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La signora Bonaria sta richiudendo il sacchetto rosso gonfio di tarocchi mangiati agli angoli, amuleti corrosi dal tempo e tazzine da caffè. Lo fa con precisione, stendendo con il palmo le carte più stropicciate, quelle irrigidite dall’umido quando si secca.

La signora Bonaria sta richiudendo il sacchetto rosso gonfio di tarocchi mangiati agli angoli, amuleti corrosi dal tempo e tazzine da caffè. Lo fa con precisione, stendendo con il palmo le carte più stropicciate, quelle irrigidite dall’umido quando si secca.

Caterina sta seduta sul letto e stende il collo come una tartaruga così può guardarla meglio, intanto si gratta la gamba, quella di sinistra, che ha preso a formicolare. La pelle è coperta da calze nere e pesanti, tagliate per metà da una gonna a fiori. Le ginocchia chiuse a incrocio.

La signora Bonaria indossa la stessa tunica da quando il marito se n’è andato appresso alla guerra. Le maniche afflosciate e nere le coprono in abbondanza le braccia sottili quanto fili per stendere. Le mani sbucano fuori come strumenti del mestiere aggrinziti dal tempo. I capelli sono raccolti indietro, nascosti sotto un velo corvino che puzza di brace e naftalina.

– Ci siete già da un’ora, tzia Bonà, e non succede nulla.

Caterina è impaziente. Stringe la mano secca della sorella che giace sul letto. Emilia. Tutta distesa per lungo, con le braccia incrociate sul grembo e gli acini del rosario intrecciati attorno alle dita. Di tutte le sorelle lei è la più piccola, quella nata durante la festa delle Grazie mentre la mamma serviva sebadas dentro sacchetti di carta dura. Tutti le volevano bene e tutti le strizzavano le guance con le dita chiuse a pinza.

– Non ti spazientire. Sto aspettando un segno. Dice la signora Bonaria con la voce impigliata nella gola.

– Sembra già morta. Povera Emilia mia. E accarezza la fronte della sorella malata.

La signora Bonaria ha chiuso gli occhi. Le palpebre livide e rugose vibrano un poco, mentre con le braccia disegna dei cerchi immaginari sopra il corpo di Emilia. Tutt’attorno si sente un odore rancido di pecora bollita e pecorino stagionato.

– Soffre di malamore tua sorella. La signora Bonaria apre gli occhi di scatto, quasi abbia paura di cancellare con la lentezza quella visione.

– Un uomo che prima la voleva, adesso non la vuole più. Conclude serrando le labbra vuote, da vecchia.

– È una fattura?

La signora Bonaria annuisce.

– Che devo fare tzia? Si può cancellare? Chiede Caterina con lo sguardo da fessa.

– La fattura si cancella eliminando l’oggetto che l’ha provocata.

Bonaria si alza dalla sedia in legno e paglia e si avvicina al corpo di Emilia, disteso sotto una coperta di lana grezza. Due angoli che toccano terra. Allunga un braccio verso il suo collo sbiancato e tira su la collana che le penzola dentro le virgole che stanno nel mezzo, dove i seni si sfiorano appena. Il ciondolo è un cuore bruno, grande quanto una noce.

– Questa è il problema.

– Dite che il problema è la catena tzia?

– Questa viene dal continente. Per cancellare la fattura dovete tornare là.

– Questo basta?

– Sulla nave dovete buttare la catena in mare. Emilia la deve lanciare dietro le sue spalle. Il male deve tornare da dove è venuto. Stanca morta sono, me ne torno a casa. La signora Bonaria schiaccia la schiena indietro e butta fuori ciuffi di fiato.

– Aspettate che vi do il pane Carasau.

Caterina si alza e prende il pane da sopra la madia. Lo ha fasciato stretto stretto dentro un panno di cotone inumidito. Rossana, pensa poi in un guizzo, Rossana Congiu. La fidanzata storica di Giovanni, l’uomo che a Emilia aveva rubato il cuore. È stata lei di certo a farle la fattura, riflette Caterina con il pane piatto in mano.

– Ecco, questo è per voi e per Totore.

La signora Bonaria sta già davanti la porta. La schiena ricurva e gli occhi pitturati di un liquido opaco, tipo cataratta. Arraffa il suo compenso stringendo forte, dalle fessure delle dita esce fuori il panno bianco. Ringrazia stirando le labbra in un sorriso, e se ne va.

Emilia non parla, ma i suoi occhi sono ora socchiusi, due fessure color mora più profonde dell’abisso in cui cadranno il suo cuore umano e quello di legno.

