In culo alla luna

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Non chiedetemi la luna. Io sono solo un tassista.

Via Filippo Meda, Monti Tiburtini, ore 16.25. Sto poggiato sul cofano del taxi, in doppia fila e un po’ defilato dagli altri genitori, davanti al cancello della scuola elementare di mio nipote ad aspettare che esca per prenderlo, quando mi si avvicina un ragazzo sui venti. Ha il volto pallido, gli occhi azzurri ma rossi e spiritati, e tira forte su col naso. (Non credo sia raffreddore).

– E’ tuo il taxi? – mi fa.

– Sì – faccio io – devi uscire con la macchina?

– No, è che a guardallo m’è venuta voja d’annammene lontano da qui, ma proprio lontano lontano, in culo alla luna.

– Ma poi ce l’hai i soldi per pagarla? – gli chiedo io, con un leggero sorriso.

– Chi? – mi chiede lui, serio.

– La luna – rispondo io – per la prestazione sessuale.

A quel punto il ragazzo non dice più niente, e stampa solo il suo sguardo allucinato nei miei occhi. Forse non ha capito la battuta, penso, o forse l’ha capita e non gli è piaciuta, o forse, errore mio, è stata solo una stupidissima battuta fuori luogo. Comunque: il giovane mi fissa ancora qualche secondo, poi si volta e si allontana. E in quello stesso istante le porte della scuola si aprono e i primi bambini, correndo, iniziano ad uscire.

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