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Martin Amis – Cattive acque (Einaudi)

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Martin Amis è ormai riconosciuto dalla critica come uno dei più importanti scrittori della letteratura mondiale. Ma quanti lo leggono veramente?

Martin Amis è ormai riconosciuto dalla critica come uno dei più importanti scrittori della letteratura mondiale. Ma quanti lo leggono veramente? Pochi, a mio avviso. I suoi romanzi fanno molta scena sulla libreria di casa ma quanto a prenderli in mano, bè quella è tutta un’altra storia. Le sue opere disturbanti e nichiliste non sono certo adatte a soddisfare i gusti del grande pubblico.
Einaudi pubblica i racconti di Amis apparsi sulle più importanti riviste letterarie di lingua inglese (Cattive Acque, pp.243 £.26.000). I personaggi di Cattive Acque sono individui che nel corso della loro vita devono fare i conti con una serie infinita di frustrazioni e insoddisfazioni, e che si lasciano risucchiare, il più delle volte, dal vortice delle proprie ossessioni ed inadeguatezze (veri e propri simboli dell’ormai declinante civiltà occidentale). Lo stile inimitabile di Amis è un caleidoscopio di trovate linguistiche e metafore guizzanti che ci lasciano senza fiato e con la sensazione, alla fine della lettura, di aver compiuto un viaggio difficile ma affascinante.

Vernon faceva l’amore con sua moglie tre volte e mezza alla settimana, e non c’era che di lamentarsi.
Per qualche ragione, la media della loro attività sessuale restava sempre costante. Di regola – anche se, certo, non senza eccezioni – facevano l’amore una sera sì e una sera no. D’altra parte Vernon si era distinto anche per far l’amore con la moglie sette notti consecutive; le sette dopo non lo facevano mai…al massimo una volta, nel qual caso la settimana seguente lo avrebbero fatto due volte, ma quella dopo ancora, quattro…o forse solo tre, nel qual caso la settimana seguente avrebbero fatto l’amore quattro volte ma quella dopo ancora, due…o magari una sola. (…)

Ogni volta – senza eccezioni – era lui, Vernon, ad aprire le danze. La moglie invariabilmente rispondeva con la solita schiva alacrità. Fra loro i preliminari orali avevano rilevanza statistica. Mediamente – e anche in questo caso la media risultava sempre quella, e anche in questo caso era sempre Vernon il cupo maestro di cerimonie – la fellatio era eseguita dalla moglie di Vernon ogni tre amplessi, ovvero 60,8333 volte all’anno, ossia 1,1698717 volte alla settimana. Vernon si produceva nel cunnilingus un po’ più raramente: in media ogni quattro amplessi, ovvero 45,625 volte all’anno, ossia 0,8774038 alla settimana. Sarebbe stato sbagliato anche pensare che le loro variazioni si limitassero a questo. Vernon, tanto per dire, due volte all’anno sodomizzava la moglie, il giorno del compleanno di lui – il che tutto sommato era comprensibile – ma anche ironicamente (o così pensava lui), il giorno del compleanno di lei. (…) Dopo, immancabilmente, Vernon si vergognava come un ladro, e l’indomani mattina l’uomo che si presentava a colazione era poco meno che un emaciato spettro di imbarazzo e rimorso. Sua moglie non ne parlava mai, e questo era importante. Se gli avesse detto qualcosa, probabilmente Vernon avrebbe smesso. Invece stava zitta. Capitava lo stesso quando Vernon eiaculava in bocca a sua moglie, cioè mediamente 1,2 volte all’anno. Attualmente erano sposati da dieci anni. Il calcolo era comodo. Ma quando fossero stati sposati da undici… o tredici anni? Una volta – soltanto una volta – Vernon era stato sul punto di eiaculare in bocca alla moglie, quando d’un tratto gli era venuta un’idea migliore e le aveva eiaculato sulla faccia. (…) Vernon eiaculava in faccia a sua moglie 0,001923 volte alla settimana. Non era così alta come frequenza di eiaculazione in faccia a una moglie, no?

