Condividi su facebook
Condividi su twitter

I graffi di Emma Dante

di

Data

E’ una che graffia perché la vita ha graffiato lei. Così a me sembra Emma Dante e faccio fatica a non dare a vedere che la osservo, perché i suoi occhi sono fendenti che attraversano ognuno di noi mentre nella piccola saletta assistiamo alla presentazione del suo libro Carnezzeria;

E’ una che graffia perché la vita ha graffiato lei. Così a me sembra Emma Dante e faccio fatica a non dare a vedere che la osservo, perché i suoi occhi sono fendenti che attraversano ognuno di noi mentre nella piccola saletta assistiamo alla presentazione del suo libro Carnezzeria; e osservo l’inconfondibile ciuffo bianco, i vestiti da pazza o da ribelle o di una che è stata brava a tirare i fili dell’ angoscia, dell’anormalità che è in ognuno di noi… che lei è stata brava a tirare, a ricondurre dentro le trame dell’arte e del successo. L’idea che a parlare di Carnezzeria, con i testi di Carnezzeria appunto, mPalermu e Vita mia, fosse don Giuseppe Anzalone, è stata dell’assessore alla cultura di Caltanissetta dove, nell’ambito della rassegna Rossofestival dedicata a Rosso di San Secondo e al teatro sperimentale, abbiamo assistito a mPalermu e al nuovo spettacolo di Emma Dante: Il festino. E certo la voce soporifera di un prete a leggere, a parlare della famiglia, è giusta da un certo punto di vista, e ha un effetto straniante, e io non riesco a tenere gli occhi aperti, mi aspetto di dover sentire: – Parola di Dio! -, per rispondere a tono, ma ecco che arriva l’assessore, in ritardo certo, perché in Cattedrale si celebravano gli onori del funerale ad un cardinale morto cent’anni fa senza onori perché ostile alla loggia massonica. Cerco di raccapezzarmi tra sacro e profano, sonno interesse e straniamento, e quasi ci riesco perché don Giuseppe sta dicendo di Nina che in Carnezzeria è una scimunita che dai suoi fratelli subisce l’incesto e poi un matrimonio forzato. “E’ un’immaginetta di sposa, una martire dentro l’edicoletta religiosa dove la vita diventa carne da macello, la vita precipita dentro il letto conzato dalla morte, il catafalco, e tutto diventa maschera, fenomeno barocco”. “Sì, nessuna catarsi, gli fa eco Emma e poi aggiunge, rivolgendosi però all’assessora: “Voglio che i miei spettacoli siano un coito interrotto, non voglio dare soluzioni, non voglio intrattenere. Voglio che lo spettatore esca con del materiale invasivo”.
Ed io ci penso all’indomani, dopo aver visto mPalermu. Le prime immagini al risveglio dal sonno, quando le emozioni sono ancora vergini e forti, sono quei corpi ansanti, sudati e l’angoscia di quelle facce, la paura e l’esplosione della ribellione attraverso quei corpi, la tragedia. E la tragedia più grande, quella che lacera l’anima, si consuma sempre dentro la famiglia. Carnezzeria è la trilogia della famiglia siciliana, mPalermu è la famiglia… che si prepara pì nesciri, per uscire; e i discorsi di ogni casa al mattino s’incrociano: il capofamiglia fischietta mentre si preparano: si spogliano e si vestono, si vestono e si spogliano; la nonna è pronta, la moglie pure e la figlia, ognuno col proprio pacchettino in mano. I cinque personaggi sono lì davanti a noi frenetici, impazienti di nesciri, proiettati fuori ma fermi, immobilizzati, stretti nel vincolo che li attraversa e li stringe come invisibile fil di ferro: la famiglia. Sono lì, bloccati. Sono pazzi.
“Sì, è una messinscena surreale, – dice la regista nella saletta del teatro Margherita. – Sono storie amplificate, strane. In Vita mia c’è una veglia senza morto; un letto vuoto. Il teatro è un luogo dove c’è un gioco al massacro”. E la violenza cresce sulla scena di mPalermu, la tensione di quella famiglia ci attraversa tutti, nelle parole, nel dialetto duro forte e aggressivo; e noi spettatori, gli estranei, dovremmo forse sottrarci dal guardare: Cchi ci talìi, ah!? “Perché in ognuno di noi ci sono dei conti in sospeso con la propria famiglia – si diceva ancora nella saletta -, dei ricatti affettivi con cui confrontarsi, quando un familiare scaccia l’altro senza alcun tornaconto, così, solo per affermarsi”. CChi ci talìi, ah!?, ci dice il capofamiglia prima di esplodere perché Rosalia voli nesciri cchi tappini (vuole uscire con le ciabatte) e il cognato cchi cazuna troppu curti (coi pantaloni troppo corti); ci guardano ansanti tutt’e cinque gli attori prima che uno rida sardonicamente, l’altro si terrorizzi, prima di girare tutti come animali circensi e saltare a ritmo, disfarsi e saltare ancora sotto la frusta, perché il padre si è sciolto la cintola e sta nel mezzo… e si consuma la tragedia. “Un teatro in cui tutto passa attraverso il ritmo, il corpo, la parola… la parola generata e non recitata”, si diceva ancora. E la musica forte, potente a sottolineare tutto. E che dietro ci sia una potente preparazione atletica degli attori si vede, lo confermano essi stessi. Il corpo come ricettacolo di violenza, il corpo come tutto. “Ci sono dei grandi maestri per me, dei riferimenti, come un lavoro che ha fatto Grotowsky, dove al suo interno si svolge il training quotidiano, durante il quale gli allievi provano i duri esercizi fisici ideati espressamente dal maestro con il fine di aiutare gli attori a liberare le capacità espressive; grazie ad essi gli allievi scoprono le possibilità del corpo, la sola cosa di cui, secondo Grotowsky, il teatro non può fare a meno”. Non ci si crede eppure quella tensione si trasmette al pubblico, l’attraversa, alla fine esplode negli applausi di tutti, in piedi, fors’anche per scusarsi perché qualcuno non l’ha sopportata quella tensione, l’invasività di quel teatro. Qualcuno nel silenzio ha gridato: “Basta che schifo!” …e poi “cretina esci fuori… e cretino sei tu”, le solite cose, insomma, perché quei corpi stavano nudi sotto il getto d’acqua di un bidone, il solo che la carenza d’acqua di Palermo permette, e perché il cognato ha mangiato i pasticcini di tutti (c’era questo nel pacchettino di ognuno quand’erano pronti ppi nesciri) e li ha vomitati davanti a noi, sul palcoscenico, e adesso alla fine, mentre tutti applaudono, qualcuno, dietro su un palco, piange.
Basta. Il miracolo del teatro s’è compiuto.

Altri racconti
in archivio

Sfoglia
MagO'