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L’ultimo dei congiuntivi

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Era l’ultimo, e lo sapeva. Era stato molte volte sul punto di crollare ma era sempre riuscito a cavarsela. Aveva visto però il suoi compagni cadere come birilli, uno alla volta. Ricordava come era iniziato. Tutti lo ricordavano. Era stato uno chock collettivo.

Era l’ultimo, e lo sapeva. Era stato molte volte sul punto di crollare ma era sempre riuscito a cavarsela. Aveva visto però il suoi compagni cadere come birilli, uno alla volta. Ricordava come era iniziato. Tutti lo ricordavano. Era stato uno chock collettivo. Ne avevano parlato per settimane. Il penso che sia a terra, in una pozza di sangue, riverso sul marciapiede in una forma scomposta. Tutti avevano capito che aria tirava, e tutti si adattarono molto presto a partire dai commentatori, molti dei quali, alla fine, concordavano dicendo cose come Penso che se l’è cercata, oppure Credo che, alla fin fine, è un fatto isolato.
Ma la cosa non si era fermata lì, ovviamente. Quello era solo l’inizio e avrebbero dovuto capirlo. Tutti i siaerano stati fucilati ad uno ad uno: penso che sia, credo che sia, ritengo che sia, immagino che sia, valuto che sia, ipotizzo che sia. Esecuzioni sommarie, sulla pubblica piazza, salutate da giornalisti compiaciuti che, ogni giorno più convinti, scrivevano raggianti Crediamo che è un giorno importante, incitavano a continuare, sbavavano sulla carta i loro riteniamo che è una operazione salutare, pensiamo che è un bene all’educazione civica, confidiamo che è un bene per far crescere i giovani più sicuri di sé. E affanculo le checche intellettuali che ipotizzano che sia o addirittura dubitano che possa essere.
Poi era stata la volta di quei poveracci dei fosse, e lì non c’era stata alcuna pietà, anzi, ormai le cose erano organizzate:  tutti i vorrei che fosse, amerei che fosse, credevo che fosse, e anche quei vecchietti inoffensivi, gli umili vorrei che fosse stato, avrei voluto che fosse andata diversamente, mi sarebbe piaciuto che fosse stato così, quei poveri cristi che passavano il loro tempo a giocare a carte, con il fardello dei loro rimpianti, trascinati a forza fuori dalla loro case, dai bar, dalle case di riposo e portati chissà dove, su treni speciali chiamati convogli della realtà, che conducevano verso speciali campi di rieducazione. Qualcuno era anche tornato, si diceva che passassero il loro tempo guardando nel vuoto, e ogni tanto se ne uscissero con un voglio mangiare, desidero coricarmi, passami il sale, sono sicuro che pioverà.
Dopo quei giorni terribili, dopo quelle carneficine consumate alla luce del sole, dopo quei massacri compiaciuti e spalleggiati, segretamente, da molti, tutti avevano capito che si faceva sul serio. Le cose erano e basta, e non sarebbero più state immaginate, vagheggiate o soltanto congetturate. Nessuno si azzardasse più a sognare qualcosa che fosse o non fosse, si poteva solo sognare che qualcosa era o non era, chiaro? Per molti era un bene così. Ciò che c’era era tutto quello che ci poteva essere, tutto quello che ci doveva essere.
Ma dopo quello che era successo l’altro ieri, lui non poteva più stare fermo. Doveva agire. Il suo amico, il suo vecchio compagno di liceo. La persona più gentile, la più mite, la più buona e tollerante del mondo. Un filosofo, che aveva fatto del dubbio e della sospensione del giudizio la sua strada maestra. Sorpreso di sera da una squadraccia di imperativi che avevano alzato il gomito. Circolare, smammare, sparisci!, gli avevano intimato. Si stavano già allontanando, in mezzo a i loro cori da caserma quando lui aveva avuto la sciagurata idea di rispondergli. Istintivamente aveva detto, quasi di sfuggita, timidamente, non sapevo che fosse vietato. Un ragazzo educato, troppo educato. Sempre stato. La banda si era fermata immediatamente, erano tornati indietro con le facce scure, a passi pesanti. Uno di loro aveva iniziato a urlare: – nun sapevi che?  Che è che nun sapevi?Che era, non sapevo che era, si era subito corretto il mio povero amico. Ma era troppo tardi. Ucciso a manganellate e lasciato lì, come monito per gli altri.
