Ci incontriamo a piazza Venezia, alle dieci, al capolinea del 44.
Due giorni prima al telefono:
“Sono una tipica tedesca, alta, non proprio magra”.
“Io non sono alta, sono magra, avrò un libro in mano”.
Queste le coordinate per riconoscerci. Infatti non ci siamo mai viste, ma navighiamo sulla stessa barca avendo comunque a che fare con la parola scritta.
La ragazza che scende dall’autobus ha i capelli rossi, gli occhi scurissimi ed è alta. L’avevo pensata bionda e con gli occhi azzurri e se non fosse stato per il libro – che lei ha immediatamente notato – avremmo avuto qualche difficoltà a incontrarci.
Dalla terrazza del Campidoglio, l’occhio spazia su una distesa di tetti. Le cupole, qua e là, interrompono il ritmo di tegole e terrazzi. Una nebbiolina di smog sfuma i contorni dei palazzi lontani. Qui, accanto alla balaustra, splendono nei vasi alberelli di limoni.
Katharina Schmidt abita a Monteverde. E’ in Italia perché ha vinto una borsa di studio, vi resterà per quasi un mese, sta traducendo l’ultimo libro di Ammaniti.
“Avrei potuto abitare in albergo” dice “ma volevo vivere la vostra vita quotidiana, perciò ho affittato una casa. Mi serve anche per il mio lavoro”.
“In che senso?”.
“Cerco di calarmi nella vostra realtà, dentro il vostro modo di vivere la giornata (che non è quello di un albergo). Preparo da mangiare, incontro persone, vado in giro per le strade. E non faccio la vita del turista. Qui a Roma, intorno ai monumenti c’è sempre una grande confusione di gente, poi vai nelle altre strade e non c’è nessuno”.
“E questo ti aiuta?”.
“Certo. Nel mio lavoro è importante”.
Il suo lavoro, già. E’ di esso che voglio sentir parlare. Perché mi ha sempre affascinato, e sempre ha suscitato in me il bisogno di saperne di più, di capire com’è che una persona – padrona di due lingue – riesca a farsi ponte tra due culture che racchiudono realtà completamente diverse, e a trasbordare, da una cultura all’altra, la porzione di mondo che un libro racchiude in sé.
“Difficile” dice. E sorride.
Così – davanti a una tazzina di caffè – comincia a spiegarmi che il suo lavoro non consiste nel tradurre parola per parola quello che l’autore – italiano nel nostro caso – ha raccontato, ma calare quella narrazione in un contesto che i tedeschi conoscono benissimo e col quale, soprattutto linguisticamente, sono in grado di identificarsi.
“La traduzione parola per parola non è possibile. Voi italiani, per esempio, amate spesso ripetere le frasi, i tedeschi – invece della ripetizione – aggiungono un ‘più’ o ‘meno’ davanti a un aggettivo, e ottengono lo stesso risultato. Poi, ci sono delle espressioni davvero intraducibili. Per esempio quelle dialettali. Non esiste un equivalente del vostro dialetto nella nostra lingua. Potrei, per esempio, far riferimento al bavarese, ma non avrebbe senso, perché la realtà della Bavaria è molto diversa da quella in cui è ambientato il testo di riferimento, e offrirebbe ai lettori delle indicazioni false. Per non parlare, poi, dei proverbi. Un autore siciliano di cui mi occupo – Roberto Mistretta, scrittore di romanzi gialli – ne usa moltissimi, li mette in bocca ai suoi personaggi. E ogni volta devo trovare il modo per rendere comprensibile il senso di quel proverbio in quel determinato contesto”.
“Come fai?”.
“Uso delle espressioni gergali, un linguaggio talvolta più ‘basso’, per esempio contraggo alcune parole così come avviene in un certo modo più colloquiale di esprimersi.
“Quindi ciò che si traduce è il concetto, l’idea?”.
“Sì, necessariamente. Un proverbio siciliano, collocato strategicamente in un giallo, deve poter essere compreso dal lettore tedesco, perciò non è importante la traduzione letterale (che certe volte non significa nulla) quanto, appunto, la restituzione del messaggio che contiene”.
“Allora, davvero, il traduttore è un po’ un traditore?”.
