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Un Bianconiglio ibrido nel paese dell’archi-design

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Gli agenti di spionaggio come me dormono poco. Più che altro di giorno con un occhio rosso sempre allertato per individuare all’occorrenza una via di fuga. Di sera, come a tutti, gli piace darsi una botta di vita, non so…

Gli agenti di spionaggio come me dormono poco. Più che altro di giorno con un occhio rosso sempre allertato per individuare all’occorrenza una via di fuga. Di sera, come a tutti, gli piace darsi una botta di vita, non so… mangiare qualcosa di particolare, scovare una radice alle metanfetamine o una carota allucinogena, trombarsi qualche coniglietta in un locale ecc… ma quella sera, comparve lei.

Dopo un piovoso pomeriggio di ore di attesa, trascorso a sonnecchiare e masticare dell’ottimo tarassaco di sintesi nel mio cunicolo, misi fuori il muso in cerca di una svolta per la mia missione e la vidi passare, affascinante creatura dall’età indefinita, i capelli sciolti, l’immagine della “Nouvelle Vogue” in tailleur pantalone nero, tutto rigorosamente in tessuto techno olografico, pullover scollo a V e stivaletti techno-dark.

Procedeva senza fretta ma sicura con una valigetta altrettanto nera opalescente a far da bilanciere alle sue falcate leggere, lunghe e slanciate. Mi era noto il contenuto della valigetta: i progetti per il padiglione più importante dell’Esposizione Universale la nuova “Tour Eiffel”. Dovevo entrarne in possesso per consolidare la mia fama di giovane talento tra le agenzie di recruiting e mantenere il mio rating.

Tra gli agenti ibridi ero il più pagato e questa volta finalmente ne avrei avuto abbastanza da poter riscattare la libertà della mia amichetta Bunnybee, intrappolata in un laboratorio sperimentale sugli ibridi. Finalmente mi sarei potuto aggiudicare l’appartamento Domotic-space super accessoriato in centro che tanto desiderava!

Osservavo la valigetta oscillare in modo quasi ipnotico a distanza, ne catturai l’ologramma sul mio dispositivo, la nominai con il solito nick seguito da un codice alfanumerico “Alice 0K49” e iniziai a seguirla silenziosamente per i sentieri bianchi e lisci del parco al crepuscolo. Dopo una curva su un sentiero, costeggiato da gigantesche piante di ortensie multicolori la nostra visuale si aprì davanti al tempio dell’architettura contemporanea a tutti noto come “The Mushroom”. Un prossimo tramonto di nuvole rosa arricchiva l’atmosfera
nel cielo del tardo pomeriggio e Alice (e la valigetta con i progetti) si fece largo tra tavolini e altre strutture multiformi, apparecchiate per il tè davanti all’atellier del museo. Eleganti arredi da giardino dai colori densi e complementari opponevano le loro silhouette avveniristiche al nero opaco dell’architettura. La mole ovoidale sembrava spuntare direttamente da una sorta di scultura lamellare cresciuta sul terreno offrendo la sua forma liscia nera e pulita al fondale del verde circostante e fu così che vidi Alice scomparire nella struttura.

Trovai facilmente il modo di rosicchiare una delle grate di protezione del sistema di areazione le cui bocche erano mimetizzate dalla scultura lamellare e mi calai all’interno fino a che non scivolai a causa della forte pendenza dei condotti e iniziai a precipitare.

Mentre le mie unghie stridevano sulle pareti metalliche dei condotti, potevo scorgere dalle griglie alcune delle opere esposte: un enorme fiore telato cantante, un simulatore di sculture di fumo blu, un quadro gravitazionale raffigurante tutte le specie estinte del pianeta, una bizzarra vasca di acque termali fumanti e profumate a forma di cappello a cilindro, forse in onore del direttore del museo Mr Mad Hatter.

Ebbi la prontezza di appigliarmi alla sporgenza del penultimo piano e con enorme stupore mi accorsi che Alice 0K49 era scomparsa dal mio visualizzatore. Doveva essere fuori campo o forse si era tolta i vestiti olografici per farsi un bagno nella piscina termale. Mancavano
pochi metri, mi lasciai cadere, sfondai l’ultima grata e atterrai in una specie di sabbiera ultravioletta a forma di sorriso, senza meno un’installazione del famoso artista nordico Cheshire Cat.