Tutti avevano assistito a scene del genere. Succedevano tutti i giorni, ma c’era chi, ed erano tanti, continuava a dire che andava bene così, anzi che era meglio così, che quei cacadubbi dei congiuntivi ci avevano portato alla rovina, a un mondo di incertezze, di riflessioni inconcludenti, dominato da radical chic con la puzza sotto il naso. E alla povera gente chi ci pensava? Alla gente normale, che sgobbava dalla mattina alla sera? A tutti quelli che avevano sempre creduto che era, immaginato che stava, chi badava a loro? Pochi si erano accorti di quello che lentamente, negli anni, covava nella testa e nel cuore della massa, come un brusio: ogni giorno, tutti i giorni, erano sempre più quelli che pensavano ah se avrei il potere, ah, se solo avrei il potere…
Ora lo avevano. Ora era il loro momento e di tutti quelli che volevano senza esitazioni, senza avere tra i piedi i se, i forse, le smancerie, i mondi possibili del cazzo. Le mamme dicevano finalmente ai loro figli voglio che mangi tutto, esigo che vai a letto immediatamente, fai i compiti! E zitti. Chi non si adattava, di corsa a fare psicoterapia. E infatti gli studi degli psicoterapeuti si erano riempiti di persone deboli, incapaci di sopportare il peso della realtà, individui che non riuscivano a privarsi degli immagino che sia, dei credo che fosse, degli spero che vada, dei vorrei che succedesse. Sfigati. Sognatori. Barbosi aristocratici. Meditativi inconcludenti.
Ma ora la musica era cambiata: il mondo apparteneva finalmente a una massa di indicativi compatti, contenti e realizzati, con qualche sparuto condizionale da raddrizzare, i piccoli da crescere, sempre pieni di interrogativi, e gli anziani con i  loro placidi e inoffensivi infiniti, mangiare verdura fa bene, camminare nel parco rilassa, leggere apre la mente. Tutti guidati da una élite, certo, nessuna novità in questo: la solita accolita di gerundi, untuosi e affettati, che passavano il loro tempo a dirsi cose come Volendo si potrebbe…, Parlandone per capire…, migliorando ogni giorno… Vecchie volpi, politicanti navigati, aiutati nel compito di governare da un drappello di anonimi participi presenti (sempre presenti), sottosegretari senza volto, campioni perfetti nei loro ruoli di assistente, coadiuvante, militante, collaborante, accomodante. E poi, naturalmente, c’era il manipolo di imperativi armati, a guardia della rivoluzione. Muoversi! Ruttare! Fottersene! erano le nuove parola d’ordine.
Ma oggi sarebbe stata la sua riscossa, e di tutti quelli che si riconoscevano nei suoi ideali. Oggi avrebbe urlato al mondo, finalmente, e forse per l’ultima volta, il primato del dubbio sulla certezza, dell’immaginazione sul sapere, dell’ipotesi sulla convinzione. Del sogno sulla realtà.
Arrivò finalmente al portone dell’edificio, nella parte centrale della città, e si infilò senza guardare in faccia nessuno. Salì rapidamente le scale, ogni tanto incrociava qualcuno ma nessuno gli badava. Erano tutti troppo impegnati nelle loro attività indicative per farsi delle domande, farsi domande era una enorme perdita di tempo e in ogni caso era un’attività tropo pericolosa.