“Sì, ma deve essere così. Altrimenti non viene fuori l’essenza della scrittura. Ogni paese ha un diverso modo di strutturare la frase, una diversa grammatica. Bisogna che il traduttore entri nel testo e cominci a viverci, a vedere quello che accade. E soltanto dopo potrà riscriverlo”.
“E le suggestioni, l’originalità del libro di partenza? Non è che si rischia un appiattimento, una banalizzazione, un ridurre la storia a mera trama?”.
“No, un bravo traduttore fa di tutto per rimanere fedele. Intanto cerca di mantenere il ritmo. Ecco, io parto sempre dal ritmo. Cerco di penetrare la musica dell’originale. E poi la restituisco nella versione tedesca”.
“Non deve essere facile”.
“Non lo è, però è questa la grande soddisfazione, riuscire, dopo tanto lavoro, ad avere una narrazione che suona come l’altra”.
E di suoni, di musica, Katherina ne ha ben conoscenza. Perché si è formata al teatro dell’opera, ha studiato regia teatrale e ha lavorato in teatro per diversi anni occupandosi di tutto: dei testi, delle musiche, persino delle luci. Poi ha cominciato a tradurre i libretti dei compositori italiani: Verdi, Bellini… e si è trasferita a Milano – da Francoforte – per perfezionare la sua padronanza della nostra lingua. Quindi ha scritto una tesi su “Musica e Parola in Donizetti”.
“Una bella gavetta”.
“Sì, e molto formativa. Il teatro mi ha insegnato tanto, anche dalla lirica ho imparato moltissimo. Appunto il senso del ritmo, la concordanza tra note e parole all’interno di un testo”.
“E anche la capacità di entrare idealmente nelle scene raccontate dai libri?”.
“Sì, anche”.
“E quella sorta di visionarietà che appartiene allo scrittore e gli permette di costruire i suoi mondi?”.
“Più che a uno scrittore, credo che il traduttore assomigli a un regista, o a un attore, a un soggetto, cioè, che interpreta ciò che è stato creato da altri. Voi scrittori siete degli “originatori”, noi traduttori degli interpreti”.
Mi piace molto questa parola: “originatori”. Dà il senso di un qualcosa che viene fuori dal caos, o dal buio, da un’assenza che all’improvviso coagula intorno a un cuore di esistenza e modella un universo, lo popola di uomini, donne, animali, oggetti, sentimenti, emozioni.
Una volta, cercando di spiegare a un amico la sensazione straordinaria che provo quando arriva l’ispirazione (e la penna vola sulla pagina e il corpo vibra di una passione che infonde vita alle parole) ho detto: “Lo scrittore è come un dio, può far vivere e morire, uccidere, far risorgere”. L’amico ha annuito perplesso, era un buon lettore ma non praticava la scrittura e dunque non poteva capire.
Torno a Katharina:
“Anche i traduttori hanno bisogno di un confronto?”.
“Sì, hanno bisogno di persone che leggano per verificare se il testo ha un suo sviluppo logico. Perché si traduce il concetto” ricorda “non le singole parole”.
Giusto. Dunque il confronto:
“In genere, il primo che legge è mio padre” dice “conosce bene l’italiano. Mi fa notare se commetto delle sviste, se salto qualcosa di importante. Oppure una mia amica, anche lei traduttrice, molto brava. E questo nel rispetto di tempi abbastanza brevi. Mi piacerebbe far maturare un testo, lasciare fermo un romanzo per un paio di mesi prima di rivederlo. Ma non è possibile”.
Ecco, questa, invece, è la grande libertà che io, come scrittrice, mi garantisco: ogni storia ha bisogno di tempi lunghi per maturare e crescere, per mostrare i suoi difetti, per costruirsi nei dettagli, per mettere alla prova il linguaggio che la racconta. Un tempo che nessuna scadenza può limitare.
Le tazzine davanti a noi sono vuote. Ci scambiamo indirizzi e-mail e numeri di telefono. Chi naviga sulla stessa barca – anche se applicandosi a ruoli diversi – ha bisogno di frequentarsi, di scambiare idee, di confrontarsi sulla fatica del mettere insieme parole che suonano come una musica. Soprattutto quando si lavora in sintonia. E la fatica dell’una, unita a quella dell’altra, permette a un libro di valicare i confini delle Nazioni e raccontare una storia che appartiene a tutti.
