Fin da piccolo ho amato il ciclismo. Mio nonno era un grande appassionato di questo sport e io ne seguii subito le orme. Mi ricordo, ero piccolissimo, il mondiale a Barcellona nel quale Gimondi beffò in volata il “Cannibale” Eddy Merckx. Ricordo come lui, il grande Felice, negli ultimi chilometri prima dell’arrivo scrutasse il volto degli avversari, a scoprire chi avesse più fatica negli occhi, chi fosse il più fresco. Il ciclismo è pieno di questi piccoli gesti che contribuiscono alla costruzione del mito delle due ruote… Venne l’era del duello Moser-Saronni. Io facevo il tifo per Saronni. Amavo la timidezza di questo lombardo che, malgrado la corporatura non eccezionale aveva la dinamite nella gambe. Gli sprint di Saronni hanno allietato la mia gioventù schifa. Il suo scatto micidiale sulla rampa di Goodwood, nel mondiale del 1982, quando in pochi metri si tolse di ruota tutti gli avversari è uno dei più bei ricordi sportivi. E quanta sofferenza, da tifoso, quando difendeva la sua maglia rosa sui tornanti del Giro d’Italia, lui che non era uno scalatore. Perché il ciclismo è tanta, ma tanta sofferenza. Ricordo lo sconforto che mi prese quando lo stesso Saronni venne battuto di un soffio nella Milano-Sanremo del 1980 da Pierino Gavazzi e nel mondiale del 1981 a Praga da Freddy Maertens. Sconfitte per un niente, per una incollatura. Perché magari si era trovato scoperto al vento nel momento meno opportuno, o perché gli avversari avevano sfruttato al meglio la sua scia… Il ciclismo è uno sport crudele, e per questo bellissimo… Poi ho fatto il tifo per Bugno, il campione “Amleto”, quello che avrebbe vinto molto di più se avesse avuto una testa veramente da vincente. Bugno comunque mi piaceva perché finalmente un italiano, dopo la vittoria di Gimondi nel ’65, si confrontava con la corsa più affascinante del mondo: il Tour de France. È il Tour infatti, la Grand Boucle, la vera corsa a tappe. Sì, c’è anche il Giro d’Italia, ma è lì, in Francia, che il mito delle due ruote divampa più lucente che mai. È lì che Fausto Coppi è diventato il “Campionissimo”, è lì che Bartali ha fatto incazzare i francesi, è lì che Anquetil ha sempre battuto Poulidor, è lì che Merckx è stato per la prima volta messo in crisi da Ocana… Le montagne del Tour fanno paura soltanto a nominarle: Tourmalet, Galibier, Alpe D’Huez, Croix de Fer, Aspin… Ma Bugno non riuscì mai a vincere il Tour… Quello era il tempo del robocop Indurain, uno dei pochi ciclisti spagnoli che andava meglio a cronometro che in salita… Poi arrivò il Pirata, Marco Pantani. Molte cose sono state scritte sul ciclista romagnolo. Io dico soltanto che vedere Marco in azione sulle montagne è stata una cosa emozionante, da togliere il fiato. La preparazione dei suoi attacchi, quando lui si toglieva tutto, la bandana, la boraccia, per volare ancora più forte sui tornanti. I suoi scatti con le mani ben piantate sui manubri della bicicletta, come dovesse compiere un’interminabile volata. Le sue smorfie durante le salite, quando cercava di sopraffare la fatica che gli mordeva le gambe. Pantani era un pezzo di Fausto Coppi che come un asteroide impazzito era stato catapultato sul ciclismo robotico e gonfiato degli anni Novanta. Pantani era tutto fuorché un ragionatore. Era puro genio d’artista. E le sue vittorie non sono mai state banali. Ho ancora negli occhi il Giro d’Italia del 1998 quando a due chilometri dalla vetta di Monte Campione riuscì finalmente a togliersi di ruota il russo Tonkov…… E poi quello splendido Tour de France dove finalmente un italiano, dopo più di trent’anni da Gimondi, tornava a dettare legge. La splendida tappa del Galibier con un tempo da tregenda, quando attaccò il montone germanico Ullrich e gli prese più di nove minuti. Pantani era poesia, era letteratura. Era mito. Era l’attacco all’impossibile, era la rimonta della tappa di Oropa del Giro del ’99, quando, dopo un foratura all’inizio della salita finale, riuscì a rimontare tutto il gruppo e a vincere in solitaria… Poi venne Madonna di Campiglio e quel giorno finì la storia di Marco Pantani. Le due vittorie del Tour del 2000 non hanno quasi importanza. Il campione era già entrato nel suo tunnel autodistruttivo. Ma le gesta di un uomo solitario che sfida se stesso e la soglia della sua fatica per attaccare da pari a pari la montagna, bé quelle sono cose che non moriranno mai. Per questo quando ci sono programmi televisivi che fanno rivedere le immagini del Pirata in corsa, io piango come un bambino… Oggi, dieci anni dopo la vittoria di Pantani al Tour, ho visto qualcosa che si avvicina al mito. Un giovane ciclista italiano di ventitrè anni, Riccardo Riccò (secondo posto al Giro d’Italia di quest’anno), sull’ultima salita di giornata della tappa odierna del Tour, il mitico Col d’Aspin, ha guardato il gruppo dei corridori superstiti, si è alzato sui pedali ed ha fatto uno scatto secco. Un unico scatto come quelli che faceva il Panta. La posizione in bicicletta a mimare un’infinita volata. Ed è stata subito luce, è stato subito il vuoto alle sue spalle. Riccò, che aveva già vinto una tappa in questo Tour (con uno scatto degno, quella volta, di Saronni) ha superato i corridori già in fuga come se stesse guidando una motocicletta. Dalla sommità del colle all’arrivo mancavano ventisei chilometri di discesa e pianura. Un’enormità per un uomo solo al comando. Ma il campione non fa conti del genere. Quando sente che la gamba gira, spinge e basta. Sente di poterne fare altri trenta, altri cinquanta in solitudine… E così Riccardo sul traguardo è arrivato con oltre un minuto di vantaggio sul gruppo inseguitore… Erano anni che non mi dimenavo come un tifoso da stadio davanti ad una corsa di ciclismo… Qualcuno già parla dell’ematocrito troppo alto di Riccò, ma lui si è sempre difeso dicendo che quel livello è per lui naturale… Io per il momento sogno che un altro ciclista italiano, un altro ciclista romagnolo che va come un treno in salita ed è una frana a cronometro, possa vincere il Tour de France. Lasciatemi almeno questo sogno… Vi prego!
