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Carmen Consoli canta la rivincita del sesso “debole”

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Un’ora e un quarto di attesa prima di veder salire sul palco del Palalottomatica la Cantantessa catanese, 15 Maggio, data romana del tour di Carmen Consoli.

Un’ora e un quarto di attesa prima di veder salire sul palco del Palalottomatica la Cantantessa catanese, 15 Maggio, data romana del tour di Carmen Consoli.
Gruppo di “spalla” a suo sostegno, ”I Lautari”, legati alla stessa artista, ci introducono nel viaggio che percorreremo più tardi tra dialetto e musicalità di tradizione siciliana.
Trascorsa la lunga attesa, finalmente, il sipario bianco si solleva ed appare fresca e nuova la nostra paladina dei sentimenti al femminile; un paio di jeans corti fino al polpaccio, due giri di perle al collo, chioma sciolta decisamente più lunga di come la ricordavo, due zeppe ai piedi e naturalmente chitarra in spalla, o meglio, a tracolla.
Apre la serata con il primo pezzo del suo ultimo disco uscito venerdì 12 Maggio: ”Eva contro Eva”, titolo ispiratole, come precedentemente dichiarato, dal film di Mankiewicz con Anne Baxter e Bette Davis, dove si racconta l’ascesa al successo di un’aspirante attrice che con astuzia riesce a soffiare la parte ad una veterana del palcoscenico, facendosela pure amica. Il suo ultimo lavoro, contenente dieci brani, ci presenta personaggi come il “Signor Tentenna”, emblematico il nome, risucchiato e svuotato dall’immobilità di agire, animale mimetico, spersonalizzato, che sfugge alle proprie responsabilità di marito, di uomo, incapace finanche di concedere al proprio cane “il privilegio di una passeggiata”, o come la storia di ”Maria Catena”, rifiutata persino dal parroco, povera vittima di maldicenze di paese che non può contraddire, di cui non può liberarsi, sopravvivendo così, strozzata dalle ”catene” del suo stesso nome, che capirà essere stato un presagio sul futuro.
Racconta ancora, in forma di denuncia sociale, ne “La dolce attesa”, la gravidanza isterica di una donna che, soffocata dai giudizi e dalle dicerie incalzanti dei compaesani, rimane vittima di un’attesa, che al nono mese si rivelerà falsa.
L’artista, dilaniata tra estremo sud paterno e nord da parte di madre, dipinge per noi lo specchio in cui quotidianamente si riflettono schizofrenie e debolezze di ognuno, in modo amplificato nella provincia (mentale anche) di cui la Consoli si fa fedele e puntuale reporter, confrontandosi stavolta con atmosfere acustiche etno-folk, accompagnate da tamburi ricoperti di pelle, bastoni, bouzuki e banjo, alla ricerca di sonorità originarie della propria terra, abbandonando così i toni più aspri del rock e riempiendo questo album”della maturità”, come definito da molti, di più cuore e meno stomaco.
A metà della serata, il sipario bianco si riabbassa con lo stupore dei presenti per essere illuminato ed animato da filmati stile ”blob” dal titolo di “Sconcerto”, riguardanti avvenimenti politico-sociali degli ultimi mesi, al fine di mostrare da un lato l’importanza dei contenuti, dall’altro la violenza e la noncuranza con cui vengono trattati dal mezzo televisivo.
Il concerto riprende con un revival di pezzi degli anni passati riadattati al nuovo stile; ”Fino all’ultimo” ne è un esempio, come ”Per niente stanca”, decisamente più melodiche rispetto alle originali.
Il criterio con cui ci vengono proposte “Venere” (un po’ storpia in questo caso), ”Confusa&felice”, ”Blu notte”, ”Geisha”, ”Sentivo l’odore”, è fin troppo chiaro: una rivincita gridata e liberatoria del “sesso debole”, una scalata verso l’indipendenza, l’urlo amaro e deluso che lacera l’anima non è lacrima, ma potente strumento per dirsi ricche e capaci di farsi scudo contro tutto (o quasi), il vuoto negli occhi degli uomini non sarà più motivo di disperazione ma di scherno, derisione, di “tacita alleanza femminile”.
Provoca, con “Bonsai#2”, un testo scritto al contrario, messo in note in risposta a chi l’accusava di avere pretese pindariche, proponendo testi poco comprensibili.
Abbandona il palco per riapparirvi insieme al gruppo dei “Lautari”, con un omaggio musicale a Peppino Impastato, rievocando una sua poesia cantata in dialetto: ”Ciuri di campo” (fiori di campo).
Un ultimo saluto al pubblico romano (e non) con la promessa di tornare presto a trovarci e sorprenderci, perché se generalmente i cambiamenti spaventano, in questo caso lo spavento diventa “stato di necessità”.

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