Sosta di piazza San Pantaleo, corso Vittorio Emanuele. Ore 16.20. Un signore sul marciapiede sta suonando i bordi dei bicchieri. Sono bicchieri da vino, molti, di varie dimensioni, ciascuno riempito con una diversa quantità d’acqua e allineati su un ripiano di legno che poggia su due staffe di ferro. Lui sta in piedi. E’ un uomo sui cinquanta, piccolo, capelli bianchi e con un volto molto triste. Ma è bravissimo. Ha le mani aperte come quelle di un panista e lascia scorrere i polpastrelli dei medi sui bordi dei bicchieri, spostandoli con abilità e dolcezza da uno all’altro. Le melodie che fa uscire sono meravigliose. Ogni tanto interrompe, si sgranchisce le mani e ricomincia con una nuova armonia, mai uguale a quella di prima. Chiunque gli passa davanti, turista e no, puntualmente si ferma, guarda e ascolta ammirato qualche minuto, gli lancia qualcosa nella scatola attaccata davanti al tavolino e poi se ne va. Decido di farlo anch’io. Scendo dal taxi e mi avvicino.
– Sei molto bravo – gli dico mettendogli nella scatola, quasi piena (ci sono addirittura banconote da cinque), i miei tre euro.
Lui si ferma, alza il suo sguardo triste verso di me e resta in silenzio. E’ lì che mi accorgo che sul pianale, lontano dagli altri, c’è un bicchiere capovolto.
– E quello non lo suoni? – gli chiedo.
– No – mi risponde distaccato, riportando gli occhi in basso e riprendendo a suonare – quello lo uso solo per bere e dimenticarmi almeno per un po’ i dolori di questa di vita di merda.
Quelle parole mi lasciano di sasso, e così, senza aggiungere altro, me ne torno veloce verso il taxi. Ho fatto pochi passi, quando mi richiama.
– Ehy!
Mi volto.
– Grazie dei soldi – mi fa.
– Grazie a te – gli rispondo.
