È mattino presto, e nella Pagoda dell’Hotel Des Bains, una struttura seminascosta tra gli alberi che si allunga sulla spiaggia del Lido, si sente il vento assordante che scuote i tendoni e apre squarci di azzurro nel cielo in tempesta. I giornalisti prendono posto attorno ai tavoli, qualcuno rimane in piedi con gli occhi fissi all’ingresso, da dove entreranno: Ang Lee, Tony Leung e Tang Wei regista e attori di Lust, Caution uno dei film che ha aperto il Festival, thriller erotico di cui molto si è favoleggiato. C’è chi è rimasto deluso, chi è scettico sulla ricostruzione storica, c’è persino chi dice che certe scene solo un regista omosessuale poteva pensarle. Ed eccoli entrare: Tony Leung, icona del cinema asiatico, il prediletto di Wong Kar Wai, e Tang Wei, splendida esordiente, scivolano tra i divani beige, eterei e irraggiungibili come i divi di un tempo.
E quando torniamo con gli occhi al grande tavolo, attorno al quale siamo seduti con i giornalisti della stampa scritta, un volto dolcissimo ci fissa con grandi occhi scuri dove ironia, stupore infantile e ferrea determinazione si alternano e si accompagnano.
Ang Lee, materializzatosi dal nulla, sorride bonario del nostro sconcerto.
E subito incalzano le domande, nel timore forse che Ang Lee, come è arrivato, così se ne possa andare. Lui ascolta attento, assorto. Annuisce ogni volta e ogni volta, sembra a noi, un’ombra leggerissima di delusione gli corre negli occhi. Quasi si aspettasse altre domande, o chissà altre emozioni. Lust, Caution è uscito a Venezia in prima mondiale e lui vuole sapere se qualcosa dentro è stato toccato, cambiato, se una scintilla è scoccata.
E mentre il vento sibila implacabile, tanto che talvolta bisogna aspettare in silenzio che le raffiche si quietino, Ang Lee racconta che all’origine del film c’era sì il bisogno di tornare in Cina e alle sue radici culturali, ma soprattutto l’ossessione di un racconto letto tre anni prima, al cui richiamo a lungo aveva cercato di sottrarsi. L’autrice Eileen Chang, nota in Occidente come Zhang Ailing, e morta a Los Angeles nel 1995, oggi è una delle scrittrici più lette e ammirate in Cina, ma ai suoi tempi era estremamente trasgressiva e molti suoi testi erano stati censurati. Appartiene alla generazione dei genitori di Ang Lee e ha vissuto nella Cina che lui, cresciuto a Taiwan, ha conosciuto attraverso i ricordi e i racconti dei suoi. Una Cina fatta di sogno, di fantasia, di nostalgia eppure reale e fortissima. Come tutto ciò che sarebbe potuto essere e non è stato. Il racconto è ambientato in un’epoca, gli anni ’40, all’apparenza tutta imperniata sui valori patriarcali, il Comunismo, il patriottismo, la lotta contro i Giapponesi. Eileen Chang è stata di un’audacia incredibile. Ha rovesciato ogni convenzione, ha detto l’indicibile. Ha raccontato quegli anni attraverso il piacere sessuale di una donna, di cui in Cina, in tutta la letteratura classica cinese, non si era mai parlato. Né mai nessuno avrebbe contestato il dovere di morire in battaglia contro i giapponesi. La voce di Ang Lee vibra di ammirazione. Eileen Chang è tornata sul racconto, riscrivendolo per decenni: una storia che ha ossessionato scrittrice e regista, spalancando loro le porte degli inferi, delle paure più nascoste, profonde e inaccessibili.
“Ed è stato un bene per me che ho la pretesa di credere che un film possa toccare la verità, possa andare a snidarla tra le tenebre”.
