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Come le ossa di un vecchio, come il basilico

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Lui potava la pianta, il basilico. Lo potava spesso, quasi tutti i giorni. Ormai era rimasto solo uno stelo, grosso come un dito, e poca terra intorno. “Lo dovrò spostare”, diceva a volte. “In un vaso più grande, di terracotta”.

Lui potava la pianta, il basilico. Lo potava spesso, quasi tutti i giorni. Ormai era rimasto solo uno stelo, grosso come un dito, e poca terra intorno.
“Lo dovrò spostare”, diceva a volte. “In un vaso più grande, di terracotta”.
Io avevo un mazzo di foglie di basilico nel surgelatore, e anche vari rametti. Non amavo usare quelle foglie, per paura di finirle; la pianta era ormai alle radici.
Lui la potava, ma spesso dimenticava di innaffiarla e di spostare il vaso al sole. Il giardino era piccolo e una quercia lo ombreggiava.
Io, ogni giorno, uscivo a toccare la terra nel vaso. Se era umida, rientravo; se era asciutta, le davo acqua. Al mattino spostavo il vaso nella parte soleggiata del giardino, sotto la finestra della cucina. Nel pomeriggio lui usciva a potare la pianta e sbalordito non la trovava sotto la quercia dove riposava la sera prima, riparata dai venti freddi della notte.
Il basilico, si sa, è una pianta delicata come le osse di un vecchio. Il nostro, non avendo ormai né fiori né foglie, era forte. Solo temeva le affilate cesoie che con cura, e forse amore, lo avevano ridotto, giorno dopo giorno, a uno stelo grosso come un dito, che non faceva ombra a nessuno.
Lui si vantava di avere il pollice verde e io lo avevo sempre assecondato: dapprima mi ero fidata, poi mi ero lasciata convincere, e infine avevo deciso che per quanto il nostro basilico fosse un martire delle sue cure, sarebbe stato una vittima delle mie, che lo avrebbero portato a crescere più alto della quercia e ad afflosciarsi al suolo, dolorante.

La pioggia si aspettava da mesi ormai, alcuni dicevano anni. Una notte di Marzo arrivò, e ancora non è andata via, in quella città. Il mattino era buio, ma io uscii e spostai il vaso sotto la finestra della cucina, forse distratta, o anche speranzosa. Toccai la terra nel vaso, per abitudine: era bagnata. Sotto le dita fredde sentii le radici della piccola pianta: sottili, deboli, delicate come le ossa di un vecchio e le piante di basilico. I capelli bagnati mi gelavano la schiena e sgocciolavano dalla fronte fino al mento. Rientrai, e subito volli uscire. Vidi lui, supino sopra le coperte del letto matrimoniale su cui avevo dormito male. Lo invidiai perché la pioggia non lo aveva svegliato, ma lo biasimai per lo stesso motivo. Mi faceva tenerezza l’igenuità del suo volto addormentato, molto diverso da quello che di solito mi fissava con gli occhi bagnati di consapevolezza. Sembrava un uomo morto e lo avrei pianto se non fosse stato per il suo respiro pesante che tradiva un’ingombrante vita. Silenziosa come la pioggia, sulle punte dei piedi, gli girai intorno per raggiungere i cassetti della biancheria. Presi dei calzini di lui e corsi in bagno. M’asciugai i piedi fradici e li avvolsi nei calzini, grossi, di lana. Presi lo spazzolino e decisi di comprare il dentifricio appena fuori città, quando mi sarei sentita al sicuro, lontana da quella tempesta.
In pigiama, m’infilai gli stivali e uscii in giardino. Volevo tanto salvare il basilico. Ci pensai a lungo, qualche minuto. Rientrai. Non potevo lasciarlo. Uscii. Morirà, anche al sole. Toccai di nuovo la terra nel vaso, un’ultima volta. Era bagnata. Le radici, ancora tenere.
Mi attristii all’abbandonarlo, ma a vederlo morire ne avrei sofferto più io. Ero anche felice, perché camminavo sul terreno bagnato del giardino e sentivo il rumore delle suole di plastica disfare l’erba ammosciata e il fango, con la consapevolezza che le mie dita dei piedi erano calde avvolte nei calzini; forse ancora umide, si sarebbero asciugate presto sotto il sole del Messico.

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