Caterina ha lo sguardo che cola di rimproveri muti. Se solo Emilia l’avesse ascoltata.

E quel Giovanni che pareva così innamorato cosa credeva di dimostrare con quel cuore sbeccato? Voleva forse sposarsela, Emilia?

Tutto bene andrà Emilia, tutto bene, ripete Caterina mentre affannata prepara la valigia a fiori. Spazzola, abiti, un po’ di cibo, qualche soldo, degli orecchini. Sembra debba partire per un’eternità. Eppure quel suo modo agitato di metter la roba dentro, arruffata senza logica assieme alle altre, sembra uno sfogo di rabbia concentrato male. Nelle cose in cui, forse, quella che serve è la calma della riflessione.

Rifletti Cate, rifletti senza agitarti.

Caterina si avvicina al letto di Emilia.

– Te la ricordi questa? Una spazzola d’osso pende rigida sopra la fronte della malata.

– Sempre te la usavi. Per spazzolarti i capelli prima di farti le tue storie. Ma quanto sei stata sciocca ad accettare i suoi inviti eh? Te lo avevo detto io che non c’era da fidarsi. E poi scusa: perché hai accettato la collana? In cosa speravi? Che ti sposasse?

E una risata debole esce fuori. Mischiata alle parole.

Caterina sta in piedi vicino al letto. Gli occhi calati in basso ad aspettare che Emilia le parli, che risponda alle sue provocazioni.

– Allora? Insiste.

– Hai capito cosa ho detto? Perché quel giorno non sei venuta da me a raccontarmi quello che stava succedendo?

L’ultima domanda esce fuori con il botto, un’esplosione di rancore dentro la bocca. Caterina trema.

Il respiro si è fatto faticoso, di rabbia. Che poi la cattiveria di Rossana Congiu la conoscevano tutti, giù in paese. Quella è strana, dicevano le vecchiette appollaiate sulle sedie messe appena fuori le loro porte di casa.

E chissà che Giovanni non fosse d’accordo, riflette Caterina, chissà se non è stato un piano organizzato proprio con Rossana Congiu, non appena Giovanni si è reso conto che in realtà non l’amava affatto, quella giovane Emilia. E lei stupida stupida stupida che ci è cascata con tutta la gonna. Lei stupida che si metteva un po’ di rosso sulle guance, lei stupida che stava sveglia tutta la notte a preparare le meringhe come pegni d’affetto e devozione, lei stupida stupida stupida. Emilia cara.

– Devo levarti la catena, dice poi, così la metto in valigia e non rischiamo di perderla.

Caterina lascia cadere il suo seno abbondante sul petto della sorella, sollevato quanto basta per formare una pozza d’ombra sul letto. Stringe gli occhi per centrare con precisione l’apertura della catena, così piccola e dura che solo al terzo tentativo riesce nell’impresa.

Emilia ruota la testa prima a destra poi a sinistra, prima lenta poi veloce. Poi schiude le labbra e impasta qualche parola.

– Oddio Caterì….che peso che m’hai tolto…

Caterina la guarda mentre la catena le ciondola tra le dita, e quel cuore di legno taglia l’aria compiendo oscillazioni lente, quasi ipnotiche.

– Che dici Emì?

Ma Emilia è già caduta di nuovo, sprofondata dentro il letto, affannando i respiri di chi stringe a stenti il filo della vita.

– Emilia? Emilia rispondi per favore.

Caterina va in cucina per prendere un panno imbevuto d’acqua che, in caso la fronte di Emilia continuasse a buttare fuori righi d’acqua o fiumiciattoli d’odore stantio, può tornare utile.

Attraversa il corridoio di mattoni rossi e poi il cortile interno, con un affaccio sul cielo d’inverno. Guarda su e le pare che le nuvole somiglino a dei cappelli storti. Subito prende un panno incastrato sotto il vassoio colmo di amaretti, lo bagna e torna indietro.

Le pare che Emilia sia rimasta nella stessa posizione, e le pare che il suo viso sia diventato più bianco del cielo in certe mattine di nebbia.

Caterina si ferma vicino al bordo del letto, là dove la coperta cade un poco a toccare terra. Ha gli occhi slargati, densi di paura. Il panno umido le cade moscio dalle dita, come un fiore avvizzito.

– Emilia?

Caterina la chiama soffiando fiato che sa di bocca amara.

– Emilia?

Caterina prende uno specchio piccolo e ovale dal comodino, poi lo avvicina alle labbra appena socchiuse della sorella. E attende.

Respira.

E attende.

Respira ti prego.

E attende.

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