Vernon era un uomo d’affari. Il suo ufficio ospitava diversi calcolatori elettronici. Vernon valutava le medie sessuali con l’ausilio di quelle macchine rapide, efficienti e irreprensibilmente discrete. Reagivano brillantemente, sempre con la stessa risposta, come a dire: “Sì, Vernon, tu lo fai con questa media”, oppure: “No, Vernon, non lo fai più spesso di così”. Lui trascorreva intere pause pranzo curvo sul calcolatore. E tuttavia sapeva che tutte quelle cifre erano, in un certo senso, approssimative. Oh, lo sapeva Vernon, lo sapeva. Poi , un giorno, fu assegnato all’ufficio contabilità un potente computer bianco. Vernon capì in un lampo che un sogno lungamente accarezzato stava per prender corpo: saltare degli anni. (…) Poco dopo la mezzanotte gli occhi arrossati di Vernon staccarono uno sguardo di selvaggia fissità dal monitor in cui la vita sessuale era stata tabulata da cima a fondo in prismi ricorrenti di tre e sei, in serie infinite come specchi contrapposti. (…)

Quando Vernon faceva l’amore con la moglie pensava solo al piacere e alla bellezza di lei; i gemiti sporadici ma alquanto lusinghieri che esalava fra i denti uniformemente socchiusi, la divina plasticità delle sue membra, la febbre, il delirio e la sicurezza del momento. (…) Anche i sogni di Vernon osservavano la monogamia: le donne che attraversavano quei paesaggi slabbrati ma fondamentalmente quotidiani non erano altro che tipiche icone dell’autosufficiente regno femminile: infermiere, suore, autiste d’autobus, custodi di parcheggi, poliziotte. Solo ogni tanto (una volta alla settimana diciamo, o forse meno, o forse a una media non calcolabile) le sue visioni gli davano il sospetto che nella vita ci fosse spazio anche per altro – una striscia luminosa che fulminava la campata di un ponte, i contorni di certe nubi, figure ben sagomate che camminavano in fretta nella luce cangiante.

Tutto questo, naturalmente, accadeva prima del viaggio di lavoro di Vernon. (…)

Arrivò in albergo alle otto…(…) Vernon salì in stanza con l’ascensore. Si lavò e si cambiò d’abito scegliendo, dopo qualche riflessione, la più sobria fra le due cravatte che sua moglie gli aveva messo in valigia. Scese al bar e ordinò un gin tonic. (…) Il bar era disseminato di gente del posto: uomini, donne che probabilmente facevano cose con gli uomini piuttosto di frequente, giovani coppie che confabulavano ridendo sotto i baffi. Proprio davanti a Vernon era seduta una formidabile signora impellicciata, con tanto di cappello e bocchino tra le labbra. Sbirciò verso di lui due volte, forse tre. Vernon non riuscì a stabilirlo con certezza. (…) Risalì in camera con l’idea di darsi una rinfrescata. Piano piano, davanti allo specchio, si spogliò completamente. Il suo corpo pallido avvampava di un quieto rossore febbrile. Si sentiva deliziosamente sbucciato, e toccandosi avvertiva un formicolio. “Che cosa mi sta succedendo?” si chiese. Poi, con sollievo, con vergogna, con estasi, si rovesciò all’indietro sul letto e fece una cosa che non faceva da più di dieci anni.
Quella notte Vernon lo rifece tre volte, e l’indomani mattina altre due.

Quattro appuntamenti scandirono la giornata successiva. La missione di Vernon era scegliere una calcolatrice tascabile adatta per l’uso quotidiano di tutti i dipendenti della ditta. Fra una dimostrazione e l’altra – l’anello di Moebius delle cifre, l’ammiccare iterativo del punto dei decimali – Vernon tornava in albergo con un taxi e lo rifaceva un’altra volta. – Vada più svelto che può, – sentiva se stesso dire al conducente. Quella sera ordinò una cena leggera in camera. Lo fece altre cinque volte… o sei? Aveva un po’ perso i conti. Ma la mattina seguente fu sicuro di averlo fatto tre volte: una prima di colazione, e due dopo. A mezzogiorno salì in treno per ritornare a casa avendo assommato un’incredibile totale di 18 volte in 36 ore; corrispondenti a…quante?…84 volte alla settimana, ossia 4368 all’anno. O forse la somma era 19. Vernon non ce la faceva più, e tuttavia in un certo senso non si era mai sentito così pieno di d’energia. Ed ecco che – in barba a tutto, che gli piacesse o no – i sussulti del treno gli stavano provocando un’erezione.