Arrivò rapidamente al tetto, senza che nessuno lo fermasse, senza che nessuno riuscisse a ipotizzare, a paventare o a immaginare nulla delle sue intenzioni. Credo che un mondo senza immaginazione sia un mondo morto, si disse per darsi coraggio, e apri la porta di ferro che portava sul tetto.
Avanzò lentamente fino al cornicione, si sporse. Erano 6 piani. Ipotizzò (ancora poteva farlo) che se fosse caduto ci avrebbe impiegato dai 3 ai 4 secondi. Un lampo. Cominciò a urlare: – Se volessimo potremmo cambiare! – Tutti camminavano, nessuno faceva caso a lui. Grido ancora più forte: – Potremmo cambiare se solo volessimo! E ancora: – Se avessimo sperimentato mondi alternativi arriveremmo a immaginare vie d’uscita, mi sentite?
Poco alla volta una piccola folla di indicativi si radunò sotto al palazzo, guardando in su, e i primi ne richiamarono altri.
– Questo mondo è intollerabile, non lo vedete? No, voi non potete vederlo. Per capirlo dovete immaginare che sia qualcos’altro. Che qualcos’altro sia, possa essere, possa esistere capito? Capito cazzoni?
– Ma chi è? – cominciarono a dire – È un pazzo –  dicevano – È il solito squilibrato – ribatteva qualcun altro.
Qualche interrogativa face la sua comparsa:  – Che succede?, – Sappiamo chi è?,  subito seguita da qualche condizionale sospesa – “E quello quindi sarebbe…”
– S’io fossi foco arderei lo mondo, s’io fossi acqua lo sommergerei – il congiuntivo era ormai lanciato niente e nessuno avrebbe fermato. – La letteratura cazzo, secoli di scrittori, la lingua dei nostri padri.
– ‘sti vecchi tromboni non hanno capito che i tempi sono cambiati – Qualche indicativo scuoteva la testa, qualcuno rideva pregustando già come sarebbe andata a finire.
– Galileo Galilei, cazzo, la scienza è fatta di ipotesi, caproni!
Il congiuntivo era ormai un fiume in piena. Non ci volle molto perché una pattuglia di imperativi arrivasse a sirene spiegate:
– Scenda da lì immediatamente, disse uno.
– Immediatamente – fece eco l’altro.
– Le diamo 3 secondi disse un terzo.
– Sebbene io sia stato, immagino sarebbe dovuto essere, credo non fosse stato, ipotizzo voi abbiate avuto.
Se non scende immediatamente saremo costretti ad abbatterla, capito?
– Siete voi che non avete capito, se io non avessi capito, non avrei pianificato tutto questo, credevo che avessimo ancora speranza, credevo che potessimo essere diversi, immaginavo che potessimo cambiare, capito cazzo? – Ma nessuno capiva più un accidente di quello che diceva il povero congiuntivo.
– Che io sia che io abbia avuto che io sia stato che io avessi avuto che io sia stato che voi siate che voi siate stati che noi immaginiamo di essere stati che io
Una raffica, breve, pose fine al lamento del congiuntivo.
Da qualche parte un imperfetto si fece sentire cazzo non immaginavo che sparava.
Il congiuntivo si accasciò, lentamente, e si sporse dal cornicione. Volutamente. Il corpo venne trascinato giù. 3 secondi e mezzo. Un volo leggero, che finì con un tonfo fin troppo delicato. La piccola folla vacillò, e qualcuno si staccò e corse verso il corpo, riverso sul selciato. Il capo degli imperativi si fece largo a stento tra i curiosi.  – Via, via, fatemi passare! -, diceva con il manganello, che roteava per mostrare autorità. A fatica si fece largo e arrivò davanti al congiuntivo. Respirava ancora. Si avvicinò. Sembrava che il congiuntivo parlasse. L’imperativo appoggiò l’orecchio alla bocca del moribondo, e sentì che mormorava meccanicamente, guardando nel vuoto, con il poco fiato che gli restava: se…aveste visto… se solo aveste visto…

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