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Paolo Virzì: “Non ho paura di Avatar perché racconto l’umanità”

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Lucciconi agli occhi per il nuovo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella, un lungo racconto famigliare che si snoda dagli anni ’70 ai giorni nostri. "Non si fa in tempo a ridere che subito si piange,

Lucciconi agli occhi per il nuovo film di Paolo Virzì, La prima cosa bella, un lungo racconto famigliare che si snoda dagli anni ’70 ai giorni nostri. “Non si fa in tempo a ridere che subito si piange, proprio come ci si aspetta da un film della migliore commedia all’ italiana” dice contenta una delle protagoniste, Stefania Sandrelli. Per Valerio Mastandrea, protagonista maschile “È una grande storia che parla dell’amore più difficile da affrontare e da riconoscere, quello tra madre e figlio. Io, in trentotto anni, avrò detto ‘ti voglio bene’ a mia madre non più di tre volte. E invece, quello che si capisce bene anche qui è che quella è la formula-base dell’ amore”. Mentre per Marco Messeri, un altro dei componenti il nutrito cast della pellicola, “Il film racconta lo strazio di cuori che fanno scintille sfregandosi, una storia universale.” Anche il regista toscano è contento del suo lavoro. La pellicola é uscita in 400 sale il 15 gennaio, lo stesso giorno dell’attesissimo kolossal made in U.S.A.: Avatar. Ma Paolo Virzì non si spaventa ed è pronto a giocarsela con le armi che sa usare meglio: “Inutile nasconderci, su un certo tipo di cinema non possiamo metterci in competizione con gli americani  ma non ho paura degli ‘omini blu’ anzi, andrò a vedere Avatar, perché, da quello che mi dicono, è un film interessante. Sono contento che si possa scegliere tra due prodotti così diversi come il mio e quello di Cameron. Gli americani sono bravissimi con gli effetti speciali e noi dobbiamo puntare a fare quello che ci viene meglio: raccontare l’umanità. In questo campo non temiamo rivali… anche se l’ idea di fare uscire parte delle copie di La prima cosa bella in 3D ce l’ ho avuta.” (ride)


Quanto c’è di autobiografico nel film?

Qualcosa. Come sempre, facendo questo lavoro, si cerca di pescare nel vissuto, quindi anche in questa pellicola c’è molto di mio, a cominciare da Livorno, la mia città. C’è però naturalmente anche molto di romanzesco. Mia mamma non assomiglia affatto alla Anna del film, però veniva sul set tutti i giorni a portare la schiacciata. Durante la lavorazione è stato tutto un mescolarsi di vissuto e di racconto.


Come si è trovato con questo cast pieno di personalità e talenti?

Il film è riuscito perché ho avuto a disposizione un coro di grandi attori. Ho avuto a che fare con tutte persone di talento. Per quanto riguarda il cast l’unica difficoltà è stata il puzzle delle somiglianze tra gli attori che interpretavano gli stessi personaggi in età diverse. Ma ormai la ricerca di volti nuovi tra i non-professionisti è diventata il mio pane quotidiano e anche in questo ce la siamo cavata.

È soddisfatto del risultato?

C’è molta gioia in questo film, ed è quello che volevo. Leggerezza, anche nei passaggi più drammatici. La scena finale, per esempio, il confronto che risolve tutto il film, a leggerla sul copione era triste, straziante ma quelli sono toni che  volevo evitare e infatti girando ci siamo morti dalle risate. Ci siamo ubriacati, io e la Sandrelli. A me m’ha preso la sbronza triste, lei invece rideva come una matta e siamo riusciti a fare quella scena proprio come la volevo io, con questo personaggio incarnazione della gioia di vivere fino all’ ultimo un po’ stordito dalla morfina, un po’ coerente alla sua incoscienza.


Si è parlato di questo film come dell’Amarcord livornese.

Dentro La prima cosa bella c’è innanzitutto il desiderio di rifar pace con la vita. Quando c’è sfiducia e ci si sente ‘in esilio’ ovunque, si sente la necessità di tornare ad un luogo sicuro, da cui ripartire ma non volevo e non credo di aver fatto un film nostalgico perché la nostalgia non è un sentimento che mi appartiene. La definizione di “Amarcord livornese” non mi piace, non la trovo appropriata. Il passato che racconto non è in alcun modo edulcorato o idealizzato. Non è un’elegia. Questa famiglia conosce la violenza, la solitudine.


Eppure è un film che comunica amore per la vita

Tutto l’incanto e l’innocenza sono concentrati nel personaggio di Anna, questa madre forte, vitale e imbarazzante, incosciente e fiduciosa, continuamente raggirata ma che ‘se ne frega’ e continua a prendere la vita come viene. Il mio è un omaggio alla forza e alla follia di certe donne, è il racconto dell’ unione con i figli che è così forte da fare male ma che è tale perchè è la loro unica protezione. “Devi essere più fiducioso”, ripete in continuazione Anna al figlio Bruno, ed è quello il suo modo di proteggerli, trasmettere la fiducia nella vita, anche quando la realtà si fa piu’ dura.


Qualcuno si è stupito che in questa pellicola non ci sia niente di ‘politico’

La politica, come cittadino mi interessa e non ho mai nascosto le mie simpatie, però i miei film non sono “politici”, parlano di noi, della nostra società. In politica io sono un naïve, posso essere un testimone, posso raccontare storie, ma niente di più.

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