Come è stato? – gli domandò alla stazione sua moglie.
Stancante. Però è andata bene, – ammise Vernon.
Beh, sì, hai l’aria un po’ sciupata. Meglio che ci sbrighiamo ad andare a casa, così ti stendi un po’.
Vernon sbatté le palpebre. Non riusciva a credere a tanta fortuna.

Poco tempo dopo Vernon avrebbe ripensato fra il divertito e l’incredulo alla mancanza di coraggio mostrata nei giorni della sua illuminazione. Per dirne una, lo faceva soltanto a letto! Adesso, in uno stato di esaltazione assoluta e temeraria, lo faceva dovunque. Si distendeva primitivamente sul pavimento della camera matrimoniale e lo faceva lì. Lo faceva sotto lo sguardo impassibile delle ricoperture in porcellana e acciaio del bagno. Con ilarità scandalizzata si trascinava recalcitrando nel capanno degli attrezzi in giardino e lo faceva lì. Lo faceva sdraiato sul tavolo della cucina. Per un certo periodo prese gusto a farlo all’aperto, al vento dei parchi, dietro le palizzate del centro, o in campi dissodati; con il tremore alle ginocchia. Lo faceva sui treni senza scompartimenti. Prendeva una stanza in un qualche albergo a buon mercato per un’ora, mezz’ora, dieci minuti (immaginare la faccia del portiere). Pensò anche di prendere in affitto una piccola garçonnière. Confusamente e molto fugacemente valutò l’ipotesi di scappare con se stesso. (…) Stava totalizzando una media di 3,4 volte al giorno, ovvero 23,8 volte alla settimana, ossia 1241 forsennate volte all’anno. E sua moglie non sospettava niente.

Fino a qui le “sedute” di Vernon (come lui le chiamava) erano sempre state mentalmente organizzate intorno alla moglie, l’unica donna che avesse mai conosciuto: la sua bellezza, i suoi gemiti lusinghieri, la febbre, la sicurezza. Va da sé che la sua mente cominciò a produrre alcune elaborate varianti. Una tipica “seduta” incominciava di sera con lei che si spogliava. Si sfilava con un inchino il reggiseno pesante; poi, sottomessa, sgusciava dal tenero impedimento delle mutandine. Dava un leggero rantolo, metà di piacere e metà di paura (come immagini una donna?) mentre, Vernon, nudo e naturalmente in forma strepitosa, emergeva imponente dall’ombra. A quel punto la cavalcava veloce, forse con un accenno di brutalità. Le mani della moglie mimavano una fragile arrendevolezza mentre i muscoli erculei disegnavano onde e avvallamenti lungo il dorso scolpito di Vernon. – Ce l’hai troppo grosso per me, – le faceva dire qualche volta, o in alternativa: – Fa male, ma mi piace -. Di solito il crescendo collimava con la richiesta – da lei ululata – delle cose che raramente Vernon le faceva nella vita normale. Ma Vernon non le concedeva mai quello che bramava: oh, no. Per lo più si limitava a eiacularle in faccia. Naturalmente a lei (la troia) piaceva anche questo, con effimero disgusto di Vernon.

Poi fu la volta degli estranei.

Una sera d’estate Vernon tornò presto dall’ufficio. L’automobile non c’era: come lui aveva sagacemente previsto, sua moglie era uscita per fare la spesa settimanale al supermarket. Entrò di corsa, filando subito in camera da letto. Si sdraiò, si calò i pantaloni – poi, con un mugolio sensuale, se li sfilò del tutto. La cosa partì bene, con un avvincente preambolo che nelle ultime settimane riscuoteva sempre più le sue preferenze. Nudo e satiresco, Vernon era ritto nell’anticamera di fronte alla stanza. Sentiva già i bisbigli preparatori timidamente eccitati della moglie. Avanzava di un passo per aprire la porta, con la volontà di soffermarsi minacciosamente immobile per qualche secondo, le gambe nervose saldamente divaricate. Aprì la porta e restò con gli occhi fissi. A che cosa? A sua moglie che tra effuse sudorazioni si sgroppava un enorme zingaro bronzeo, il quale dal canto suo si voltava verso Vernon senza mostrare curiosità e tornava subito al lavoro, mentre l’isteria della volizione si spandeva sul letto davanti a lui. Vernon eiaculò seduta stante. Pochi minuti dopo sua moglie rientrò. Lo baciò sulla fronte. Lui si sentì decisamente strano.

