Nicolas Pascarel: “La fotografia non può più narrare l’attimo”

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Nicolas Pascarel è un fotografo francese, nei suoi reportage ha mostrato la Cambogia e il Vietnam e raccontato la realtà di quei “popoli senza memoria”, costretti a dimenticare il loro passato, ma proiettati ...

Nicolas Pascarel è un fotografo francese, nei suoi reportage ha mostrato la Cambogia e il Vietnam e raccontato la realtà di quei “popoli senza memoria”, costretti a dimenticare il loro passato, ma proiettati verso un futuro ultra moderno. Le sue mostre e i suoi documentari hanno attraversato il mondo e l’occhio dolce della sua camera ha riscosso successo al festival FotoGrafia di Roma 2005, per il quale ha scattato il logo. Da anni, realizza workshop in Italia e in Asia, per promuovere lo scambio culturale tra i paesi.
Le sue foto parlano piano, come lui, e si fanno guardare a lungo.

 

Com’è nata la sua passione per il sud – est asiatico?
Erano tanti anni che volevo fare delle cose lì. Sono andato in Vietnam la prima volta nel 94 e all’inizio non c’era quasi niente, era il primo anno che avevano aperto le porte al turismo, era la fine dell’embargo americano sul Vietnam. In Francia abbiamo una cultura sull’Indocina perché prima era un paese molto legato all’economia francese. Ci sono poi dei grandi pittori francesi che sono andati lì e ci hanno vissuto fino alla decolonizzazione. Tutto questo mi ha un po’ influenzato.

Sono stati soprattutto i racconti dei francesi sul luogo ad affascinarla?
Quando è finita la guerra del Vietnam, molti di loro, chiamati boat people, sono andati via e hanno cercato l’asilo dei paesi amici e giustamente la Francia ha ricevuto un grandissimo numero di gente dell’Indocina. Io, nella mia classe, da piccolo, ho visto arrivare queste persone che avevano l’età mia dieci, undici, dodici anni, che venivano da questi paesi molto lontani e che hanno dovuto ricominciare tutto daccapo. Credo che tutto questo alla fine sia stato decisivo perché poi un giorno tu hai veramente il grande desiderio di andare a vedere con i tuoi occhi i posti da cui sono arrivati.

Ha trovato quello che aveva immaginato?
Il primo impatto è stato il caldo, perché non è il caldo africano, non è il caldo anche nostro d’estate, è l’umidità, che è al 99 per cento. Però ho ritrovato delle cose che avevo in testa, le ho viste, anche se c’erano molte cose che non sapevo. Ad esempio ci sono dei paesi che sono in pieno sviluppo, quello che noi facciamo in dieci anni loro lo fanno in uno, questa è l’attività. Vanno ad una velocità incredibile, non sono dei paesi fermi come un pò i nostri. Partono dal medioevo, per andare verso il futuro, non passano per l’800 e il 900.

È quella mancanza di memoria storica che ha fotografato nel reportage sulla Cambogia?
Lì non esiste il passato. Noi siamo molto legati al nostro passato, gli occidentali in generale, ma gli europei ancora di più, e forse è un bene, ma forse anche un handicap. Anche loro però avranno dei grossi problemi nel futuro. Le nuove generazioni che sono nate con l’idea di questo futuro e di questo modernismo, che cosa andranno a produrre? La generazione che ancora adesso guida, in un certo senso, ha studiato anche il passato, ma i nuovi ragazzi sono solo sul mondo moderno, super moderno. Il lavoro in Cambogia è stato un lavoro molto lento, molto costruito sicuramente il più vicino a quello che volevo raccontare. L’ho realizzato dal 2000 al 2004, in quattro anni di lavoro. È molto forte, perché là volevo raccontare il genocidio, i loro problemi, la prostituzione, l’abbandono, la memoria in un presente che vuole dimenticare.

La sequenza di Corridoio blu, realizzata in Vietnam, riporta al tema della memoria?
Non volevo fare una cosa tipica sul Vietnam, stavo cercando una storia un po’ più intima, volevo trovare un tema un po’ più personale, più piccolo. Ho trovato per caso questo palazzo, c’erano questi piani, questo corridoio e questa attività dentro che producevano le scarpe. Il palazzo era quasi tutto dello stesso colore, tutto blu. Fotografo a colori e per me era perfetto utilizzare questo blu, poi per raccontare una storia là dentro c’era tutto, però in modo dolce.

Attraverso FotoAsia, ha realizzato e realizza degli scambi fotografici con i giovani del sud est asiatico e dei workshop in Vietnam e Cambogia. Come ha creato questa associazione?
Con FotoAsia ho creato questo perché io amo la fotografia, allora ho creato qualcosa che con la fotografia mi dà anche la possibilità di fare dei lavori con i giovani fotografi asiatici. Per loro è molto difficile fare dei lavori e allora ho cercato di lavorare insieme, di costruire qualcosa insieme. Nel sud est asiatico la fotografia sta proprio all’inizio, è nata cinque anni fa, 20 o 30 anni fa non è che la fotografia fosse una cosa importante, per loro è una cosa molto nuova.

