C’era un enorme volatile nero morto sul pavimento del palcoscenico, e solo Johan Steiner sembrava essersene reso conto.
Il giovane pianista si passò una mano tra i capelli biondi, tenuti lunghi e spettinati dietro esplicito ordine della sua agente. Quest’ultima sosteneva che un po’ di disordine nell’aspetto potesse evocare meglio l’immagine del genio, di un musicista dalla potenza espressiva dirompente e autentica, preistorica, non piegata dalla tecnica e dalle convenzioni. A udire quel discorso, Steiner si era quasi offeso: gli sembrava che il venire spacciato per genio sminuisse il duro lavoro che, ben più del suo talento innato, gli aveva permesso di arrivare a poter esordire, quella sera, in quel prestigiosissimo teatro, frequentato dalla crema della società del suo paese. Ma non poteva spuntarla contro l’agente. Johan tuttavia non era sicuro a conti fatti che l’avere i suoi capelli pettinati al solito modo sarebbe stato sufficiente a prepararlo a ciò che stava vedendo.
Steso a pancia in giù sul legno del palco, simile ad una antica chiave musicale dimenticata, stava un enorme animale piumato, dal colore nero, con le grandi ali spalancate ed il becco, che si trovava al termine di un collo singolarmente lungo e glabro, ormai irrigidito dalla severità della morte, puntato verso il pubblico. Johan era rimasto impietrito per qualche secondo, seguendo con lo sguardo il percorso di un rigagnolo di sangue scuro che usciva dal corpo immobile della bestia. Poi si era ripreso. Non poté fare a meno di notare che nessuno a parte lui sembrava avere avuto una qualsiasi reazione al bizzarro spettacolo, anzi il pubblico cominciò ad applaudirlo ritmicamente, per spingerlo a cominciare il primo brano: “Apparizione Diabolica”, prestissimo fantastico, quarto pezzo dell’opera quattro, una delle composizioni giovanili di Prokofiev.
Johan si esibì in un elegante inchino, e si trovò di fronte il cadavere dell’uccello nero. Le grandi ali uscivano dalla zona illuminata, e si fondevano con l’oscurità del palco, trasformandola in una sorta di orrido abbraccio. Un documentario visto mesi prima gli tornò alla mente. “È un condor” pensò “C’è un maledetto condor morto sul palcoscenico.” Notò pure che qualcosa era cambiato nella disposizione del cadavere.
Ora la bestia aveva il becco rivolto verso di lui, e gli sembrava quasi che quegli occhi azzurri, velati e con le pupille dilatate dalla morte, lo stessero scrutando con una malignità infinita. L’uomo e l’animale erano così vicini, che se Steiner si fosse prostrato in quel punto, invece che inchinato, avrebbe potuto baciare la testa del volatile. In quell’istante, neanche stesse aspettando che Johan si accorgesse della sgradita sorpresa, un tanfo insopportabile giunse alle narici del giovane, così forte da fargli lacrimare gli occhi. Rialzatosi dall’inchino, inseguito dall’odore di putrefazione, Johan Steiner, lasciandosi alle spalle la bestia, camminò meccanicamente fino a sedersi sul seggiolino di fronte al pianoforte.
Non poteva più tornare indietro: aveva scommesso tutta la sua carriera futura su quella serata, su quella breve esecuzione. Doveva suonare dando le spalle, grazie al cielo, a quel condor.
Che fosse un povero animale scappato dallo zoo e trascinatosi a morire lì? No, impossibile. Il corpo sarebbe stato spostato subito, dopo aver calato il sipario in tutta fretta. Un teatro così prestigioso non si sarebbe certo permesso di non reagire ad un simile incidente, accettando di mostrare al pubblico uno spettacolo così disgustoso. Che fosse un oggetto di scena, preparato apposta? Con tanto di sangue finto e puzza riprodotta chissà come? Ma a che scopo metterlo lì per la sua esibizione? Forse si trattava di un’altra trovata folle della sua agente, per aumentare l’impatto del pezzo musicale con una autentica apparizione infernale ai danni del musicista. Di un solo fatto Steiner poteva ormai essere sicuro. Quella cosa era davvero lì sul palco, e ci sarebbe rimasta fino alla fine del pezzo. Sarebbero stati i due minuti e mezzo più lunghi della sua vita. Non importava. Volevano farlo suonare col condor? Avrebbe suonato col condor.
