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Una mattina, appena sveglia, Marta tirò su la tapparella e vide un angelo lungo e nudo picchiare in volo verso di lei. Per lo spavento mollò la presa e la serranda rimase a metà, bloccando l’ingresso di quel grosso volatile che ci restò incastrato.

Una mattina, appena sveglia, Marta tirò su la tapparella e vide un angelo lungo e nudo picchiare in volo verso di lei. Per lo spavento mollò la presa e la serranda rimase a metà, bloccando l’ingresso di quel grosso volatile che ci restò incastrato. Testa, mani e piedi sbucavano nel piccolo monolocale, mentre gambe sedere e schiena scodinzolavano di fuori, nel vuoto. Non erano certo le ali a impedirgli di passare, anzi, risultavano fin troppo piccole per un corpo imponente come il suo. Semmai era tutto il resto che giganteggiava: braccia, spalle, cosce più lunghe dell’intero busto di Marta che se ne stava lì a bocca spalancata, mentre questo strano uccello dalle sembianze umane tentava inutilmente di districarsi per entrare.

– Tutto bene? – gli chiese Marta tenendosi a una certa distanza, ma l’angelo non le rispose. – Voglio dire, hai bisogno di aiuto?

Lui però si limitava a scuotere la testa, come a dire: ma guarda un po’ in che situazione sono capitato. Anche Marta si sentiva un po’ a disagio, anche se, tutto sommato, non aveva poi una gran paura.

L’angelo cominciò a guardarsi intorno, puntando i suoi occhioni verdi e blu in tutte le direzioni. I  lunghi capelli ondulati, morbidi e pieni di luce, gli rimbalzavano dolcemente sulla fronte man mano che si sforzava di divincolarsi da quella finestra troppo stretta. Fece un gesto di scoraggiamento: sollevò lo sguardo al cielo e aprì le braccia, come a volersi giustificare.

– Oddio scusa! – gli disse Marta all’improvviso. – Aspetta, ci penso io – come se solo in quel momento avesse davvero capito la situazione.

Finì di tirare su la tapparella e l’angelo riuscì a entrare. Era un po’ rosso in viso, probabilmente per lo sforzo, oppure per la figuraccia, non si riusciva a capire bene. I suoi lineamenti erano così delicati, le labbra così rosse e morbide, che avrebbe anche potuto essere una femmina, soprattutto per via di quelle tette che sembravano un po’ troppo tonde per essere due pettorali. Ma il sesso degli angeli, questo lo sapeva anche Marta, era difficile da determinare.

– Allora, ti sei fatto male?

L’angelo si voltò verso di lei e cominciò a guardarla con quei suoi occhi intensi, struggenti, che sembravano dire: guardami, guardami, e così lo guardò anche lei. Fu allora che sentì quel firulì-firulà, una specie di flauto o qualcosa del genere che emetteva note così sottili e acute che a tratti si spezzavano.

– Sei tu? – gli chiese Marta avvicinandosi un po’. – Sei tu che emetti questi strani suoni?

Ma nemmeno questa volta ottenne risposta. Provò a guardarsi intorno e poi lanciò un’occhiata fuori dalla finestra. Quello zufolìo era sparito, forse se lo era soltanto immaginato.

Quando si voltò nuovamente verso di lui, vide che si era messo a sedere con le gambe incrociate sul pavimento, e che continuava a guardarla pieno di intensità. Era piuttosto bello, davvero. Marta si fece ricatturare dai suoi occhi e improvvisamente il firulì-firulà ritornò nell’aria.

L’angelo sorrise. Aveva denti bianchi e splendenti, illuminati da un’insolita luce calda che proveniva dal soffitto. Nella stanza si diffuse una melodia celeste e rosa e campanelle sottili trillavano tutt’intorno come ad annunciare un raduno di fate. Un odore di primavera in fiore si sprigionò in quel monolocale dalle pareti chiare e Marta sentì la carezza di una pioggia di petali dalle mille sfumature che volteggiavano spruzzando qua e là aromi delicati. L’estasi durò dieci minuti, venti, quasi un’ora. Ma poi a Marta venne fame e così aprì gli occhi e ritrovò il suo angelo nella stessa identica posizione, il sorriso dolcissimo, una grande calma interiore.

– E’ stato un bellissimo buongiorno, grazie. Ma adesso che ne dici di fare colazione?

