La Ragazza del Treno di Paula Hawkins Merita 2.000.000 di copie vendute? Mh…

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L’ultimo mega bestseller in lingua inglese è uscito in Italia. E’ buono, ma vale due milioni di copie?

Premessa: è un giallo ma in questo testo non ci sono spoiler, quindi se vi va leggete con calma fino alla fine.
Alcuni fatti.
1. Martedì 23 giugno il libro esce in Italia, Edizioni PIEMME e La Repubblica lo recensisce nelle pagine di cultura con una intervista all’autrice. Viene raccontato il “caso letterario”, sostanzialmente e in breve: lei è una giornalista esordiente nella narrativa, è il suo primo romanzo, esce a Gennaio 2015 e da allora vende subito un botto (2.000.000, diconsi duemilioni) di copie in lingua inglese, il libro viene acquistato da altri 41 editori in tutto il mondo e stanno già progettando il film. Il libro viene descritto come un libro affascinante e drammatico e solo una volta viene definito “thriller”.
2. Mercoledì 24 giugno, incuriosito come sempre dai fenomeni letterari come questo (perché succedono? E non ho ancora trovato la risposta) compro il libro in una libreria Mondadori, dove mi dicono che c’è uno sconto/promozione in corso per tutti i “gialli”, del 15%. Chiedo alla cassiera chi lo ha definito “giallo”, se loro in quella libreria o la Mondadori o chi, e non sa rispondermi.
3. Giovedì vado a Napoli in treno per affari editoriali vari e fra andata e ritorno finisco il libro.
4. Le foto sono tutte di strade che si chiamano Blenheim Road, nella zona di Euston…
Fin qui i fatti.

Ora alcune domande.