Per fare questo mestiere devi essere un po’ infiltrato ovunque, conoscere tutto e tutti e intenderti un po’ di vari argomenti oltre che tenerti in esercizio nella capoeira e altre arti marziali in grado di ucciderti con due dita e che non sto qui a dire. Indossai i miei guanti Captoglove e avanzai con cautela, il museo era stranamente deserto, m’imbattei nell’ingresso interno della caffetteria elicoidale e notai il pavimento a scacchiera circondato da un ambiguo totem laser circolare raffigurante vari animali: parrocchetto, dodo, aquilotto, topo… feci finta di essere uno di loro. Mi misi in posa e rimasi immobile nel circolo prima di andare a nascondermi dietro al bancone dell’area bar. A quel punto intravidi Alice semi nuda, coperta da un soffice telo da bagno che sorseggiava un cocktail in compagnia del direttore del museo e del suo braccio destro Marc Hare. Alice si rivolgeva a lui confidenzialmente chiamandolo Hatta e gli mostrava i progetti e l’ologramma tridimensionale per il prossimo padiglione espositivo fluttuante, un imponente drone che somigliava esattamente ad un antico scrittoio con delle ali da corvo. All’ingresso del padiglione avrebbe campeggiato un neon vintage in corsivo con la domanda: “Cosa abbiamo in comune?”. Tutti ridevano e bevevano…

Marc Hare, si sistemava i dreadlocks mentre fumava ed emanava un profumo simile a Hypnosis di Dior. Fuori si era fatto buio ormai e dalle vetrate autoriflettenti si potevano ammirare: il paesaggio incantato dei sentieri bioluminescenti del parco, la villa illuminata di Hattie, la disco dependance di Marc, le 4 piscine retroilluminate con i simboli del poker, il labirinto di siepi i campi da cricket e la clinica biosferica della dott. Redheart in tutta la sua imponenza.

Mi nascosi dietro al bancone e iniziai a bere anch’io la famosa bevanda super-psicotropa “Bevimi” alla base di tutti i cocktail degni di rispetto. Il suo effetto non tardò a farsi sentire in pochi minuti, più personaggi iniziarono a comparire alla mia vista. Alice, Hatta, Marc e anche le valigette si moltiplicarono rendendo molto difficile individuare ciò che è da ciò che sembra.

A un certo punto tutti quanti mi videro, ma credendomi un’allucinazione non dissero niente. Neppure quando mi misi in fila con loro e li spinsi uno per uno in un salto nel vuoto dal punto più alto della terrazza mobile telecomandata. Spingendo tutto e tutti fuori da quella sorta di trampolino nero mi sarebbe stato più semplice. Finito l’effetto psicotropo, individuare la vera valigetta rimasta all’interno del museo. Alice si era cambiata indossando un abito da sera in finissima porcellana cinese bianca e blu defabbricata. Uno alla volta saltarono nel buio iniziando a nuotare a rana nell’aria nei modi più scomposti e divertenti che si possano immaginare.

Prima di seguirli, visualizzai rapidamente il contenuto della valigetta sparso sul tavolo e mi tuffai dietro di loro. Ce n’era di che arricchirsi. Atterrammo su su una morbida installazione in schiuma di lattice adiacente ai sentieri bioluminescenti. Indossammo gli appositi calzari magnetici e li percorremmo pattinando in sospensione.

Arrivati al labirinto di siepi gli androidi Pink Punk e Punk Pink ci comunicarono che la dottoressa Redheart ci attendeva nel padiglione globulare ai piani alti della sua clinica biosferica. Naturalmente non avevo nessuna intenzione di andarci. In primo luogo perché avevo da portare a termine quanto mi era stato affidato e in secondo luogo perché un invito così esclusivo per architetti, artisti e designer di grido non era sicuramente rivolto a un agente coniglio ibrido in incognito la cui vera missione era salvare la sua coniglietta dagli esperimenti sugli ibridi, comprarsi casa e mettere su famiglia.

Imboccai un sentiero laterale e con lunghi balzi mi dileguai tra i cespugli tornando verso il Fungo. La valigetta era mia. L’afferrai e corsi per un lungo tratto nel buio. A metà strada mi trovai davanti alla casa di Marc Hare, entrai e a grandi balzi percorsi la scalinata elicoidale che campeggiava al centro di quella stramba architettura. Il padrone di casa doveva essere quanto meno molto confuso mentalmente se non completamente matto suonato data l’incoerenza dell’architettura e degli arredi.

Gli ambienti che non avevo il tempo di analizzare a fondo con i miei dispositivi “scanner show it” mi circondavano lasciando spazio a questo pensiero, per non parlare del patchwork di colori e materiali assurdi impiegati nei rivestimenti… mi iniettai un antidoto per assolvermi da quanto avevo visto e bevuto fin lì e ritornare al più presto al massimo della lucidità. Mi occorreva almeno un’ora di sonno profondo programmato e lo trovai pronto su un’accogliente ottimana vellutata color malva.

