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Quello che i giornalisti non scrivono

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Ha un bel daffare Costica Argint. Si agita tutto quest’omone chiuso in un terribile impermeabile color cachi, attillato su quella panciona.

Ha un bel daffare Costica Argint. Si agita tutto quest’omone chiuso in un terribile impermeabile color cachi, attillato su quella panciona. Fa scintillare ad ogni movimento della mano un enorme anello all’anulare destro, che se fosse oro vero potrebbe sfamarci tutto il terzo mondo. Ma la vera chicca per inquadrare il personaggio è quel basco bordeaux, dove la scritta “Marines – United States Of America” segue l’andamento del cerchio proprio in mezzo agli occhi. Ha un bel daffare Costica Argint a tradurre dal romeno all’italiano e dall’italiano al romeno, e stringe mani, e segue con il dito l’andamento della penna del giornalista sul taccuino, e scandisce “A-R-G-I-N-T, presidente associazione rifugiati politici rom e romeni in Italia”. Fa anche il favore di tradurre il suo nome in italiano, Costantino. È lui il tramite fra i due mondi, è lui che separa fisicamente quel gruppetto di italiani dall’aria scocciata con penne e microfoni in mano, e quelle decine di uomini dallo sguardo diffidente, con le mani in tasca. Sullo sfondo tanti fazzoletti legati sotto il mento, e attaccati alle gambe delle donne senza età bimbi con il moccio al naso. Neanche loro sono in grado di tagliare trasversalmente quel maledetto confine che si percepisce, netto. “Lo dovete capire, lo dovete scrivere: non tutti i romeni sono criminalo, tanti lavorano, tanti sono brava gente come italiani”. È cavernosa la voce di Costica, nessuna sorpresa considerato il torace da cui esce. “Io mi alzo ogni giorno alle cinque – quasi urla Gheorghe -, metà soldi qui, metà a casa, in Romania. Io non rubo, io lavoro. Muratore”. Si batte il petto, e ha uno sguardo completamente diverso dal giorno prima, quando aveva aperto la porta della sua baracca ai cronisti piovuti come cavallette al campo. Era gioviale il giorno prima, aveva guidato quegli sconosciuti attraverso i cumuli di immondizia, quei mucchietti di stracci e pentole incrostate e chissà cos’altro, e si era fermato davanti ad una sorta di container di legno, con imbottiture strappate da qualche ex poltrona fissate qua e là sulle pareti esterne. Aveva sorriso indicando quel materasso su quella vecchia rete ricoperto di uno strato di una, due, tre, quattro, cinque coperte di lana. Al lato opposto della minuscola stanzetta una specchiera semi arrugginita, e una sedia. Un comò, un paio di tazze. Tutto qui. Ma era orgoglioso di mostrarlo. “Casa mia”, diceva Gheorghe. Ma non sorride oggi. Questa mattina presto è venuta la polizia, con le torce, e ha tirato tutti fuori dalle baracche. Perquisizione. La “casa” di Gheorghe non esiste più. Gliel’hanno quasi abbattuta. E domani anche il “quasi” cadrà, perché lo devono sgomberare quel campo. Il che vuol dire che tutte le baracche saranno buttate giù, e la zona “bonificata”. Che fine faranno loro, nessuno lo sa di preciso. “Si, ma quel Nicolae ha ucciso una donna. Un’italiana”. Eccola la miccia che tutti si aspettavano. È quasi saltato all’indietro il giornalista autore dell’acuta osservazione. “Uno ha ucciso. E tutti pagano”, è all’unisono il coro degli uomini. “Mo’ è finita ‘a pacchia, eh? Mo’ avete finito de rompe’ li cojoni”. È improvvisa e acuta la voce che viene da dietro. “Mo’ ve ne annate a casa, avete finito de fà li padroni a casa nostra”. La faccia dell’addetto alla manutenzione della stazione è diventata tutta rossa, potrebbe scoppiare da un momento all’altro. “So’ cinque anni che ve sopporto, cinque anni che scrivo ar comune pe’ favve annà via, e ce voleva la morte de ‘na pora crista pe’ riuscicce”. Poco prima lo stesso dipendente metro, che si era guardato bene dal dire il proprio nome, aveva confidato con grande soddisfazione ai giornalisti che una volta aveva aspettato mezz’ora prima di chiamare i vigili del fuoco per spegnere l’incendio che stava mangiando decine di baracche: “l’ho chiamati solo quanno le fiamme se so’ avvicinate troppo ar muro della stazione”. La sua vocetta superava persino il vocione di Costica, che stava evidentemente facendo di tutto per rimanere calmo. “’A zozzi, ‘a delinquenti”, ed in particolare quel “delinquenti” l’ha sputato ad un centimetro dalla faccia di Tiberiu, che si sarà spezzato i molari per aver stretto così forte la mandibola. Ci hanno messo almeno dieci minuti i colleghi per trascinarlo via; “se non ha avuto scrupoli a fare questo davanti ai giornalisti – scuote la testa Costica -, immaginate cosa potrà fare quando ve ne andrete fra poco, ora che c’è tutto questo odio verso di noi”. Gli uomini sono rimasti immobili, non hanno mosso un dito. Solo, guardavano i giornalisti con uno sguardo indecifrabile, pieno di odio e di sconfitta. Una donna urla in romeno più giù. Urla e agita un pugno contro quello che è stato appena portato via a forza. Nessuno dei giornalisti, statue di sale, si gira verso Costica per chiedergli di tradurre le sue parole.

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