Ang Lee non si ferma più ad assecondare gli umori del tempo, la sua voce si impasta di vento, ne domina le raffiche e le sferzate come fosse, il vento, un’altra delle sue paure più profonde, di cui nessuno ancora osa chiedere. Ha uno sguardo bonario, una flemma antica, per questo e per il suo accento asiatico a cui occorre abituarsi, ci viene a tratti il dubbio di avere inteso male le sue frasi così forti, così vibranti. Ma Ang Lee ripete i concetti, li espande, li connota scacciando ogni dubbio. È vestito di grigio, camicia, pantaloni, giacca, in gradazioni diverse, mocassini anonimi, sembra fare di tutto per confondersi, per scomparire, per lasciare di sé solo l’essenza, l’emozione primordiale sotto tanto grigio.
Ed è forse per contenere l’intensità sotterranea che emana da lui, che le domande si rivolgono ad aspetti più tecnici. Gli chiedono dei suoi bravissimi attori e Ang Lee sta al gioco: Tony Leung, è, a suo giudizio, il miglior attore cinese, e si adattava perfettamente alla descrizione del personaggio nel racconto. Quanto al ruolo della ragazza, non c’erano attrici ventenni in Cina che risultassero adatte, la ricerca è iniziata da zero, diecimila provini e alla fine è arrivata lei Tang Wei. “L’ho riconosciuta subito, per il suo viso che ricorda le donne del sud, perché conserva nei modi qualcosa che apparteneva alla generazione dei miei genitori. Per il suo carattere, per quello che lei è, mi sono riconosciuto in lei. In lei ho visto me stesso”
Un attimo di silenzio accompagna la stranezza dell’affermazione, l’identità tra la splendida ragazza vestita di nero e bianco intravista poco prima e l’uomo grigio seduto che offre un nuovo appiglio per entrare in terreni più insidiosi, l’affinità tra la passione a cui cede la protagonista e la flemma ieratica del regista. Ma è ancora presto in questo mattino pieno di squarci di sole per entrare nel gorgo nero. Gli chiedono come abbia reagito alla decisione presa negli Stati Uniti di applicare al suo film il divieto NC 17 che in sostanza lo equipara ad un film per adulti e ne preclude l’uscita nelle sale. L’uomo grigio, seduto accanto a noi, non è mutato: stessa gentilezza, stessa flemma nella voce eppure avvertiamo un muro che si innalza. Un’ironia sottile, feroce: la violenza esplode e gli americani non la vedono più. Ma sul sesso si accaniscono, il sesso, proprio no, non lo vogliono vedere. I produttori sono dalla sua parte, ne hanno parlato a lungo, sono tutti pronti a sostenerlo. Il film non verrà tagliato anche se questo dovrà significare per tutti un’enorme perdita economica. Dopo Tempesta di ghiaccio, dopo i tanti Oscar, lo seguono in tutto. Sorride sommesso Ang Lee.
È finita la prima tavola rotonda, e il gorgo nero è stato solo sfiorato. Qualche giornalista se ne accorge e rinuncia ad intervistare gli attori per seguire Ang Lee, per vedere se ora qualcuno avrà voglia di dare nome a ciò che è rimasto sospeso nell’aria.
Al nuovo gruppo che gli chiede perchè la scrittrice sia tornata così a lungo sul racconto, e cosa c’è nella storia che la rende così ossessiva Ang Lee spiega con passione, quasi che parlando di lei possa parlare di sé, che Eileen Chang era una figura molto controversa, sposata ad un collaborazionista, tutte le sue storie erano ispirate a fatti reali, alle persone che la circondavano, ma solo in questo racconto probabilmente ha scritto di se stessa, e per questo forse le è costato tanto. E lui Ang Lee come sceglie i temi dei suoi film tra loro così diversi, c’è forse un filo rosso che li lega? Ang Lee sorride. Ogni film nasce dal bisogno di farlo, da qualcosa che misteriosamente lo attrae e deve essere detto, deve diventare immagine. Può essere che ci sia un filo che percorre tutti i suoi film, un filo sotterraneo, ma forse è bene che rimanga un mistero. Il discorso sembra concluso ed invece come ripensandoci, attratto dalle possibilità,dal gioco, che la domanda cela, con un leggero sussulto del corpo riprende a parlare. Un lampo di ironia negli occhi. “Può essere che ne La tigre e il Dragone io abbia affrontato la crisi della mezza età, le cose che mi erano mancate nell’infanzia: le battaglie con le spade, certi aspetti delle donne che non ho mai capito” I giornalisti ridono. “Materiale inconscio che qualcosa attiva all’improvviso e riporta in superficie, come nel racconto di Eileen Chang: da giovane sono stato attore a Taipei. Ero sul palco, per la prima volta, la luce mi accecava, distinguevo a stento il pubblico davanti a me. E nella messinscena, lontano dalla realtà, proprio come avviene per la protagonista del film, d’un tratto ho sentito di toccare il mio io più profondo. La parte più vera di me, fino ad allora inaccessibile. E come nel film, dopo lo spettacolo, sono uscito con gli altri attori della compagnia, cadeva una pioggerellina leggera ed io ero in uno stato assoluto di trance. Sono rimasto senza parole quando ho ritrovato la stessa esperienza, l’identica emozione nel racconto… Eileen Chang usa spesso la recitazione, il camuffamento come mezzi per sfuggire ad un nemico o per attirare una preda. Ma io credo che la recitazione, la finzione siano un modo per arrivare a rapporti più complessi con gli altri, a significati più profondi.”
