Relazioni estive

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Dopo una settimana che stava da me, prese il vizio di svegliarmi alle ore più disparate della notte. Le piaceva farlo al buio. All’improvviso avvicinava la bocca al mio orecchio e iniziava a farfugliare suoni incomprensibili.

Dopo una settimana che stava da me, prese il vizio di svegliarmi alle ore più disparate della notte. Le piaceva farlo al buio. All’improvviso avvicinava la bocca al mio orecchio e iniziava a farfugliare suoni incomprensibili. Per quante volte la scostassi e le urlassi di andare via non si arrendeva mai, tornava sempre all’attacco: si appoggiava al lobo, mi sospirava qualcosa e poi scendeva con la bocca dalla pancia fino alla punta dei piedi. Percorreva con dedizione la pelle centimetro per centimetro. In poco tempo imparò il mio corpo meglio di me. Non concedeva pause. Mezzo addormentato le ripetevo che ero stanco, ma a lei non importava. Andava avanti tutta la notte. Era insaziabile.
Una volta provai anche a parlarle. Fu verso la metà di luglio. Mi sedetti a gambe incrociate sul letto, accesi la lampada sul comodino e presi una sigaretta. Le lenzuola erano zuppe di sudore e mi si appiccicavano addosso.
“Così non può più andare avanti.” dissi rivolgendomi alla stanza.
Mi guardava appoggiata alla scrivania.
“Questa storia mi sta facendo uscire di testa. Mi stai sfiancando. Fisicamente e mentalmente. Non mi reggo più in piedi te ne rendi conto? Di giorno sto a pezzi e la notte non dormo.”
“Così non può più andare avanti” dissi di nuovo, questa volta urlando. Dalla finestra spalancata entrava aria calda.
Per un po’ non si mosse, se ne rimase nascosta da qualche parte nella stanza senza fare il minimo rumore, come una bambina offesa quando ti tiene il broncio. Appena spegnevo la luce però tornava da me, mi si scagliava addosso e ricominciava a succhiare con più vigore di prima.
C’erano notti che non dormivo per niente. Il solo pensiero che da un momento all’altro avrebbe ricominciato mi lasciava con gli occhi spalancati. Era astuta, molto più delle altre con cui avevo avuto a che fare.  In quelle notti mi sembrava di impazzire. Lo ammetto, arrivai persino a pregarla di smettere, ma con lei era inutile. Non mi ascoltava. Mi ignorava e continuava a succhiare. Era una battaglia persa ed io non avevo più forze.
Così quella mattina decisi di ucciderla. Arrivati a quel punto pensai che fosse la soluzione migliore. La soluzione migliore per me ovviamente. Rimasi sveglio di proposito tutta la notte. Ero intenzionato a studiare tutti i suoi movimenti nei minimi dettagli. Lasciai che facesse di me quello che voleva senza opporre resistenza. Sopportavo in silenzio e intanto la osservavo con attenzione.
Il momento giusto arrivò che erano le cinque. Fuori albeggiava e la luce iniziava a riempire la stanza. La vidi chiaramente. Si muoveva da una parte all’altra del letto. Era stranamente elettrizzata. Restai immobile e trattenni il respiro cercando di diventare tutt’uno col materasso. Con un ronzio si insinuò decisa tra le mie gambe e si fermò. Alzai lentamente il braccio senza farmene accorgere. Aspettai. Scelse la coscia destra. Infilò il pungiglione nella mia carne e cominciò a succhiare. La guardai nutrirsi per l’ultima volta. Non ha sofferto, questo lo so per certo, anche se avrei voluto… Non si accorse di nulla quando la mia mano la schiacciò. Un colpo secco. Non sentì nemmeno il mio “muori grandissima troia!” rimbombare nella stanza mentre premevo e strofinavo con forza sulla coscia. Restai in quella posizione per qualche minuto per essere sicuro di averla fatta secca. Quando alzai la mano tutto ciò che era rimasto di lei erano un paio di zampette nere e snelle su di uno sfondo rosso. Mi sentii finalmente sollevato. Lasciai che il suo sangue mischiato al mio si seccasse sulla coscia e osservai il cadavere del mio nemico soddisfatto come fosse un trofeo a testimonianza di una battaglia vinta.

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