Al tentativo seguente, quando aprì la porta trovò la moglie a capo chino sulla testiera, intenta a fare cose innominabili a un turco dalle spalle villose. La volta dopo, lei era bloccata con i gomiti piegati dietro le rotule mentre un cinese di oltre cento chili godeva a volontà dei suoi singhiozzi. La volta dopo ancora due negri luccicanti e taciturni la utilizzavano per i loro porci comodi. Furono in particolare i due africani a rimanere presenze costanti di quelle fantasie: e in buona misura li accompagnava sovente anche il turco. (…) Quando era in ufficio esplorava la propria mente a caccia di un singolo neutrino di sincero desiderio che la moglie facesse effettivamente simili cose con simili figuri. La sola idea lo faceva urlare di disgusto. E tuttavia, comunque fosse, non gli spiaceva fino in fondo, è vero? Comunque fosse, gli piaceva. Gli piaceva da matti. Ma giunse alla ferma decisione di smetterla.

Il suo approccio mutò radicalmente. – D’accordo, piccola, – mormorò tra sé, – adesso il gioco lo giochiamo in due -. Tanto per cominciare, Vernon fu protagonista di “scappatelle” con tutte le amiche di sua moglie. La più duratura e forse la più dettagliata fu quella con Vera, la sua ex amica dei tempi di scuola. Se la spassò con le sue compagne di bridge, con le consorelle della società benefica. Fece faville con ogni sua parente potabile: la sorella minore, quella graziosa nipotina. In un mattino di follia Vernon riuscì a sbattersi addirittura l’odiata suocera. – No, Vernon, ma cosa ti salta… – mormoravano tutte quante, impaurite. Ma poi Vernon le gettava sul giaciglio, levandosi la cinghia con uno schiocco imperioso. Tutte quelle donne, ai margini della vita di sua moglie: una a una, Vernon si sarebbe fatto tutta la squadra. (…)

Perché ormai Vernon era pienamente conscio di come ogni donna fosse lì, a portata di mano, pronta a un suo cenno, a un’alzata di spalle, al primo schiocco convulso delle sue perentorie dita. Faceva il servizietto sistematicamente a ogni femmina con cui incrociasse lo sguardo per strada: le usava a suo piacere e poi le scaricava senza neanche pensarci. Tutte le modelle sulle riviste di moda della moglie: anche loro si mettevano in coda per sfilare nella sua stanza. In capo a pochi mesi esaurì il repertorio delle più note attrici televisive. Per un periodo equivalente si occupò delle principali stelle del cinema hollywoodiano. (Come sussidio alla realizzazione del progetto, Vernon acquistò un librone patinato. Per il suo gusto, le amanti più audaci e atletiche erano le ragazze dell’Età d’oro: Monroe, Russell, West, Dietrich, Dors, Ekberg. Le varie Welch, Dunaway e Keaton le lasciava volentieri agli altri). A questo punto il catalogo dei nomi era strabiliante, e la maestria di Vernon con le donne epica, inarrivabile. Tutte le ragazze lo descrivevano senza ombra di dubbio come il migliore amante che avessero mai avuto.

Un pomeriggio diede una cauta occhiata ai giornali pornografici che fiammeggiavano sugli scaffali di un giornalaio fuori mano. Si annotò mentalmente volti e figure, e anche quelle ragazze godettero di un breve accesso all’harem sempre più rigurgitante di Vernon. Lui però era scioccato, e non si vergognava di ammetterlo: perché delle ragazze belle e giovani acconsentivano a spogliarsi per denaro in quel modo…in quel modo? E per quale meccanismo gli uomini volevano comprarne le foto? Turbato, e anche perplesso, Vernon operò la prima grande epurazione dei suoi vocianti alloggi ludici. Quella notte misurò i corridoi scintillanti e le quiete anticamere stropicciandosi le mani e guardando a destra e a sinistra con occhio implacabile. Alcune ragazze piangevano senza ritegno la perdita delle loro amiche: altre gli sorridevano con una furtiva aria di trionfo. Ma lui continuò ad andare avanti, facendo sbattere le pesanti porte dietro le sue spalle.