Non era certo venuto lì per farsi spaventare da un uccello morto. Era lì per lasciare il pubblico a bocca aperta, e aprirsi una strada per il successo e la fama.
Colpì i tasti in avorio con le sue dita lunghe e sottili, e strappò loro un attacco potente e deciso, contraddicendo apertamente il “piano” segnato all’inizio dello spartito.
Johan impallidì, era colpa di quella maledetta bestia. Ora avrebbe dovuto faticare il doppio per convincere quel pubblico così esigente. Davvero un pessimo inizio.
Cercò di darsi una calmata. Dopo solo sei accordi arrivarono il primo cambio di chiave, da sol a fa, e un’altra variazione da piano a forte.
La mano destra di Johan modificò la propria posizione in risposta alle due variazioni che concludevano l’introduzione del brano, e le sue dita guadagnarono istantaneamente in velocità e peso. Il giovane aveva eseguito le due azioni in un singolo gesto, la cui rapidità e fluidità tradivano le innumerevoli ore passate a rieseguire il pezzo, a perfezionarlo nota per nota, movimento per movimento, fino a che il suo corpo non lo aveva memorizzato ed egli era divenuto in grado di suonarlo senza il bisogno di pensarlo, con la stessa naturalezza e mancanza di consapevolezza con cui respirava.
“Già va meglio” si disse il pianista, la puzza ancora presente, ma appena percepita, relegata a leggero fastidio di fondo, insieme a tutto resto del mondo, tranne il pianoforte, il suono che da esso proveniva, e il piacere che egli provava nel suonare.
Johan, dopo aver superato lo shock iniziale, era diventato tutt’uno con la musica, e la musica non si curava degli odori, per sgradevoli che fossero.
Le sue mani avevano iniziato a muoversi da poco più di trenta secondi, e si stavano arrampicando su e giù per delle scale di rapidi accordi in bemolle e diesis, passando con agilità da un appiglio di tasti neri all’altro, quando si accorse che sul pianoforte poteva vedere chiaramente una grossa macchia di sangue scuro, ormai semirappreso. Il condor, pensò, doveva essersi schiantato lì, prima di trascinarsi dove lo aveva trovato.
Con la coda dell’occhio, Johan scorse un movimento ai margini della pozza rossa: era un gruppo di formiche, intento a staccare un piccolo pezzo di sangue solidificato, probabilmente per portarlo via come cibo.
La bocca del giovane pianista si seccò, e un brivido freddo lo percorse da capo a piedi. Una zaffata del disgustoso odore, la cui intensità era ulteriormente aumentata, lo colpì di nuovo. L’aria corrotta sembrava provenire da molto più vicino rispetto a prima, tanto si era fatta più forte e pesante. Il giovane dovette sforzarsi per non vomitare dal disgusto, ma le sue dita non smisero mai di suonare.
Per Steiner tra la scoperta delle formiche e il ritorno dello schifoso odore non potevano essere passati più di due o tre secondi, ma la sensazione che avvertiva nelle mani lo informò che si sbagliava: dopo aver avvistato i piccoli insetti, realizzò, era passato per una serie di complesse acrobazie musicali, domando un “fortissimo” costellato da successioni rapidissime di note, una tra le parti più difficili del brano. Tale parte si trovava a circa un minuto dall’inizio del pezzo.
