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Devo dirti una cosa

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Francesco e Marta non si amavano più da molto tempo. Erano stati una bella coppia, invidiatissima, fortunatissima. Entrambi ventiquattrenni, quando si erano conosciuti, sembravano fatti l’uno per l’altra: lei amava Oscar Wilde e lui aveva una frase del ritratto di Dorian Gray tatuata sul braccio, lui era un buongustaio, sebbene magrissimo, e lei un’ottima cuoca.

Francesco e Marta non si amavano più da molto tempo.

Erano stati una bella coppia, invidiatissima, fortunatissima. Entrambi ventiquattrenni, quando si erano conosciuti, sembravano fatti l’uno per l’altra: lei amava Oscar Wilde e lui aveva una frase del ritratto di Dorian Gray tatuata sul braccio, lui era un buongustaio, sebbene magrissimo, e lei un’ottima cuoca.

Lei sognava una casetta in campagna, con un figlio, possibilmente femmina e due cani e, incredibilmente, anche lui. Erano d’accordo perfino sulle razze che avrebbero voluto: un setter e un alano.

Il loro primo appuntamento fu l’appuntamento perfetto con il ristorante perfetto, la musica di sottofondo perfetta, la passeggiata perfetta, il bacio perfetto.

Tornati a casa entrambi scrissero sulla loro Moleskine che avevano trovato l’uomo/la donna perfetto/a.

Il loro primo anno insieme fu un anno eccezionale. Carriera universitaria di lui eccezionale, carriera universitaria di lei, anche. Cene eccezionali, amici eccezionali, sesso eccezionale.

Ma ciò che era ancora più eccezionale era che i genitori di lei adoravano lui, i genitori di lui adoravano lei.

Sembravano invincibili e destinati a durare per sempre agli occhi di tutti gli invitati al loro matrimonio, due anni dopo.

La chiesa, impregnata dell’odore acre dell’invidia, era incredibilmente bella, la cerimonia incredibilmente lussuosa, i vestiti incredibilmente cuciti, il pranzo incredibilmente cucinato.

Perfino i sette anni che seguirono furono degli anni bellissimi. Ebbero subito la loro prima ed unica, bellissima figlia. Comprarono un setter ed un alano, come previsto, e la loro casetta in campagna.

I problemi cominciarono all’ottavo anno di matrimonio, dopo dieci di convivenza.

Cominciarono in modo crudelmente veloce, e prima che nessuno dei due riuscisse a rendersi conto di ciò che stava accadendo loro, cominciò la brutta discesa.

Ma erano due persone razionali e vissero altri sei anni razionali. Lei portava ancora a lui la colazione a letto e gli stampava un bacio razionale sulla guancia, lui sorrideva e razionalmente pensava che brava moglie che mi ritrovo; lui tornava a casa e metteva il latte dentro il frigo e lei pensava che bravo marito che mi ritrovo.

Facevano del sesso razionale, il Lunedì e il Giovedì e poi si facevano due o tre carezze razionali a letto, prima di addormentarsi, razionalmente, uno all’estremità destra e l’altro a quella sinistra.

Al settimo anno qualcosa, o meglio, qualcuno, fece perdere loro la voglia di razionalità: il nuovo segretario a lei, una bella commessa a lui.

Anche la loro separazione avrebbe potuto essere perfetta: in comune accordo, da buoni amici.

Ma c’era Lucrezia, la loro unica, adorabile figlia.

Bellissima, bravissima a scuola, bravissima negli sport, bravissima a suonare il pianoforte, Lucrezia era il loro prodotto ben riuscito.

“Certo, forse è un po’ viziata…” ammettevano qualche rara volta tutti e due, affrettandosi poi ad aggiungere “…ma è così brava!”.

Lucrezia aveva quindici anni ed entrambi pensavano che avrebbe potuto capire. Decisero di parlarle non appena il padre avesse trovato una nuova sistemazione, vicino a loro, in modo da tranquillizzarla e farle arrivare che non avrebbe perso né l’attenzione né l’affetto di nessuno dei due genitori.

Ma.

Un giorno di quelli, l’adorabile Lucrezia tornò a casa in lacrime e, tra i singhiozzi, spiegò che i genitori di Marianna, la sua migliore amica, stavano per separarsi e, tra il senso di colpa e l’incredulità di Francesco e Marta, spiegò loro come la cosa l’addolorasse, come fosse terribile, come fosse crudele, come fosse tremendo, come fosse irresponsabile.

Se fossi in lei mi suiciderei, diceva.

I genitori ascoltavano le sue parole, pallidi.

Una volta in camera da letto si dissero di aspettare qualche settimana, di prepararla magari con qualche vago discorso, ma le settimane passavano e, mentre i due lasciavano che queste ipotesi rimanessero tali, la situazione peggiorava.

L’adorabile Lucrezia tornava a casa, posava lo zaino, e senza neanche aspettare che tutti e tre fossero a tavola, cominciava a vomitare una valanga di parole sulla separazione dei genitori dell’amica. Sembrava insieme il suo argomento preferito e la sua ossessione.

Com’è triste, Marianna, come sta male, Marianna, come sono cattivi i suoi, come sono egoisti i suoi, come sono perfidi i suoi, come non vorrei essere Marianna, come sono fortunata a non esserlo…

I genitori incassavano questi discorsi, ogni volta, come pestaggi. E ne uscivano nauseati, con il respiro pesante, distrutti.