Al mio risveglio ne erano trascorse diverse di ore e ormai albeggiava. Dovevo sbrigarmi, a parte le varie storture che ancora mi circondavano dovevo concentrarmi su come recuperare la mia Bunnybee. Crackai il sistema computerizzato della casa e collegai tutte le videocamere presenti nel circuito. Ed ecco che finalmente la vidi, raggomitolata nell’angolo di una lucida cameretta stretta e bianca la piccola Bunnybee. Aveva del cerotto sul braccio, un occhio arrossato e l’aria triste di chi aveva già intrapreso, suo malgrado, il percorso di sperimentazione.

La camera si trovava all’interno di un sistema modulare di celle mobili adiacenti alla clinica della dottoressa RedHeart. In quel momento sentii dei rumori provenire dal piano di sotto, la festa doveva esser finita e il proprietario stava rientrando e probabilmente non era solo! Il furto della valigetta doveva essere stato scoperto a giudicare dai laser rossi che intuivo dai bagliori filtranti qui e lì in quel manicomio di scale e parapetti. Trovai rifugio nei meandri della soffitta e proprio lì dal punto più alto della villetta stralunata di March Hare scalai il pavimento sbilenco a scacchi bianchi e neri per raggiungere uno scrittoio dal quale avrei potuto saltare sulla finestra ad abbaino.

Sporgendosi da quella finestra la meraviglia prevalse un istante sulla paura di essere catturato e non portare a termine la missione. Era un albero simile a una quercia secolare i cui rami protesi verso la finestra erano vicini, ma osservandolo meglio si poteva distinguere la sua particolarità: la pianta estendeva i suoi rami orizzontalmente a palchi e su ogni ramo era ricco di frutti e fiori nati contemporaneamente ma diversi tra loro in forme e colori, lo scenario mi apparve incantevole quanto originale, una specie di albero della vita. Chissà se quei frutti mai visti avevano delle proprietà utili.

Balzai sul ramo più vicino, individuai con lo sguardo la direzione della clinica dove Bunnybee era prigioniera, e iniziai a scendere con cautela nascondendomi nell’intreccio delle fronde, mentre scendevo colsi diversi frutti e fiori. La valigetta e lo zainetto si erano appesantiti e mi erano d’intralcio ma ormai non avevo scelta, dovevo proseguire. Ci misi una mezz’ora abbondante a raggiungere la clinica e un’altra mezz’ora a capire come raggiungere le celle.

Ogni cella era provvista di una parete biorganica speciale morbida, traspirante, specchiante o traslucida a seconda dei casi ma in tutti i casi impossibile da bucare. Entrare dentro e cercare la cella dall’interno, malgrado tutti i miei dispositivi di localizzazione sarebbe stato un suicidio quindi una volta individuata la cella di Bunnybee mi sedetti lì accanto a riflettere.
“Non piangere Bunnybee. Troverò il sistema di liberarti prima del prossimo turno di prelievi”, dissi mentre cercavo in rete qualche spunto creativo per far saltare la membrana biorganica, uno dei frutti che avevo colto scivolò fuori dallo zainetto. Era un frutto giallo oro molto bello, lo fotografai con l’applicazione “Chi dice cosa” e il responso della rete fu che si trattava di un frutto aspro dalle proprietà guaritrici e benefiche. Pensai di assaggiarlo e lo tagliai a metà con la mia punta laser. Mentre lo tagliavo qualche goccia del suo succo verdastro andò a finire proprio sulla membrana e con mia sorpresa creò delle porzioni trasparenti!. Mi alzai di scatto e iniziai a sfregare tutte e due le metà frutto sulla membrana per indebolirla dissi a Bunnybee:
“Ho trovato!” è una sostanza sperimentale quella contenuta nei frutti, ecco perché quell’albero era così strano e segreto.

Dopo un bel po’ di lavorio la parete divenne molle e sottile lasciandosi perforare e lasciandomi riabbracciare finalmente Bunnybee. Era debole e assonnata dai sedativi. Le diedi subito un altro frutto e alcuni fiori da masticare e ci dileguammo insieme nella boscaglia del parco, nella fuga intravedemmo Alice in costume da bagno che stava prendendo il sole in piscina. Era su uno dei lettini raffiguranti carte da gioco. Le feci un cenno di saluto con gratitudine, sapendo di non poter essere visto. Tra poco io e Bunnybee saremmo stati lontani, liberi, felici e smodatamente ricchi.

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