Il disegno può aiutare a superare il dramma della guerra. La fondazione siriana Najda Now ha percorso questa strada, aiutando molti bambini a sfidare i ricordi più bui.
In un quartiere di lusso del centro di Beirut, la fondazione siriana per il soccorso umanitario e lo sviluppo Najda Now e l’Ambasciata norvegese di Beirut hanno organizzato, la scorsa primavera, una mostra intitolata “Luce contro le tenebre”, a voler testimoniare e ricordare le sofferenze e i traumi dei bambini durante la guerra in Siria. Bambini, che proprio per la loro innocenza e limpidezza sono particolarmente vulnerabili alle ferite che solo una guerra può infliggere.
L’esposizione ha raccolto 166 dipinti e 15 sculture realizzati da 43 bambini profughi siriani rifugiatisi nel campo di Chatila. La maggior parte delle opere, supervisionate da alcuni artisti, fra i quali la scultrice siriana Oruba Deeb, raffigura scuole, bambini che giocano, riunioni di famiglia. Ma i primi disegni erano ben altri, come vedremo.
La mostra è il frutto di un workshop durato tre mesi, volto a dare a questi bambini la possibilità di esprimere ciò che hanno dentro, aiutandoli a sanare le ferite inferte dalla guerra e dall’esilio, trasformando ricordi dolorosi in dipinti.
Suha Wanous, una giovane di Latakia arrivata in Libano da Damasco, aveva inizialmente disegnato una figlia che tiene per mano la madre mentre una pistola viene premuta sulla sua testa. Sullo sfondo la pioggia e il fuoco di un elicottero su una casa mentre due bambini giacciono sull’erba insanguinata, probabilmente morti. Gli organizzatori dell’esposizione hanno spiegato come Suha passasse ogni giorno un posto di controllo dell’esercito prima di andare a scuola, in Siria. Lei salutava i soldati con uno spontaneo Assalam Aleikum (la “pace sia con te” in arabo.)
Le sessioni di “arte terapia” sono iniziate proprio come risposta a schizzi come quelli di Suha, per far comprendere a tutti che i bambini possono superare la guerra. Se queste creature non hanno voce, hanno il colore per mostrare a tutti quello che hanno visto con i loro occhi. Per i bambini, esprimere quella voce su carta non era compito certo facile. Ed ecco, allora, che Nadja Now era intervenuta, entrando nel centro di Shatila, il campo di rifugiati nei sobborghi meridionali di Beirut, che sta diventando, sempre di più, la casa dei rifugiati siriani in fuga dalla guerra.
Le dozzine di disegni che apparvero agli operatori umanitari erano dipinti in nero, colore dell’ansia, dello shock e della paura. Quei bambini probabilmente pensavano che non avrebbero mai visto più nulla di colorato. Man mano che le sessioni cominciavano, compariva qualche colore, in particolare il verde della Siria e l’ocra di qualche panorama arido. Qualcuno iniziava a dimenticare, almeno un po’ e per un po’, quanto di terribile aveva visto in Siria. Di quando in quando, i bambini ricreavano scene di guerra, specialmente se sentivano le cattive notizie dalla Siria. Ma, come ha spiegato Yasser Moalla, psicoterapista di Najda Now “lo scopo non è quello dimenticare il trauma della guerra, ma di superarlo.” Molte illustrazioni che dipingono combattimenti, morte, o distruzione sono ancora visibili sui muri del centro in Shatila.
Anche se associazioni come Najda Now hanno aiutato molti bambini rifugiati a confrontarsi con il trauma della guerra, vi è altro: gli operatori umanitari insistono sulla necessità di dover fare ancora molto di più per i bambini della Siria. UNHCR e UNICEF hanno più volte dichiarato che un’intera generazione di bambini siriani “rischia di perdersi per sempre a causa del conflitto”.
La Siria è a pezzi, a brandelli. Stime conservative dicono che almeno 10,000 bambini sono morti a causa della guerra, e che, per quelli che riescono a trovare rifugio in paesi vicini, le condizioni di vita sono terribili. Il Libano, un paese di 4.4 milioni, ha ricevuto quasi 1 milione di rifugiati. Fra questi, 435,000 sono bambini in età scolastica, più del numero totale dei bambini libanesi oggi iscritti alla scuola pubblica. Mancano i fondi e anche laddove i finanziamenti non sono un problema, sono altri gli ostacoli presenti: in Libano, per esempio, i bambini siriani stanno fallendo gli esami di ingresso alle scuole pubbliche a causa delle differenze sostanziali tra i curricula dei due paesi, specialmente in materia di requisiti linguistici.
Sui giornali, non si vuole parlare più di storie di rifugiati siriani, le persone sono ormai de-sensibilizzate alla guerra, le storie fanno poco clamore. Così come non si vuole chiedere la carità. Per questi bambini, si vuole un diritto a un’istruzione, un diritto a un’infanzia, un diritto a vivere.
La comunità internazionale sembra averlo dimenticato.
La mostra ci ricorda che questi bambini meritano un futuro, fatto di oblio della guerra e di speranza di una vita migliore.
