Mario Monicelli: “Non solo i giovani dovrebbero ribellarsi ma anche i vecchi come me”

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Che il cinema da tempo adatti soggetti di libri e romanzi è fatto ormai noto, meno frequenti sono i film abbozzati che rinascono in un’ altra forma, trovandosi perfettamente a loro agio su carta.

Che il cinema da tempo adatti soggetti di libri e romanzi è fatto ormai noto, meno frequenti sono i film abbozzati che rinascono in un’ altra forma, trovandosi perfettamente a loro agio su carta. E’ il caso di ‘Capelli Lunghi’. Verso la fine degli Anni Sessanta Monicelli scrisse la storia di un giovane operaio capellone, deciso a sfidare la società insieme alla sua compagna tredicenne, pur di non tagliarsi la chioma. Il soggetto è talmente “eversivo” tanto che si spaventano anche i produttori e il film non si fa. Così la storia rimane nascosta, riscoperta solo decenni dopo grazie alla versione a fumetti in 13 tavole di Massimo Bonfatti.

 

Una stessa idea può fluttuare tra le varie forme di espressione artistiche, passando dal cinema al fumetto, e allo stesso tempo non perdere la sua forma originaria?

Certo e il risultato è davvero curioso. Vedere un progetto partorito per immagini cinematografiche tradotto in disegni è sorprendente soprattutto per chi, come me, ha da sempre preferito il cinema come forma di espressione. Il fumetto può essere un modo altrettanto interessante di raccontare storie.

 

Definisce Capelli Lunghi: “Una storia di giovani e d’amore”. É l’amore che rende forti?

Sì… (Monicelli è perplesso n.d.r.) è l amore ma anche la sensazione di avere dei diritti che non sono riconosciuti, la volontà di combattere contro le ingiustizie. Troppo spesso si pensa che i sentimenti diano le risposte ad ogni problema, ma non risolve mica tutto l’amore…

 

Se non è l’amore il motore della rivolta, cosa è che alimenta la rabbia?

Gli anni sessanta in Italia coincisero con profonde trasformazioni economiche e sociali: l’imprenditoria, fino a poco prima di carattere familiare o piccolo borghese, si preparava a diventare un’imprenditoria importante che vedeva le grandi industrie americane e inglesi come modelli. Gli operai venivano sottoposti ad un rigido controllo, subivano forti pressioni, così per alcuni di essi reagire divenne inevitabile.

 

Come accade al protagonista, che reagisce fuggendo in sella ad una moto…

La moto allora era estremamente giovanile, quasi avvolta da un alone mitico soprattutto in Italia dove imperversavano Lambrette e Vespe. Oggi non è cambiato molto,ancora le due ruote esercitano un certo fascino sui giovani e il nostro paese è abbastanza all’avanguardia nel settore.

Crede che la libertà sia fuga o consapevolezza?

Entrambe, la fuga che descrivo in “Capelli lunghi” è sconsiderata, affrettata, talmente impulsiva da trasformarsi in tragedia. Ho intenzionalmente descritto gli impulsi di ragazzi estremamente giovani che sfidano il mondo senza dar troppo peso alle conseguenze e quasi inconsapevolmente vanno incontro alla catastrofe. Tuttavia ribellarsi alla trasformazione della società, in quel preciso contesto storico, era giusto. Un’intera generazione avrebbe dovuto far sentire la propria voce non soltanto alcuni giovani sconsiderati.

 

Ritiene che il movimento del Sessantotto abbia inciso nel riconoscimento dei diritti fondamentali degli operai?

Non molto. Il Sessantotto vide gli studenti in piazza, non i lavoratori. I veri protagonisti infatti furono ragazzi che molto spesso avevano ben poco di rivoluzionario, veri e propri figli di papà…

 

Che ne pensa del paragone tra il Sessantotto e le proteste degli studenti?

Le manifestazioni studentesche di questo periodo sono finalizzate a migliorare la qualità dello studio, ma non hanno niente a che vedere con lo spirito degli anni sessanta e settanta. La lotta contro le ingiustizie sociali era qualcosa di molto diverso…

 

Il desiderio di alzare la voce è il medesimo….

Certo, i giovani si dovrebbero sempre ribellare e non solo i giovani ma anche i vecchi come me! (ride n.d.r.).

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