Lei fotografa a colori perché crede che ci sia un differente valore tra un’immagine a colori ed una in bianco e nero?
Non ho niente contro il bianco e nero, anzi il bianco e nero mi piace molto, però le foto che fanno gli altri. Come tutti, ho cominciato con il bianco e nero, che era il passaggio obbligato con l’analogico. Mi sono reso conto abbastanza presto che non ero molto bravo con il bianco e nero, poi ho iniziato a fare il colore e mi sono trovato molto bene. Nel bianco e nero devi gestire soltanto l’inquadratura, la composizione, diciamo la poesia della fotografia, mentre il colore è più aggressivo. Ci sono centinaia di colori che si mischiano dentro un’immagine e allora, come un pittore, devi mettere dei colori che vanno bene insieme perché anche la più bella foto del mondo con dei colori che non vanno bene tu non la guardi nemmeno.

In che modo si scelgono il luogo e il tempo per uno scatto?
Nella fotografia a me interessa che ci sia una costruzione. Non è che tu fai una bella foto a Parigi, poi un’altra bella foto a New York. Per me la cosa interessante con la fotografia è avere un’idea e riuscire a costruire un racconto, poi che foto sono buone, sono interessanti questo è un altro discorso. Spesso, prima di fare delle fotografie ho già più o meno delle idee in testa, certo non so se il corridoio sarà blu, sarà grigio o sarà rosso, questo non dipende da me, perché uso quello che trovo nella natura, però alla fine nella mia testa già ho una costruzione della storia.

Dunque la fotografia è narrazione e non attimo?
La mia fotografia è narrativa. L’attimo è bellissimo come lo ha fotografato Cartier Bresson, è spettacolare, fantastico, però il mondo è molto cambiato. Non si può più fotografare come ha fotografato Cartier Bresson, anche se lui è il mito della fotografia. Lui ha fotografato un mondo che era in pieno cambiamento politico e culturale e poi non c’era il viaggio, c’erano gli avventurieri, c’erano i missionari, ma non c’era il viaggio, non c’erano gli aerei, era tutto da scoprire 50 anni fa. Oggi il mondo è molto cambiato, lui ha vissuto una cosa fantastica che era non soltanto la scoperta del mondo, ma questo cambiamento, questo dubbio sul dove andiamo, verso il capitalismo o verso il comunismo. Oggi il mondo non si fa più questa domanda, sa molto bene dove va e non riesce più a pensare all’essere umano. Io penso che oggi sia difficile fotografare.

La società contemporanea, però, è proprio la società dell’immagine.
Siamo nella società dell’immagine, però è un’immagine vintage. Ho l’impressione di essere dentro un treno ad alta velocità e non ho tanto tempo per vedere bene né la città, né i paesaggi, né le vacche che stanno là. Una società dell’immagine che non si sofferma su nulla.

Come si riconosce una buona fotografia?
È la cosa più difficile, con l’esperienza, sono quasi venti anni che faccio fotografie e poi ho avuto la fortuna di stare tanto a Parigi e di vedere centinaia, migliaia di mostre fotografiche. Solo così, a un certo punto, tu le guardi velocemente e capisci come sono. La prima volta che ho portato le mie immagini ad un direttore della France Press, lui ci ha messo 10 secondi per guardare 100 immagini e io ho pensato che non le avesse nemmeno viste. Quindici anni dopo, ho scoperto che quando tu ogni giorno vedi cose, fai subito, perché vedi subito l’inquadratura, la composizione, hai subito un impatto. Devi guardare, devi andare a vedere mostre, devi vedere i libri, devi studiare sulle cose che hanno fatto gli altri.

Quanto è importante la tecnica e come si può migliorare?
La tecnica è una cosa importante che però devi dimenticare, una volta che tu la sai devi dimenticarla e ti devi concentrare su quello che vuoi raccontare, sulle immagini. La tecnica è soltanto un mezzo in più che ti deve rendere la vita più facile. Quello che consiglio è fare fotografie, poi adesso ci sono i workshop e, se tu vuoi investire veramente, fai due, tre workshop con persone completamente diverse, in luoghi completamente diversi così ti confronti, hai un’idea. Impari una cosa da uno, una da un altro e poi alla fine metti insieme tutto questo. Inoltre il workshop è una cosa diretta, concreta, nella quale impari proprio facendo foto.

Fare il fotografo vuol dire…
La fotografia è un incontro con le persone, questo incontro con le persone è la cosa più reale. Le persone che si fanno fotografare ti aprono non soltanto le porte, ma la loro intimità e allora il tuo compito è cercare di essere bravo a rispettare l’incontro. Può essere due minuti, come può essere due mesi, però penso che con le persone che ti dicono ok per farsi fotografare, in quello spazio/tempo ti devi veramente impegnare perché veramente è la cosa più bella del mondo.

 

www.fotoasia.org
www.pascarel.com

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