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bo-sin-tang

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Non mi piacciono i cani. La mia idiosincrasia per queste bestie deriva da un trauma dell’infanzia: un morso doloroso che mi procurò un dalmata...

Non mi piacciono i cani. La mia idiosincrasia per queste bestie deriva da un trauma dell’infanzia: un morso doloroso che mi procurò un dalmata a cui avevo tirato la coda mentre mangiava nella ciotola. Erano i tempi dell’asilo, ma da allora il mio atteggiamento verso i canidi non è cambiato. Di recente ho sviluppato una intolleranza verso i possessori di cani. Non me ne vogliano i lettori cinofili, ma riesco a riconoscere una casa in cui è imprigionato un cane solo dalla puzza del pelo. Tenere un cane in città, in casa, in appartamento la trovo un’usanza perfida e cattiva. Il guinzaglio, la museruola, l’ora d’aria per pisciare e cagare, le scatolette di cibo, le buste di croccantini mi sembrano solo i particolari della prigionia a cui questi animali sono costretti dall’affetto dei loro padroni. Nel mio palazzo, poi, c’è una vecchietta, del settimo piano, che incontro spesso con il suo cane nell’ascensore. L’animale in questione è particolarmente piccolo e antipatico e la nonnetta gli parla come se fosse un essere cogitante. A me non mi saluta neanche, ma al cane dice cose del tipo: “Saluta questo ragazzo che ora scende”. Oppure lo interroga: “Sei contento? Ti sei divertito oggi?”. La vecchietta non è pazza, è vittima di un fenomeno studiato in antropologia tra quelle tribù che giudicano i componenti di una tribù nemica esseri inferiori ai loro animali domestici. Questo processo si chiama pseudospeciazione.
Ma torniamo al cane. L’utilizzo del cane come animale domestico è così assurdo che addirittura in alcune culture (come quella dei nativi americani o quella dei cinesi), in passato, il cane faceva parte della dieta naturale dell’uomo. Esiste solo un paese dove questo costume resiste ancora: la Corea. Avendo visitato, da poco, questo paese, non potevo esimermi dal provare una delle pietanze più uniche e particolari della cucina locale. La Corea è piena di ristoranti, spesso gestiti da una sola persona, aperti tutta la notte e molto economici. Alcuni di questi espongono la scritta bo-sin-tang: la zuppa di cane tradizionale. Nella campagna, oltre ai peperoncini coltivati ovunque (chiamati kuchu come il membro maschile), non è raro imbattersi in veri e propri allevamenti di cani. Ma i giovani coreani non amano questo piatto, perché progressivamente il costume occidentale si è diffuso. Alcuni ricordano che, durante le olimpiadi di Seoul del 1988, le autorità invitavano la popolazione, con spot televisivi, a sospendere il consumo di bo-sin-tang per dare un’immagine moderna del paese ospitante al resto del mondo. I coreani, in genere, prediligono il kimci, il piatto nazionale, formato da strati di verdure e peperoncino lasciato a macerare per mesi. Un tempo il kimci veniva conservato sotto terra, cosicché, una volta disotterrato, puzzava di marcio (pare che non pochi visitatori stranieri svennero per l’odore), ma adesso in tutte le case coreane c’è un frigorifero ad uso esclusivo del piccantissimo kimci.
Il bo-sin-tang, invece, è un piatto solo per palati fini e prediletto dagli anziani. Si crede che la carne di cane faccia bene per la febbre e le malattie legate alla vecchiaia. Ho appreso anche il terribile modo con cui viene abbattuto il cane per preservare la carne morbida, ma lo censuro anche se non meno brutale di quello utilizzato con i suini. La zuppa si mangia con il riso, il sempre presente kimci e le sorsate, che per l’etichetta coreana devono essere molto rumorose, si alternano al liquore tradizionale so-ju alle erbe. L’odore è molto forte e dà subito la sensazione di novità. La carne, bollita, galleggia a strisce uguali in una zuppa verde molto piccante. A masticarla la carne è tenera e molto morbida nei punti grassi, quasi fossi gomma da masticare. Sembra una carne rossa, ma non ci giurerei. In apparenza la carne è simile a quella del pollo, mentre la pelle a quella del porco. Il sapore è intenso e difficile da descrivere. In conclusione, la zuppa è squisita, me la sono sorbita tutta senza scansare i pezzi di carne.
Insomma l’ho fatto: ho mangiato il cane. La carne del migliore amico dell’uomo ha abitato, nel tempo di una normale digestione, il mio stomaco. Ha ballato nei miei succhi gastrici ed è poi diventata, in ultimo, cacca. Ho sfidato un tabù culinario e canino allo stesso tempo. Tornato in Italia, quando racconto la mia nuova esperienza, come se fossi un pioniere culturale, vengo biasimato, criticato, schifato da tutti. Alcuni amici cinofili mi hanno tolto il saluto o mi nascondono i loro sacchi di pulci come se fossi un pericolo per loro. L’unico che non si è scandalizzato è stato mio nonno che mi ha confidato di averlo mangiato pure lui il cane, in prigionia in Germania, durante la guerra, più di sessant’anni fa. Ma è stata una eccezione. Qui in occidente resiste ancora l’archetipo del cane fedele che aspetta il ritorno del padrone, da un lungo e periglioso viaggio, per lasciarsi, finalmente, morire. Dopo questo lungo e periglioso viaggio in Corea, ho finalmente capito che mi piacciono i cani. Magari in zuppa.

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