E’ È un giallo? Sì. C’è il morto, c’è l’assassino, c’è chi indaga. Il triangolo narrativo come lo chiama Narcejac vittima-assassino-inquirente c’è tutto e funziona.
Come è scritto? Bene, non si discute, Paula Hawkins sa scrivere. La lettura scorre veloce fino alla fine, nessuna impuntatura di periodi lunghi, criptici o noiosi, niente sperimentalismi e sono più di 300 pagine per un totale di oltre 650.000 caratteri, li ho contati, 330 buone vecchie cartelle dattilografiche, oh, mica un raccontino! Se mai un mattoncino. L’ho letto al volo e anche se l’ho fatto per curiosità diciamo professionale (cosa che non mi piace fare; io tendenzialmente un romanzo lo leggo per il piacere di leggere, non per documentarmi) quindi diciamo così un po’ prevenuto (metteteci anche il pregiudizio e la tara dell’invidia
La struttura narrativa è un po’ faticosa. Tot capitoli narrati in prima persona dalle tre donne principali protagoniste della storia e per di più temporalmente sfalsati fra l’oggi e lo ieri, fra presente e passato ed anche un po’ di passato molto lontano. Ma diciamo che la cosa un senso ce l’ha e poi è una scelta dell’autrice, ergo per definizione legittima, casomai più o meno opportuna o noiosa per il singolo lettore ma così è: questo ho scritto, questo leggi, se non ti va mollalo, questa è l’unica regola vera.
Una cosa interessante è che gli uomini ci fanno una pessima figura ma le donne non sono da meno, checché. In fondo è una triste storia di commoner inglesi di periferia, anche un filino sfigatelli. Il dramma c’è ma resta un dramma borghese, anzi mi pare quasi piccolo borghese: non ci sono maggiordomi assassini o geni del male e nemmeno ispettori Callaghan o Holmesiani di alcun tipo.
Ma alla fine quello che conta è: è un buon romanzo? Assolutamente sì ed anche un buon giallo; oddio, risolvere il whodunnit?, il “chièstato” non è proprio difficilissimo. Chersteton, inglesissimo e borghesissimo padre del “Padre Brown” di qualche anno fa, diceva che il lettori di mistery amano sentirsi stupidi, arrivare alla fine e dirsi “Toh, ma allora è così? Ma chi l’avrebbe mai detto,!? Io non c’ero arrivato!”; solo che questo accade a sedici anni, diciotto, poi se continui a leggere gialli alla fine lo sai come funzionano i meccanismi e poi se leggi un Giallo Mondadori, all’inizio di lato alla prima pagina, per tradizione c’è la lista dei personaggi e l’assassino è lì, non si discute, ci si arriva anche solo per esclusione.
Se fossi stato l’editore e me lo avessero proposto a me, lo avrei pubblicato? Ma certo, ripeto è evidentemente un buono giallo.
Ma non avrei stampato 120.000 copie in prima edizione! E non è che sarebbe stato un grande errore, ormai con le macchine da stampa che ci sono stampare a botte di 10.000 o 100.000 quando vedi che le vendite salgono è solo il costo in più della carta, che si paga da solo e subito.
Ma da dove caspiterina vengono i due milioni di copie vendute? Ma davvero è così buono?
Io non credo ai best seller costruiti a tavolino, con le famose pile di libri dentro le librerie, all’ingresso o in vetrina. Troppi sono i casi in cui gli editori ci hanno provato ed hanno clamorosamente fallito: il caso di “Inshallah” della Fallaci è lì ad eterna memoria del fallimento di strategie di questo tipo ed altri ne potrei citare, a iosa.
Un best seller lo fa il tam-tam, punto. Può essere aiutato, certo, con presentazioni, pubblicità, articoli come quello di Repubblica, ma imposto no. Ma nemmeno 10.000 copie, figurarsi due milioni!
Ci fosse un metodo noto, lo applicherebbero sempre e tutti gli editori, mentre chiunque lavori in editoria sa che non esiste un metodo per produrre best-seller.
Sia chiaro: essendo io uno scrittore mi faccio da solo la tara dell’invidia, ci mancherebbe! Ma sono anche un accanito ed onnivoro lettore. È vero che l’ho letto in 24 ore, ma per un libro scritto bene capita anche se ad ogni buon conto non lo capisci o non lo condividi. Ad esempio io “La solitudine dei numeri primi” proprio non l’ho capito ma l’ho letto in due giorni, è scritto da Dio. Di Paolo Giordano poi ho letto il secondo, neanche mi ricordo il titolo, e, boh, il terzo quando uscirà non credo che lo leggerò, a meno che un amico di cui mi fido non mi dica leggilo. Mi sono bevuto il primo di Piperno, il secondo ancora non l’ho digerito; Baricco se parla mi affascina, quando scrive mi annoia, e parlo sempre da lettore, sia chiaro.
Suggerirei di leggere questo? Sì, non fosse altro perché ad ogni buon conto mi dite cosa ne pensate, intanto per ora lo presto alla mia prima ex-moglie, così sento lei.
È interessante constatare che quando un libro si annuncia come un successo di quelli veri da milioni di copie, critici e recensori glissano sulla natura di genere del testo, mentre una commessa di libreria no, lei lo dice che è un giallo. Alla fine è lei che vende e la gente i gialli li compra soprattutto d’estate ma che sono gialli lo vuole sapere subito.
Vedremo come andrà in Italia, vedremo cosa se ne dirà nei prossimi mesi. Io l’ho comprato subito perché voglioso di capire il “mistero del bestseller”, che continua a non farsi penetrare, non da me.
La scrittura è professionale e senza una speciale attenzione allo stile, per altro come ho già detto lineare e del resto per scrivere genere bisogna saperlo scrivere, scordandosi appunto voli pindarici, originalità e genialità: i lettori sanno cosa vogliono e non li freghi.
Una frase mi ha colpito.
“L’ho imparato dalla psicoterapia: i buchi della vita non si chiudono più. Devi crescere intorno a loro, come le radici che affondano nel cemento, e devi rimodellarti intorno alle crepe.”

Alè!

MM

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