Johan continuò a suonare senza incidenti, fino ad un “diminuendo” che andò avanti per circa venticinque secondi, e via via che i due temi continuavano il loro bizzarro inseguimento reciproco, affievolendosi sempre più, il giovane pianista si accorse di un paio di strani rumori di fondo, fino a quel momento soffocati dai suoi pensieri e dalla musica: uno strano raschiare, come di tacchi strascicati e una serie scomposta di piccoli versi gutturali e rochi, deboli, interrotti da un respirare profondo e ansimante. Johan capì all’istante che i suoni venivano da dietro di lui, più precisamente dalla direzione in cui si era lasciato alle spalle la bestia immobile. Il mostruoso pigolio si fece lentamente più forte, il raschiare e la puzza più vicini. Poi il suono dei tacchi, (o erano artigli?) cessò, sostituito da un battito pesante e regolare.
Delle ventate fetide si abbatterono sulla sua schiena, una dopo l’altra, e la luce di un riflettore rispose alla domanda che Steiner, terrorizzato e immobile a eccezione delle mani, non aveva osato porsi. Un’ombra nera enorme veniva proiettata da dietro su di lui, sul pianoforte e una grossa sezione del palco, incombendo come un grande sudario, e il giovane uomo poteva distinguere in essa seppur vagamente un paio di gigantesche ali in movimento.
Con la fronte madida di sudore freddo e gli occhi verdi socchiusi, Johan passò da una rapida serie di accordi, il diminuendo era concluso, a una scala fluida in bemolle, le dita che percuotevano i tasti neri sottili e nervose come zampe di ragno. Alla fine del pezzo, si disse mentre il pigolio si trasformava in un debole urlo, roco e minaccioso, non potevano mancare che venti secondi o poco più. Il condor urlò ancora, con molta più forza rispetto alla volta precedente. Lo scorrere del tempo tradì nuovamente Steiner, e sembrò quasi fermarsi: i secondi divennero ore, e il giovane, pur sapendo che non aveva rallentato l’esecuzione, sentiva ogni singolo muscolo delle dita tendersi a turno, lentamente, per portare la punta sul tasto e premerlo. Un’eternità più tardi, Johan era finalmente giunto al “molto forte, feroce, poi fortissimo” che marcava l’inizio della conclusione del pezzo.
Fu allora che vide che l’ombra si stava rimpicciolendo, restituendo poco a poco territorio alla luce.
Dopo un primo, incauto attimo di sollievo, Johan comprese qualcosa di orribile: la bestia si doveva essere trovata in alto, vicino al riflettore, per proiettare un’ombra così grande, mentre ora stava scendendo, avvicinandosi, puntando su qualcosa o qualcuno. Probabilmente su di lui.
Come se avesse sentito suoi pensieri, e volesse confermarli, il condor emise un lungo grido gutturale e profondo, assordante, che riecheggiò, moltiplicandosi, per tutto il teatro. L’animale ferito doveva essersi infuriato. L’ombra continuò a rimpicciolirsi, a concentrarsi, guadagnando in oscurità ciò che perdeva in estensione, e continuò a coprire prima solo un pezzo del palco sempre più ristretto, poi solo il pianoforte e il pianista.
Quando Johan arrivò a suonare lo “staccato leggero smorzato” che costituiva il finale del brano, gli ultimi dieci secondi, il mostro doveva ormai trovarsi proprio sopra di lui. Il vento fetido si era fatto incredibilmente forte, formando una piccola raffica. Il giovane poteva vedere, rapito e terrorizzato, le punte delle ali nere agitarsi ritmicamente ai margini del proprio campo visivo.
“Ma perché nessuno fa nulla? Mi hanno chiamato qui per darmi in pasto a questa belva?” si chiese Steiner. Le sue dita, però, continuarono a eseguire magistralmente le ultimissime, gentili note del pezzo. Poi si fermarono.
Prima che potesse alzarsi dal seggiolino, o anche solo chiedersi come mai fosse ancora vivo, un’ondata di applausi entusiasti lo travolse.
Il pubblico era in visibilio.
Johan si alzò in piedi e si inchinò profondamente verso la platea. Di colpo si rese conto che quella sera aveva suonato meglio che mai.
Il condor si era rivelato, dopotutto, una sorta di benedizione, e provò quasi un senso di gratitudine verso l’animale. Si girò. Il condor non c’era, né sul pavimento, né in aria, né altrove. Johan Steiner era solo sul palco.


