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Kenshiro, Mimì Ayuhara e la centrale di Fukushima

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È la tragedia della Generazione Manga. Il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone non hanno ammazzato migliaia di orientali sconosciuti, come sarebbe stato fino a quando...

È la tragedia della Generazione Manga. Il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone non hanno ammazzato migliaia di orientali sconosciuti, come sarebbe stato fino a quando in televisione non era ancora apparsa Candy Candy. A questo penso guardando la mia borsa colorata con su scritto Tokio. E penso a Doraemon, il gatto spaziale. E l’immensamente sfigato Remi. E Lady Oscar. E quei due che giocavano a pallone in modo ridicolo; come si chiamavano? Appena sono arrivate le immagini del Grande Botto mi sono apparsi gli occhi enormi e la bocca spalancata nel pianto di Mimì Ayuhara, la ragazza della pallavolo. Sarà andata giù pure la Clinica dell’Amore? Quella dove c’era il dottore con la testa a forma di glande? Roba per ragazzetti più cresciuti. E non c’è Goldrake, cavolo? Lo tsunami non è il tipo di demoni combattuti da Jeeg Robot d’acciaio?

 

A noi, cresciuti con Disney e Topo Gigio, sembrano proprio brutti. Irrimediabilmente brutti. Ma a quelli della Generazione Manga fanno tenerezza perfino i Pokemon. In effetti i manga e, soprattutto, gli anime, i cartoni animati giapponesi, cantati pure da Elio e le storie tese, hanno riscritto il nostro immaginario.

 

Ogni generazione ha il suo sogno. L’Africa orientale, l’eleganza british, la nuova frontiera americana, la Cina, Cuba… Qualche volta diventa un incubo. I ragazzi della Generazione Manga sono quelli che hanno da vent’anni in su e sono messi proprio male. Sono disoccupati o sotto occupati con poche speranze, vivono in un paese corrotto fino al midollo, sono circondati dalla retorica dei centocinquanta anni che farebbe schifo a Mazzini, e adesso gli è toccata pure una vera tragedia generazionale. Se viene sconvolta la patria dei tuoi cartoni animati preferiti di quando eri piccolo, l’emozione è fortissima. Lo vedo negli occhi dei due colleghi giovani che ogni anno passano un paio di settimane in Giappone. Nello sguardo di certi ragazzi davanti ai televisori con le notizie da Fukushima dentro un negozio di elettronica. Nel sushi bar deserto che all’una si riempie silenziosamente mentre mangio una tempura. È quasi un modo per solidarizzare, penso. Chissà se qualcuno ha ordinato gli spaghetti a Tokio quando è saltata la stazione di Bologna.

 

Il Giappone è vicino. Sakamoto, Murakami, Kitano e i suoi fratelli. Sono lontani i tempi in cui Sergio Leone rubava il soggetto di un film di Akira Kurosawa e lo rifaceva in stile western sicuro che tanto il giapponese non lo avrebbe visto mai; e poi invece il film diventò così famoso che Kurosawa lo vide e reclamò i diritti d’autore. Il Giappone è così vicino che noi di Omero abbiamo pure prodotto un cortometraggio di trentenni in un sushi bar.

 

Sul televisore passano immagini delle esplosioni nelle centrali nucleari. È dal 1945 che il Giappone racconta la catastrofe atomica passata e annuncia quella che sta per arrivare. È ricordando Hiroshima che abbiamo detto no all’energia nucleare. È dimenticando Hiroshima che qualcuno adesso vuole riproporla. Ma non è un affare politico, quello che accade sotto i nostri occhi. Se non sappiamo capire che l’onda gigantesca può spazzarci via da un momento all’altro, inutile fare affidamento su un referendum. Inutile fare affidamento sulla capacità tecnologica o sulla lealtà di chi costruisce le centrali nucleari che poi (la Generazione Manga lo sa bene) in Italia non è che saranno più sicure che in Giappone. Un altro manga, Akira, spiega bene la paura per il futuro che potremmo ritrovarci per le mani. Anzi, che potrebbero ritrovarsi loro, quelli della Generazione Manga. E allora speriamo che lo spirito di Kenshiro della Divina Scuola di Okuto li ispiri e li aiuti a salvare il loro mondo, che è poi anche il nostro.

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