L’angelo ebbe un sussulto, come se uno spavento lo avesse colto impreparato. Ma poi il suo viso si distese nuovamente e di nuovo quella musica, quel coro, quella sinfonia di profumi e di colori avvolse Marta come un mantello gentile e lei si lasciò andare. Fu ancora la fame a svegliarla mezz’ora dopo: la sentiva guaire come un cucciolo di cane lasciato fuori dalla porta. Provò ad alzarsi, ma l’angelo le fece cenno di restare. Ancora una volta cominciò a guardarla con quel suo sguardo ipnotico, ma a quel punto Marta era proprio affamata:

– Non credo di poter resistere ancora. Ho troppa fame per pensare a qualsiasi altra cosa.

Per tutta risposta l’angelo diventò triste. Due laghetti gonfi di dolore si affacciarono dai suoi occhi chiari.

– Che ho detto di male? Tu non hai bisogno di mangiare?

Il canto dell’angelo si trasformò in un pianto dirotto, una specie di mugolio continuo che fuoriusciva chissà da dove –la bocca, infatti, era sempre chiusa, e il viso non si torceva in alcuna espressione. Solo i suoi occhi rivelavano quella tristezza senza fine.

Il pianto si fece così acuto da diventare stridulo, tanto che Marta fu costretta a mettersi le mani sulle orecchie. L’angelo cominciò a gonfiare e sgonfiare l’addome come un mantice, emettendo un suono sempre più penetrante e insopportabile, a metà fra una cornamusa e il rumore del gesso sulla lavagna.

– Vuoi smetterla? – disse Marta spingendo ancora di più le mani sulle orecchie, ma non c’era niente da fare: il pennuto sembrava inconsolabile. – Smettila ti ho detto, mi stai spaccando i timpani!

Per tutta risposta lui si ficcò la testa fra le ginocchia e aumentò il volume di quello strazio. Ora dondolava avanti e indietro, stringendosi le caviglie con le mani. Marta ebbe un moto di compassione:

– Facciamo così: io resto con te ancora un po’, ma tu la devi smettere di strillare – e gli mise una mano sulla spalla nuda. Subito lui smise di piangere e le sue piccole ali di piume cominciarono a fremere di felicità. Girò dietro di lei e l’avvolse delicatamente da dietro. Il suo viso si appoggiò sulla spalla di Marta, accarezzandola piano piano con le sue guance lisce e un po’ gommose. Marta chiuse gli occhi e si lasciò trasportare da quel tepore. Era come salire in cielo su una colonna di aria calda, rosa, quasi carnale. L’angelo le prese le mani e cominciò a farle volteggiare in aria, disegnando strani cerchi, come quelli di un direttore d’orchestra. Fu allora che ripartì quel canto, stavolta però non nella stanza, ma direttamente nella gabbia toracica di lei, che cominciò a vibrare come una cassa di risonanza. Ma presto arrivò un nuovo brontolìo di stomaco, ancora più prepotente. Marta aveva così fame che invece del guaito di un cucciolo si sentì dentro il latrato di un lupo.

– Lo so, sarebbe bello vivere sempre così, ma non è possibile – disse staccandosi da quell’incanto. Non fece in tempo a finire la frase che subito ricominciò quel suono insopportabile, simile a un asino impazzito.

– Ma lo sai che sei un bel maleducato? – disse girandosi di scatto. – Non si può mica piombare a casa della gente e pretendere in eterno tutta l’attenzione!

L’angelo la guardava con un punto interrogativo sulla fronte, un’espressione mista fra dispiacere e imbecillità. Ma non la smetteva di frignare.

– E poi non mi sembra corretto impedire a qualcuno di fare la cosa che più desidera al mondo.

Lui per tutta risposta si gettò su di lei trattenendola per un braccio. La vicinanza stretta con quella fonte di rumore insopportabile la faceva diventare matta.

– Lasciami! – gridò. – Lasciami ti ho detto, non costringermi a…! – urlava, ma lui si accoccolava sempre di più trattenendola e guaendo direttamente nelle sue orecchie.

Partì uno schiaffo. L’angioletto ci restò di stucco: di certo nessuno aveva mai osato tanto. Smise di urlare e una lacrima trasparente e tonda come una biglia rotolò giù dai suoi occhi spaventati. Un silenzio di rombi d’automobile, clacson e l’eco gracchiante della televisione del vicino irruppe improvvisamente nella casa. Scese nell’aria uno strano presagio.

