Mostre: l’ecologia degli impressionisti

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"Gli impressionisti rappresentavano, con una visione ecologica, la natura come un unicum". Così Stephen F. Eisenman, ordinario di Storia dell’arte, introduce la mostra "Da Corot a Monet.

“Gli impressionisti rappresentavano, con una visione ecologica, la natura come un unicum“.

Così Stephen F. Eisenman, ordinario di Storia dell’arte, introduce la mostra “Da Corot a Monet. La sinfonia della natura” che fino al 29 giugno dimora al Complesso del Vittoriano.

Una raffinata rassegna di 170 opere ci accompagna lungo l’evoluzione e la successiva sublimazione della pittura naturalista francese nella seconda metà dell’Ottocento. Valicando il verdeggiante sentiero, attraverso la natura primigenia e vuota di uomini di Courbet, girando per i villaggi di Bazille con la figura umana in primo piano, guadando i fiumi in piena di
Sisley e i canali di Corot, terminiamo con un tuffo negli stagni di Monet.

Gli impressionisti e i loro predecessori hanno ancora qualcosa da raccontarci e l’intento della mostra è proprio di evidenziare il loro processo di comprensione della natura, intesa come forza generatrice con la quale l’uomo si assembla, formando una “totalità fortemente integrata”.

Fondamentale è il ruolo giocato dal paesaggio, sia celebrato come regno nostalgico e ameno, sia come dimora moderna, sintesi “olistica” di componenti naturali e artificiali.

Tra gli anni Trenta e Settanta dell’Ottocento gli artisti amavano recarsi ad attingere soggetti fuori dagli studi, tuffandosi nella vegetazione e subendone direttamente gli influssi. È il must della Scuola di Barbizon, scuola che prende il nome dall’omonimo villaggio francese nella foresta di Fontainebleau e che si trasformerà in un prestigioso rendez-vous degli artisti di pittura all’aperto.

In “Bordo dell’acqua a Optevoz” (1856 ca.), Daubigny, con le sponde verdi e nebbiose, esalta il valore mitico della natura come rifugio incontaminato in cui la mano dell’uomo non si è postata. Nei paesaggi ancora dominano vaste distese boscose, campi coltivati, oasi felici, dove si può sfuggire alla vita urbana.

Con l’avvento della Rivoluzione Industriale l’architettura in ghisa irrompe nel paesaggio e s’impone come monumento della modernità, un assunto cruciale nella poetica dell’Impressionismo che sta man mano prendendo piede.

 

Ora, dai quadri, (come, ad esempio, ne “L’acquedotto ad Arcueil” (1874) di Guillaumin) vediamo far capolino i prodotti dell’intervento dell’uomo sulla natura: fabbriche, ponti, ferrovie, costruzioni sulle rive di fiumi e imbarcazioni. Sebbene sia imprescindibile narrare il tema degli effetti devastanti del progresso, nelle tele nulla sembra tradire tale drammaticità, al contrario, se ne ricava quasi sempre un’impressione di calma disarmante.

Al termine del percorso della mostra si assiste a un’inversione di tendenza che ci riconduce alla natura genuina e incorrotta, ma resa con una tecnica pittorica profondamente evoluta. Veniamo catapultati in una dimensione onirica, plasmata con colori diafani e rarefatti, ora rosa e azzurrini, ora blu profondi e verdi: le Ninfee di Monet, supremo compendio dell’opera e della vita dell’artista. “Pioniere della pittura ecologica”, trasferitosi nella residenza a Giverny con la famiglia, considerava l’acqua il suo unico atelier. Le ninfee, dice Eisenman, «erano forse il piccolo e tiepido stagno descritto da Darwin, il brodo primordiale da cui si svilupparono tutte le forme di vita».

 

Questa serie di giganteschi pannelli – in cui non è più percepibile la linea dell’orizzonte, né alcun tipo di profondità e il cielo è visibile solo grazie ai riflessi emanati dall’acqua dello stagno – rivelano il suo ultimo scopo: porre l’uomo in un flusso naturale che generi identità e continuità. Il risultato è quello di aver dato vita ad uno spettacolo da sogno, che Monet battezza “luogo dell’anima”, dove ognuno di noi può vivere in completa simbiosi con la natura.

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