Da qualche mese al mio computer manca il tasto: “i”. Ogni volta mi tocca spingere forte nel quadratino mutilato della tastiera. Dovrei farlo aggiustare ma non riesco a separarmene: scrivo troppo per farlo. Questo scrivere troppo è da pochi anni il mio mestiere. Che non è facilissimo da spiegare. Molti si sbagliano, ti dicono “Ah, tu sei quella che mette i mobili sul set, sceglie le carte da parati, sposta le mucche nei prati e indica al regista la nuvola più bella da inquadrare?”
“No, quello è lo scenografo. Più o meno”.
“Uh. E lo sceneggiatore, allora, che fa?”
Lo sceneggiatore scrive i film.
A volte lo fa da solo, a volte insieme ad altri suoi simili o al regista. Una sceneggiatura è un curioso mattone destinato a finire buttato via. Perché non è fatta tanto per esser letta quanto usata: valutata, riscritta, smontata e infine trasformata in qualcos’altro (un po’ come il testo teatrale, sennonché ha un aspetto decisamente più sgraziato, è freddina e assai ostica da leggere).
Se quando scrivi per esempio un romanzo sei solo – sei davanti ai tuoi immaginari futuri lettori a cui parli con la tua sola voce – quando scrivi un film, o una lunga serie o un cortissimo metraggio che sia, sei invece sempre in compagnia: c’è una quantità di gente che si occuperà di trasformare le tue parole in qualcosa che si vede e s’ascolta. Al posto dei luoghi che avevi immaginato ce ne saranno di veri, scelti da altri e che forse non saprai riconoscere; al posto dei volti che ti eri figurato ci saranno attori con voci e gesti un po’ diversi e tutta quella realtà filmata prenderà per te e per tutti e per sempre il posto di ciò che prima viveva nella tua mente. Lo sceneggiatore è all’inizio della vita di un film come un genitore sta all’inizio della vita di suo figlio. È un piccolo miracolo, quel qualcosa che è nato da te ma che dipenderà sempre meno da te; lo lasci uscire di casa un pomeriggio e puoi solo sperare che si ricordi quel che gli hai dato e, soprattutto, di avergli dato qualcosa di buono.
Quello dello sceneggiatore è un mestiere a volte proprio chiassoso: fatto di discussioni, liti e – quantomeno – tante sigarette. Altre volte però è silenziosissimo, a parte il rumore dei tasti che battono. Oppure è solo un’attesa snervante che arrivino le idee. Alcuni fanno gli sceneggiatori al mare o a Villa Pamphili (io), altri si chiudono con le tapparelle abbassate tra pareti tappezzate di post-it che manco all’Interpol (non io). A volte è un lavoro che sembra lento al limite dell’impossibile, altre volte ci sono contratti e scadenze che ti fanno correre come un incosciente. A volte è un lavoro egoistico, perché ti piace troppo e non vuoi compromessi con niente e nessuno e invece ce ne saranno: non è mai solo arte. Altre volte non te ne frega niente, tanto scrivi per soldi e su commissione, e allora devi ricordarti di fermarti e chiederti se stai facendo il meglio: non è mai solo mestiere. Ma le volte migliori sono quelle in cui né scrivi solo per te né solo per qualcun altro. Allora pensi, discuti e ti accapigli, difendi e lasci, annoti e riscrivi finché comincia a intravedersi qualcosa che assomiglia a te ma anche ai tuoi compagni di scrittura e quel qualcosa prende il sopravvento e mette te e gli altri al suo servizio. È forse il momento perfetto di questo mestiere: quando nasce una storia che si sa far rispettare da sé.
Se vuoi vivere di questo mestiere ti capitano anche cose strane. A me, per dirne una, è capitato di lavorare per un paio d’anni dalle 9 alle 20 in un ufficio dove si dovevano inventare storie a ritmo industriale. Può capitare che ti rovinino il copione, che nessuno se lo fili, che te lo rubino perfino, o che sembra fatta e invece il film salta il giorno prima delle riprese. Ti capita di voler fare una strage di quelli con cui scrivi o di innamorartene – in ogni caso non sarà mai un rapporto innocuo. Ah, spesso e volentieri, specialmente nel nostro paese, per scrivere cose volutamente brutte sei pagato molto di più che per scrivere cose belle. Dai ai pegni un pezzetto d’anima sperando di riscattarla presto. Insomma, fare lo sceneggiatore è sempre una questione personale. Eppure mai del tutto.
Se non è facile da spiegare, come mestiere, meno che mai è facile insegnarlo. È quello che faccio alla scuola Omero da tre anni. Non esiste un metodo in senso stretto. Ci sono dei manuali che vanno presi con le pinze e c’è l’andare a bottega. Ma è soprattutto una questione di alternare un’attenzione rispettosa per quel che vedi attorno a te a un delirio privato da demiurgo. È pure una questione di imparare a fabbricare senso e non morale, e il confine è sottile. Si tratta di guardare tanti film e tante serie ma di non attingere mai direttamente da lì senza passare per la realtà di prima mano. A me questo mestiere l’hanno insegnato, più che le scuole, forse i miei genitori: mia madre che è una lettrice vorace e mio padre che è un grande cinefilo e un narratore naturale, nel senso che gli piace costruire drammaturgia e aneddoto attorno a tutto quel che racconta.
Ciò che faccio alla scuola Omero è aiutare i corsisti a tirare fuori le loro sceneggiature. Partiamo dalle idee, che sono la cosa più difficile da trovare: idee che ciascuno senta proprie e vive ma che possano diventare universali. Poi le sviluppiamo: le articoliamo in soggetti, scalette, sceneggiature. Dal primo livello ogni corsista esce con un copione di cortometraggio fatto e finito, al secondo addirittura con un lungometraggio, insomma un film. Ognuno scrive da solo, ma ogni passaggio è messo alla prova da tutti e tutti danno i loro contributi in aula: è quindi un grande laboratorio. Intanto si trova pure il tempo di fare teoria – drammaturgia, personaggi, struttura, dialoghi… – appoggiandoci all’analisi di spezzoni di film e corti e serie tv. E verso la fine arrivano degli ospiti – registi, produttori, sceneggiatori – che fanno da spietati editor alle storie dei corsisti. È un percorso impegnativo ma dà risultati importanti. Alcuni, finito il corso, hanno scelto questo mestiere: c’è chi è entrato al Centro Sperimentale, chi scrive per la televisione, chi ha vinto concorsi importanti e ha potuto girare i propri lavori. Anche se c’è la crisi e ci sono i tagli e siamo tutti un po’ insicuri, anche se guardiamo invidiosi un po ‘all’America dove Tutto è Meglio e un po’ al nostro Glorioso Passato cinematografico, penso che questo sia pure un bel momento per cominciare. La nuova generazione di autori è coraggiosa ed è una bella sfida provare a farne parte.