Poi Vernon cercò sollievo nelle pagine della grande letteratura. Qualità, ripeteva tra sé e sé: qualità, qualità. Era lì che si trovavano le ragazze di classe. Dando fondo ai reparti narrativa e poesia della svuotata biblioteca locale, Vernon si mise all’opera. Dopo rapidi amorazzi con Emily, Griselda e Cressida, e un memorabile weekend in compagnia della Buona Comare di Bath, Vernon puntò risolutamente su Shakespeare e sulle incantevoli stelline dagli occhioni sgranati della commedia romantica. Ruzzolò in preda alla ridarella con Viola sui colli illirici, dormì con la flessuosa Rosalind in una radura di Arden, fece il bagno nudo insieme a Miranda in una laguna turchese. In una sola sdegnosa mattinata attraversò a spruzzi l’intero quadrumvirato delle eroine tragiche: l’algida Cordelia (in effetti, rischiò il congelamento), l’agrodolce Ofelia (ancora un po’ repressa, anche se ne apprezzò la parlantina zozza), Lady Macbeth dagli occhi di serpente ( e qui Vernon aveva dovuto stare abbottonato) e il non plus ultra, quella caldissima fattucchiera che rispondeva al nome di Desdemona (Otello l’aveva inquadrata sul serio. Quella lì puzzava di sesso). Dopo un trastullo arduo, antigienico ma relativamente breve con il dramma della Restaurazione, Vernon marciò pimpante sulle giudiziose matrone della Grande Tradizione. Di norma, più le ragazze erano schive e rispettabili, e più sudicie e complicate erano le attività che Vernon si ritrovava a svolgere con loro (con le sgualdrine perse, come Maria Bertram, Becky Sharp o Lady Dedlock, Vernon si limitava a una botta e via, per poi sfrecciare semisvestito sui tetti). Pamela aveva i suoi pregi, ma fu Clarissa che si rivelò la vera artista da alcova della situazione: Sophia Western fu un discreto bocconcino, ma toccò alla pia Amelia il primato di colei che al canto di jodel totalizzò i massimi punteggi nel torrido repertorio di Vernon. Massi’, non trovò niente di che lamentarsi nelle sue cavalcate di una notte con partner come Elizabeth Bennett e Dorothea Brooke; erano attività mature, igieniche, basate su una chiara comprensione dei suoi desideri e dei suoi bisogni; quelle donne sapevano che gli uomini come lui prendono sempre ciò che vogliono; sapevano che l’indomani mattina al risveglio non l’avrebbero più trovato. Ma gli si fosse consegnata una Fanny Price, o meglio ancora, molto meglio, una piccola Nell, Vernon sarebbe entrato in camera a passo di marcia rimboccandosi le maniche; e di lì a poco Nell e Fan si sarebbero pentite di essere nate. E forse a loro spiacevano le nefandezze perpetrate da Vernon? Se gli spiacevano!? Al mattino, quando si preparava a partire, allacciandosi solennemente la cintura davanti al finestrone…oh, quelle, come ululavano! Le possibilità sembravano infinite. Altre letterature sonnecchiavano nei loro dormitori, in attesa. Il leone addormentato di Tolstoj: Anna, Natasa, Masa e le altre. La narrativa americana: quelle ragazzotte sarebbero state capaci di insegnare un trucchetto o due persino a Vernon. I subdoli Galli – Vernon aveva come la sensazione che lui e, per esempio, Madame Bovary, sarebbero andati abbastanza d’accordo…

Tuttavia in un weekend di perplessità, Vernon s’imbatté nelle opere di D.H. Lawrence. Chiudendo di scatto Arcobaleno la domenica sera, capì improvvisamente che quel particolare boulevard di possibilità – con il suo stendersi disordinato, le ramificazioni degli alberi e le loro stupende malattie, e quella prospettiva lontana su cui si profilavano montagne sabbiose – era giunto a una repentina e inoppugnabile fine. Non si era mai reso conto del fatto che le donne potessero comportarsi così…Vernon provò un oscuro senso di sollievo e anche una vampata di teorico desiderio quando alla fine sua moglie entrò, concitata, portando il vassoio del tè.

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