Fu a quel punto che l’angelo cominciò a scuotere la testa, come se stesse rispondendo a qualcuno. Sembrava molto contrariato.

– Che succede adesso? Con chi stai parlando? – ma lui non la degnava di attenzione. Piuttosto continuava a guardare verso il soffitto gesticolando in modo nervoso. Che ci fosse qualcuno al piano di sopra?

L’angelo continuava a scuotere la testa, si toccava la guancia, poi guardava nuovamente verso di lei e ricominciava a fare no in modo risoluto. Una specie di brivido attraversò la schiena di Marta, che non si sentiva più tanto a posto con la coscienza.

– Ok, ti ho picchiato. Ma se sei sincero ammetterai che anche tu hai esagerato… – Adesso però si sentiva stupida a dire quelle cose, tanto più che lui sembrava piuttosto occupato a discutere con il suo invisibile interlocutore.

– Lo so, sei un angelo – riprese con voce incerta, quasi timorosa. – Magari avrei dovuto trattarti con più… – ma si bloccò osservando il cherubino che balzava in piedi con uno scatto d’ali. Era tutto rosso in viso, si sarebbe detto perfino indignato. Sembrava un bambino a cui venga ordinato di fare qualcosa che non vuole. Ma non era con Marta che ce l’aveva.

– Ascolta, io… – riprese lei senza troppa convinzione. L’angelo incrociò le braccia e si piantò a terra battendo un piede. Sembrava categorico: ma su che cosa? Ad un tratto fece una torsione e si mise a frugare fra le sue ali. Spulciava quelle penne a una a una, lasciando cadere a terra un po’ di polvere profumata. Finalmente trovò quello che cercava: un piccolo santino dai bordi consumati. L’angelo lo aprì e cominciò a sventolare quell’immaginetta in alto, guardando Marta, poi il santino, poi di nuovo il soffitto e così via. Anche Marta vide quell’immagine, e riconobbe il mantello azzurro e la grande aureola dorata.

– Guarda che c’è un equivoco – provò a spiegare. – Io non sono la Madonna – disse indicando il santino e poi facendo no con il dito. – Ok, tutte e due abbiamo i capelli neri, ma sai quante persone ci sono con i capelli neri?

L’angelo annuiva soddisfatto. Sembrava che fosse pienamente d’accordo con le sue parole, anche se probabilmente non ne capiva nemmeno una. Adesso faceva su e giù con la testa, rivolgendosi di nuovo al soffitto. Aveva la tipica espressione di chi vince una scommessa. Fu a quel punto che dal piano di sopra partì un piccolo fascio di luce che incenerì il santino a poco a poco. Era lo stesso effetto di quando si fa passare il sole da una lente d’ingrandimento, con l’unica differenza che la lente non c’era, e neppure il sole. L’angelo abbassò immediatamente il capo, e per una strana associazione cominciarono a sfilare nella testa di Marta le immagini più apocalittiche: giudizio universale, angeli sterminatori, sodoma e gomorra, girone dei dannati. E, per un’associazione ancor più strana, le tornò in mente quel servizio fotografico sull’ultimo pasto dei condannati alla sedia elettrica: alcuni di loro avevano chiesto un hamburger con patatine, oppure torta di mele, pollo fritto, olive nere.

– E io, che cosa voglio io?

Inghiottì un respiro ruvido, senza saliva, e si diresse timidamente verso la dispensa. Un passo dietro l’altro, sperando di non venire fulminata. Prese tutto ciò che le serviva e con le mani che tremavano infilò due fette nel tostapane. Si voltò di nuovo a controllare la situazione: l’angelo era in piedi con la testa china, come se stesse in punizione, ma poteva ancora succedere di tutto. Accese il bollitore elettrico. Il suo cuore faceva tu-tum così forte che riusciva a stento a tenere la frutta in mano. Cominciò a sbucciare un kiwi, un pezzo d’ananas, una pera. Non riusciva a smettere di pensare a quel santino incenerito. Rapida e quasi senza respirare, tagliò il kiwi in strisce verticali e le dispose una dietro l’altra formando due linee su un grande piatto ovale. Bucò al centro due rondelle d’ananas, togliendo la parte dura, e le dispose in cima ai due verdi steli. Poi le circondò di petali di pera. Aggiungeva ogni fettina dicendosi: devo sbrigarmi, ma non smise finchè i due girasoli non furono completi. Poi aprì una banana, ne tagliò due dischetti e li mise al centro di quelle corolle d’ananas. Nel frattempo l’angelo, che si era rialzato e avanzava alle sue spalle in punta di piedi, si dava piccole spintarelle in alto con le ali per sbirciare meglio il suo operato. L’odore di pane tostato si sprigionò nella cucina, facendogli il solletico nelle narici. Starnutì così forte che Marta credette di avere un infarto.

