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Gli occhi sulla tela

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La sagoma del volto era pronta sulla tela bianca: gli occhi allungati, gli zigomi morbidi, il naso piccolo. La bocca, il mento. I capelli, lunghi, come una veste sulle spalle.

La sagoma del volto era pronta sulla tela bianca: gli occhi allungati, gli zigomi morbidi, il naso piccolo. La bocca, il mento. I capelli, lunghi, come una veste sulle spalle.
Il professore l’ha guardata e le ha detto che i lineamenti vanno bene, le proporzioni sono quelle giuste.
“Renda credibile la sofferenza della donna. Ce la faccia sentire. L’accademia conta sul suo lavoro per inaugurare la mostra sul femminicidio”.
Carla sa di non poter sbagliare. È la migliore del suo anno.
Però lei, quella sofferenza del volto, proprio non riesce a dipingerla. Da una settimana se ne sta chiusa nella sua stanza, esce solo per i pasti, passa le sue ore a colorare. Intinge le setole del pennello nella tempera sulla tavolozza e le sposta sulla tela, una, due, tre volte, ma quello che viene fuori non le piace mai. Disegna, colora, strappa. E ricomincia. Disegna, colora, strappa.
Sua sorella Elena, nella camera accanto, studia gli integrali. Scrive, calcola, risolve. E non ricomincia. Perché lei, la soluzione, la trova sempre. Anche se non la cerca a ogni costo.
“E le ragazze cosa fanno?”, chiede il padre alla madre. Carla studia, Elena è uscita. Carla legge, Elena esce. Carla suona il piano, Elena uscirà. Carla si preoccupa, Elena si diverte. Carla ha paura, Elena no.

Le dita formicolano, le orecchie fischiano, le guance dolgono, le tempie pulsano, i capelli graffiano il collo. La cerniera dell’abito, non del tutto chiusa, le raschia la pelle. Avverte il gancio scavare a destra delle vertebre, quasi a inciderne il contorno. Elena è sulla sedia di velluto verde davanti alla tela. Le gambe e le braccia legate saldamente. Le mani, una sull’altra, nell’atto del pentimento. La testa dritta verso la pittrice. Carla si agita sul suo sgabello. Ciondola col corpo avanti e indietro. Guarda nervosamente il disegno, scuote il capo, alza gli occhi sulla sorella, li abbassa di nuovo, prende il pennello e lo abbandona ancora. Va verso la sorella, le volteggia intorno. Poi, le dà uno schiaffo. E un altro. E ancora uno. Elena si scuote e sobbalza. “Soffri, maledizione”, le urla Carla rabbiosa.
Torna a sedersi. Riprende il pennello, lo colora di nero, riempie gli occhi sulla tela. Li guarda e fa no con la testa. Non c’è dolore in quegli occhi. Allora, si alza un’altra volta, va dalla sorella, le dà un pugno sullo stomaco. Elena spalanca la bocca e smette di respirare. Carla mette il pennello sugli occhi della tela. Guarda quelli, poi gli occhi di Elena. “Ma me lo dici perché non soffri?”, e di nuovo, disperata, si alza. Prende una sigaretta, la accende, si muove verso la sorella. La sfida con lo sguardo e le brucia prima un braccio poi l’altro. Elena spalanca la bocca e questa volta il lamento esce fuori. La modella piange e la pittrice dipinge. Ma la modella non soffre, e la pittrice lo vede che la sua modella non soffre. Piange, ma non soffre. Allora la pittrice avanza verso di lei, si inginocchia, le scopre le cosce. Le afferra con le mani, ci spinge dentro i polpastrelli. E morde, prima una poi l’altra. Fino a farle sanguinare. Elena piange. Carla si rimette in piedi e torna ai suoi colori.

“Ma che diavolo stai facendo?”, chiede Elena esausta, stravolta.
“Guardo la tua sofferenza e la dipingo”.
“Ma perché? Che significa?”, la voce di Elena è spezzata.
“Perché se tu soffri io riesco a dipingere”.
“E che devi dipingere?”.
“Una donna che soffre”.
“E io che c’entro con la tua donna che soffre?”.
“Tu c’entri sempre. È una vita che c’entri”.
“Che cosa vuoi dire?”.
“Che ti ho salvato”.
“E da che mi hai salvato?”, gli occhi di Elena sono pieni di stupore, di smarrimento.
“Ti ho salvato dal dolore”.
“Ma di cosa stai parlando? Di che dolore parli?”.
“Quello che provi se devi sempre essere all’altezza”.
“Ma all’altezza di che? Carla, che ti prende, che cazzo ti succede, me lo dici?”.
“Inutile. Tu non puoi capire. Tu, che le cose le fai sempre con leggerezza”.
Carla smette di parlare. Elena smette di fare domande. Elena osserva la sorella più grande di lei di due anni. È bella Carla, seducente con i suoi ricci biondi e le labbra sottili. Ma Elena non l’ha mai invidiata Carla. Non l’ha mai invidiata, lei, quella sorella sempre perfetta. Perché Elena, in fondo, non l’ha mai capita quella fame di perfezionismo in ogni cosa. Le piace il mondo nella sua naturale imperfezione. Le piace così.
Ora, però, si guarda le ferite. La vede la carne aggredita sulle braccia e sulle gambe. La sente la violenza dei denti incisi con disperazione. E prova dolore. Dolore per quella sorella che dalla perfezione è tormentata. Ne vede gli sforzi e il suo viso diventa bianco. Ne coglie la fatica e la fronte si corruga. Ne avverte la tristezza e gli occhi diventano lucidi. Ne sente il pianto, e soffre. Elena non piange, ma soffre.
Carla prova odio e rancore. Elena soffre.
Carla lo vede e dipinge.

La sala è affollata. Trenta stampe, tra foto e pitture, ne adornano le pareti.
Il professore presenta la sua studentessa migliore ai colleghi delle altre università. È suo il quadro che apre la mostra.
Elena, ora, quel quadro lo sta guardando, insieme a tutti gli altri. La donna sulla tela ha l’incarnato roseo, le labbra scarlatte, gli zigomi delicati, i capelli luminosi, gli occhi verdi, sorridenti, felici. Gli occhi. I suoi.

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