Frank Capra non era un mafioso di Francisco Moita Flores e António de Sousa Duarte

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Frank Capra non era un mafioso, romanzo dei due autori portoghesi Francisco Moita Flores e António de Sousa Duarte, si ispira alla biografia del regista

Frank Capra non era un mafioso, romanzo dei due autori portoghesi Francisco Moita Flores e António de Sousa Duarte, si ispira alla biografia del regista ed è ‘Una storia sul cinema, Cosa Nostra e l’invenzione dell’american dream’. Come anticipa il sottotitolo, si tratta di una intera miniera di storie sull’Italia e l’emigrazione italiana. I protagonisti a confronto sono Frank Capra, visionario autore capace di rendere Meravigliosa la Vita, e Don Vito Cascio Ferro, considerato l’inventore del sistema estorsivo del ‘pizzo’ e grande tessitore di nodi tra la mafia siciliana e la mano nera Usa. Francesco Capra nasce a Bisacquino, paesino siciliano in cui Don Vito esercita un forte controllo. Anche Joe Petrosino, mitico poliziotto italoamericano, compare nell’intreccio ed è il personaggio chiave dello sviluppo poliziesco della storia. La lotta che Petrosino ingaggia contro la mafia corre parallela alla battaglia di Frank Capra per conquistare il proprio sogno senza scendere a compromessi.
Francesco Capra, futuro inventore del lieto fine cinematografico, arriva negli Usa ancora bambino. Ma anche il sogno americano è ancora da inventare perciò Frank dovrà impegnarsi parecchio prima di imprimere una direzione felice al proprio destino. Siamo al tempo della grande emigrazione quando, tra fine ‘800 e inizi ‘900, gli italiani erano spesso costretti a rivolgersi a Cosa Nostra per riuscire ad imbarcarsi, ottenere i necessari permessi e trovare lavoro negli Usa. Ed è perciò che il signor Capra,  padre di Benedetto e Francesco, raccomandava ai suoi figli di non inseguire quel sogno pericoloso. Un padre ostinato nella pratica di una vita onesta e serena rappresenta il difficile punto di partenza di due figli avventurosi e con una potente voglia di futuro. Benedetto, fratello maggiore di Francesco, insiste nel credere che esista una via d’uscita e si imbarca clandestinamente. ‘A Bisacquino si seppe della scomparsa di Benedetto dalle pecore. Ritornarono all’imbrunire senza il loro pastore.’ Per lunghi anni la famiglia non riceve più sue notizie e lo piange per morto finché un giorno Benedetto scrive per invitarli a raggiungerlo. Giunto negli Usa, Francesco studia fino  a diventare ingegnere chimico. Eppure non riesce a trovare lavoro e questo lo espone di nuovo al rischio di restare schiavo della malavita organizzata. E’ proprio da un boss che riceve l’unica offerta: un sacco di soldi e sicurezza in cambio della sua perizia nel manipolare provette. Frank deve decidere in fretta. Cerca un’ultima disperata alternativa rispondendo ad un annuncio su un giornale. Si improvviserà cineasta, proponendo al regista le sue prime idee. E la sua visione di un cinema felice trae nutrimento dalle difficoltà quotidiane: ‘partire da ciò che è brutto e farlo diventare bello’- suggerisce citando Kipling e subito consiglia di scegliere personaggi presi dalla strada. Tra le location del copione è prevista una bettola e lui propone di filmarne una dal vero, rinunciando a ricostruirla nella finzione dello studio. Capra è davvero sicuro che la realtà possa essere giocata dall’immaginazione e riesce a guardarla dritta in faccia, senza perdere neanche una punta della sua giocosità. Il libro di Moita Flores e de Sousa Duarte è ricco di storie umane intense, animato da un ritmo gustoso ed appassionante che lascia davvero qualcosa di buono. L’immediatezza della scrittura, pur brillante e ben documentata, è però ostacolata dall’uso di stereotipi, dovuti ad una scarsa esperienza diretta della realtà italiana. Certo, molti tratti internazionalmente conosciuti, come i modi signorilmente autoritari dei boss mafiosi e la loro calma sicurezza,  suonano convincenti e autentici. Però molte altre sfumature continuano a sfuggire, sostituite dalla scorciatoia di luoghi comuni. Del resto molti aspetti del quotidiano italiano sono difficili da percepire senza il contatto permanente con l’ attualità della nostra cronaca,  senza la convivenza forzata con  nuove mafie che controllano l’arrivo di nuovi sognatori di futuro. Autori italiani sarebbero, al contrario, assai poco agevolati nel proporre l’ happy end come marchio nazionale. Personaggi capaci di scrutare l’ orizzonte senza vertigini e palpitazioni e di indicare un panorama sorridente non sembrano tra i prodotti DOC più credibili del momento. E no, qui siamo nettamente svantaggiati e non perché si sia persa la disposizione alla genialità. Sembra piuttosto che una gigantesca frana di fiducia collettiva, di sicurezza in noi stessi ci impedisca di fissare obiettivamente i nostri difetti senza smarrire il buon umore e l’ironia. Occorrerà rimboccarsi le maniche in parecchi e riunire tutti i talenti per mettere in scena un Paese capace di lieto fine.

 

Frank Capra non era un mafioso
di Francisco Moita Flores e António de Sousa Duarte
Editore Cavallo di ferro
16 euro
pp. 19

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