– Io! – disse di scatto, voltandosi verso di lui. – Io… – e scoppiò a piangere a dirotto. – Non è giusto quello che fate, s-siete troppo prepotenti lassù in cielo. E poi… – e qui dovette fermarsi un attimo, scossa dai singhiozzi. – …e poi non ho mica ammazzato qualcuno, volevo solo fare colazione!

L’angelo la guardò stupito, muovendo la testa da una parte e dall’altra. Ma subito venne ricatturato da quell’odorino, e cominciò a fare snif snif con il naso.

– Il pane! – disse Marta smettendo di singhiozzare. – Se si brucia è peccato… – e sfilò le due fette abbrustolite dalla griglia arroventata. Non sapeva perchè, ma quei gesti la calmavano.

– Ne vuoi un po’? Ormai è fatto, no? – e cominciò a spalmarci prima uno strato di crema di sesamo e poi uno di miele.

L’angelo guardò in su un’ultima volta, come per chiedere il permesso, e poi accettò la fetta di pane tostato. Appoggiò la punta della lingua sul miele ed ebbe un twist di papille gustative. Involontariamente, quasi un riflesso incondizionato, ricominciò quel firulì-firulà e le sue alucce svolazzarono a vuoto come la coda di un cucciolo di cane. Si mise tutta la fetta in bocca e la fece sparire in un istante, smaterializzata.

– Prendi anche un po’ di frutta, ti fa bene – e gli mise davanti il grande piatto ovale.

L’angelo guardò la sua creazione e si accese tutto come una lampadina: diventò trasparente e un po’ arancione, le alucce come due stelle comete. Di nuovo sentì un pizzicorino nel naso, ma stavolta non di pane, e altre due biglie tonde rotolarono giù dai suoi occhi attraversandogli le guance.

Fece un inchino a Marta e poggiò un ginocchio a terra.

– Oh, andiamo – gli disse lei – E’ solo una semplice colazione! – e gli diede una mano per aiutarlo ad alzarsi.

Lui guardò timoroso la frutta, come se si trovasse al cospetto di un’opera sacra. Aveva paura di guastare la composizione.

– Facciamo così – disse Marta separando con la forchetta i due girasoli. – Questo è mio e questo è tuo. Ognuno può farci quello che gli pare – e infilzò la sua rondella di banana al centro della corolla.

L’angelo invece fece volare i suoi pezzetti di frutta e li ricompose in aria nello stesso modo.

– Ehi!… – disse Marta con gli occhi sgranati.

Quel girasole volante le provocò un rigurgito sonoro, un frinire inatteso e gorgogliante che le risuonò dapprima in gola e poi in tutto il corpo. Ora erano in due a firulare.

I pezzi di frutta caddero lentamente nella bocca dell’angelo che li smaterializzava a uno a uno.

– Buono eh? – gli disse Marta accarezzandogli i boccoloni. – A volte ci capita di andare in estasi anche per queste piccole cose.

Appena finì di pronunciare la frase, dal soffitto partì un raggio di luce bianca: ogni oggetto di metallo della casa cominciò a risplendere. Era tutto un accendersi di tostapane, bollitore, scolapiatti, maniglie, abat jour, monetine. L’angelo guardò in alto e annuì soddisfatto. Marta avrebbe voluto fargli un sacco di domande, ma sapeva che lui non le avrebbe risposto. E poi era così bello starsene lì abbracciati, come sospesi su una nuvola dorata.

All’improvviso l’angelo si staccò da lei e fece un sì con la testa, quasi marziale. Sembrava pronto, ma per cosa? Puntò dritto alla finestra, lasciando una scia dietro di sé. Niente di appariscente o di voluminoso: semplicemente i colori diventarono più intensi, tutto intorno a Marta sembrava dipinto a nuovo. Guardò l’angioletto ancora una volta: volava con le braccia lunghe che penzolavano nel vuoto e quel culetto tondo che sballonzolava qua e là, come se stesse ancora imparando.

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