Senza forze poi si sdraiavano sul letto, senza riuscire a dormire. Il senso di colpa ed insieme la voglia di libertà li braccavano.

Cominciarono i pianti di notte di Marta e gli isterismi di Francesco. Facevano tutto tra di loro, pensando che Lucrezia non si fosse accorta di nulla.

Infatti lei continuava ad essere allegra, sorridente, bella e brava.

Marta, dimagrita, era sempre più silenziosa e Francesco cominciava a perdere i capelli. Ma quando arrivava a casa Lucrezia, tutti e due vestivano il loro sorriso più finto e si mettevano a tavola.

I due parlarono con uno psicologo, pensarono e discussero spesso su come fare, ma, silenziosamente, nessuno dei due vedeva una via d’uscita. La loro piccola, deliziosa creatura, si sarebbe uccisa o comunque sarebbe stata segnata per sempre. Bisognava aspettare.

Passò un anno e le cose presero un nuovo equilibrio. Una specie di rassegnata serenità ingrassò Marta, che riprese il suo solito colorito e ripopolò di capelli la testa di Francesco.

Ciò che continuava a diminuire, era la loro speranza.

Il segretario di Marta, non potendone più di fugaci scopate tra fogli e penne sparsi sulla scrivania, diede all’amante un ultimatum. Che lei non poté rispettare.

Il segretario la lasciò e Marta perse la voglia di cucinare, di ridere e di leggere.

La sua unica ed ultima consolazione era il sorriso di Lucrezia: sempre più bella, sempre più brava. “Almeno le abbiamo evitato la sofferenza che Marianna ha dovuto sopportare” pensava, con una punta d’orgoglio, la madre.

Mentre la moglie s’invecchiava a vista d’occhio, Francesco non faceva che pensare alla sua giovane amante e tempestarla di messaggi e telefonate. Stufa di quest’ossessiva, virtuale presenza e della invece sua quotidiana assenza, la bella commessa troncò la relazione.

Francesco perse la  battuta pronta e la sua risata contagiosa. Smise di fare sport e cominciò a giocare a video poker, sperperando un mucchio di soldi.

Fu uno di quei tesi e tristi giorni tutti uguali, che Marta e Francesco decisero di fare un giro al centro commerciale. Una volta lì, ovviamente, si divisero.

Marta entrò in un negozio per casalinghi, senza un preciso motivo. Francesco andò a cercare un bar, nella silenziosa speranza di trovare un video poker.

“Marta!”, si sentì chiamare, mentre fissava, incantata, dei brutti sottobicchieri marroni.

“Giulia, ciao! Che piacere!”, esclamò, piegandosi leggermente per baciare la donna. La mamma di Marianna era molto, molto bassa, ma carina. Marta la guardò meglio: era proprio in forma!

La curiosità e l’invidia la divoravano, mentre fissava l’altra che camminava allegramente tra gli scaffali. Uscirono che Giulia aveva comprato un bel set di posate, Marta quei brutti, inutili sottobicchieri.

Marta propose all’amica un cappuccino.

“Le posso offrire un caffè, bel signore?” avanzò una voce maschile all’orecchio di Francesco, picchiettando sulla sua spalla, qualche negozio più in là.

Il padre di Lucrezia distolse immediatamente lo sguardo dal video poker, pronto a rifilare all’uomo una rispostaccia, quando lo riconobbe, arrossendo istintivamente: non doveva essere una bella immagine quella di lui ipnotizzato davanti a quello stupido gioco.

“Alberto!”: il padre di Marianna, la migliore amica di Lucrezia, gli era sempre stato simpatico.          Incorreggibile giocherellone, gli ricordava una specie di più magro e meno ottuso, Homer Simpson.

I due si sedettero al bar, per un caffè.

Intanto, qualche negozio prima, la mamma di Lucrezia aveva in poche parole riassunto la sua non facile situazione per poi, senza più trattenersi, chiedere a Giulia se avesse voluto parlarle di qualcosa, se avesse voluto, per caso, sfogarsi riguardo alla separazione.

“Quale separazione?”, chiese Alberto a Francesco, qualche negozio più in là, quando quest’ultimo gli chiese se l’amico ne fosse uscito indenne.

“Tu e tuo marito non vi siete separati o, comunque, non eravate sull’orlo della separazione?” insistette Marta, quando, qualche negozio prima, la mamma di Marianna le chiese di quale separazione stesse parlando.

“Certo, io e mia moglie abbiamo avuto, come tutti, i nostri alti e bassi, ma non abbiamo mai pensato di separarci!”, raccontava ad un confuso, accigliato Francesco il padre di Marianna, qualche negozio più in là.

La stessa risposta venne data a Marta, qualche negozio prima. La donna, in silenzio, abbassò la testa, sperando che contando i granelli di zucchero rimasti nella tazzina vuota, sarebbe riuscita a trattenere le lacrime.

Erano ventisette.

Quando fu sicura di poter parlare, a bassa voce rispose: “no, niente. Mi sarò confusa con qualcun altro”. Salutò distrattamente Giulia e cominciò a camminare con gli occhi sul pavimento.

La conta delle mattonelle non riuscì a distrarla da quel suo nuovo, martellante, pensiero: “come dirlo a Francesco?”

“Marta”, si sentì sfiorare la spalla. Il marito era lì, davanti a lei.

Con occhi tristi, parlò : “devo dirti una cosa”, disse.

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