in qualunque luogo. E invece il linguaggio politically incorrect, intriso di razzismo, violenza e misoginia ci radica nella provincia del Midwest americano, che racchiude identità e luoghi straordinariamente diversi. Anche Fargo, con protagonista la stessa Frances McDormand, era ambientato nel Midwest, ma nel freddo Minnesota. Raccontare il Missouri e il Minnesota non è la stessa cosa: e così cambiano non solo i paesaggi, ma anche le parole. Ebbing non è Chicago, eppure entrambe fanno parte della stessa regione. Nel film di McDonagh c’è l’America bianca, rurale, razzista e retrograda, che fatica a trovare una sua identità, racchiusa nello sconfinata terra di mezzo statunitense. I suoi abitanti non conoscono loro stessi, si stupiscono delle loro reazioni e passano la maggior parte del tempo a crogiolarsi in granitici luoghi comuni. Una enorme crisi d’identità avvolge persone, luoghi e il film stesso sembra soffrirne: lo sguardo vaga per le strade di Ebbing, insinuandosi nell’intimità delle case, non riuscendo a capire dove porterà tutto ciò. Si sofferma sul thriller, poi sul dramma, per finire nella commedia incerta e stentata, con personaggi che passano dal ruolo di cattivi a quello di simpatici, sempre sotto la compassionevole mano buonista a stelle e strisce. L’happy end e il perdono sono sempre dietro l’angolo, ricordandoci che la vendetta non è materia del nuovo cinema americano. Molti l’hanno paragonato a un film dei fratelli Coen, ma qui non c’è traccia dell’uso magistrale della macchina da presa e neppure della reale complessità dei suoi personaggi. In “Tre manifesti a Ebbing, Missouri” il cinema sembra dimenticare se stesso e perdersi alla ricerca di un’ identità.
