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Uno spiraglio nella pellicola

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Cosa sarebbe la storia del cinema senza la follia? Cosa si potrebbe raccontare, se i personaggi delle storie a un certo punto non facessero qualcosa di irregolare, anzi di...

Cosa sarebbe la storia del cinema senza la follia? Cosa si potrebbe raccontare, se i personaggi delle storie a un certo punto non facessero qualcosa di irregolare, anzi di molto irregolare, nella loro vita? A questo pensavo mentre guardavo i film proiettati nel terzo Filmfestival della Salute mentale, Lo Spiraglio.

Nelle sale della Casa del Cinema di Roma, dove si viene accolti da una grande foto di Marcello Mastroianni nel verde di Villa Borghese, dal 31 maggio al primo giugno sono passate le immagini di documentari fortissimi come Lo stato della follia, di Francesco Cordio; storie d’amore tenere e geniali come Antonio+Silvana=2, di Vanni Gandolfo, Simone Aleandri e Luca Onorati; intensi racconti di piccole rivoluzioni come Matilde, di Vito Palmieri. E tanti altri. Che non riguardano solo la follia, la pazzia, la malattia mentale, le psicopatologie (o comunque cavolo vogliamo chiamarle). Riguardano – come dice propriamente il titolo del festival – la salute mentale (e chi può dire di averla?).

Lo Spiraglio, curato da Franco Montini e Federico Russo, ha il merito di unire le riflessioni sulla salute mentale con quelle sull’arte cinematografica. E io, mentre guardavo i film scelti e selezionati con cura tra migliaia di opere che cercano di raccontare il disagio che tutti, chi più chi meno, viviamo, ho pensato di aver capito qualcosa.

Se non ci fosse il disagio non ci sarebbero le storie. “Se il mondo avesse un senso”, come diceva Cocteau, “io non scriverei”.

E questo ho capito, almeno credo… ho capito che gli scrittori dovrebbero ringraziare i matti che vivono le vite che loro si limitano a raccontare.

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