Un breve silenzio accompagna lo stupore incantato di Ang Lee. Ripensiamo alla scena del film nel tram sotto la pioggia, che rimane impressa, pur nella sua apparente semplicità, per qualcosa di indefinibile: una sospensione, un’estasi.
“E di quel periodo, dell’occupazione giapponese, lei cosa pensa? E della Cina oggi?”
Ang Lee sussulta, come chi si svegli bruscamente da un bel sogno e si trovi davanti volti protesi, microfoni, penne e fogli pronti a cogliere una frase di accusa, una dichiarazione poco diplomatica, qualcosa contro il Paese che lo ha ospitato per le riprese, gli ha offerto la città di Shangai e ogni possibile sostegno. Dicono che Tony Leung, intervistato poco più in là, (l’unico degli attori a parlare inglese) risponda con gesti elusivi ad ogni domanda politica, dicono ci sia qualcuno, una presenza invisibile e onnipresente, che il governo cinese ha mandato a controllare, uno dei tecnici? dei truccatori? chissà, voci che girano e si confondono tra i fruscii del vento.
Ang Lee, per un istante disarmato, subito si riprende. È un tema complesso, dice, va bene, allora parliamo della Cina. Di come era allora. Di come è oggi. C’è un fremito nel pubblico. L’incantevole sospensione che precede le grandi, fatidiche dichiarazioni. Ma Ang Lee è partito da premesse lontane: le prime invasioni occidentali, la repubblica, la guerra civile, la copresenza di comunisti e di nazionalisti e di giapponesi, con cui entrambi i fronti collaboravano. Parla di Italia, Germania, e Russia che intanto facevano e dicevano. E poi Taiwan e poi il Comunismo. La Cina oggi è una grande potenza, ancora “comunista”. Ang Lee il professore di storia agita le dita in aria a tracciare le virgolette davanti al pubblico sconcertato. La Cina allora, negli anni 40, era un po’ come l’Irak, i giornalisti rialzano la testa, come la Francia della seconda guerra mondiale. Quella era la Cina di allora, come sarà la Cina di domani, chi può dirlo. La cosa certa è che né i comunisti né il movimento nazionalista hanno mai voluto parlare del collaborazionismo con il Giappone. Questo è il primo film a parlarne, e questa è una cosa buona.
Qualcuno nel pubblico, prima che Ang Lee possa riprendere la sua funambolica lezione, gli mostra la pagina di un quotidiano italiano che il giorno prima riportava l’appello di un gruppo di intellettuali cinesi che chiedono maggiori libertà al loro governo. Il giornalista vuole sapere se lui l’appello lo firmerà. È un testo che parla chiaro: la democrazia non è ancora moneta corrente in Cina.
Ang Lee sorride, si protende verso il giornale, lui legge la stampa inglese, si informerà. I giornalisti cercano di riassumere l’appello, le loro voci si sovrappongono. Ang Lee è immobile.
“Può dirci almeno se come cineasta si sente più cinese o più americano?”
Ang Lee riprende il filo interrotto. La sua struttura mentale è cinese, risponde, si è adeguata al mondo statunitense quel tanto necessario a viverci, come succede a chiunque viva lontano dalla sua terra. La sua formazione da cineasta ha attinto enormemente al mondo americano, ma la sua identità cinese, vivendo negli Stati Uniti, è rimasta in un certo senso più pura, incorrotta, mentre intanto in Cina le cose cambiavano. E come nella relazione uomo donna del film non si sa chi sia l’occupante e chi l’occupato, chi la preda e chi il cacciatore, e i ruoli sempre cambiano, così avviene nelle relazioni tra genti e paesi. È un tema che lo affascina profondamente, sorride Ang Lee, il tema del film, personale e intimo, ha quindi una valenza universale. È questa, per chi la sa cogliere, la stringata risposta alla domanda sulla Cina e l’Occidente: è sempre difficile dire chi sia la preda e chi il cacciatore e sapere in quale momento torneranno ad invertirsi i ruoli.
Ang Lee sente di aver riportato il discorso sulla sua sintassi e continua pacato: “Credo che la distanza che ho acquistato vivendo in occidente, in un’altra cultura, mi abbia aiutato a capire. Finché rimani all’interno, riconosci gli ingranaggi e le rotelle, ma in modo meccanico.” E le sue dita giocano tra gli interstizi di un congegno invisibile che stringe tra le mani. “È solo nella distanza che si vedono le cose, solo da qui vediamo la luna tonda.”
Una giornalista lo strappa alle sue divagazioni astrali, mentre l’addetto stampa fa cenno con la mano che Ang Lee è atteso ad un altro tavolo: “Ma lei comunque le cose che vede da lontano crede che un po’ dovrebbero cambiare?” Ang Lee sorride a disagio, trascinato di nuovo in una sintassi che lo imbarazza: così priva di sfumature, tagliata con grezzi coltelli occidentali. Però non sfugge, si alza in piedi e scandisce con lentezza la sua risposta “I cambiamenti sono processi sottili, richiedono un tempo lungo che preservi le radici e ne consenta l’evoluzione. Io credo nell’evoluzione – e per evolvere ci vuole molta pazienza – e nella sopravvivenza. Sopravvivere è la cosa più importante.” Ripete in un bisbiglio e sorride malinconico al suo pubblico sbigottito.
Nel nuovo tavolo, la politica momentaneamente accantonata, il discorso ritorna sul cinema, su I Segreti di Brokeback Mountain, con cui Ang Lee ha vinto il Leone d’Oro a Venezia nel 2005 e due Oscar. Ang Lee sorride: il Festival di Venezia è sempre stato molto importante per il cinema asiatico, il loro successo è iniziato al Lido, dai riconoscimenti a Kurosawa. Il ricordo gli accende una luce di tenerezza nello sguardo. Il suo corpo è sempre immobile, leggermente proteso in avanti sulla sedia, l’espressione concentrata. Con I segreti di Brokeback Mountain, racconta, aveva voluto girare un film per riposarsi dalle fatiche precedenti. I premi sono stati un’infusione rigenerante di energia spirituale, hanno spazzato via ogni stanchezza. Questo film invece gli è costato una fatica enorme, una vera discesa agli inferi. Forse perché girare in Cina è più faticoso? Gli chiedono. Ang Lee scuote la testa, al contrario: il cinema americano ha mezzi enormi, ma esercita anche un controllo maggiore sul film. Di contro in Cina uno sente di avere più libertà: i giornalisti strabuzzano gli occhi. Proprio perché l’industria non è al livello del Canada o degli Stati Uniti. Le autorità cinesi sono state molto collaborative, una dedizione enorme, a Shangai, ad esempio, hanno accettato di rimuovere tutti i condizionatori in un intero quartiere per ricostruire l’atmosfera dell’epoca. Negli Stati Uniti lui non fa altro che guardarsi attorno, per capire, per comprendere. In Cina invece non ha bisogno di guardarsi attorno, sa esattamente cosa cerca, cosa vuole. Anche se spesso ciò che vuole è una realtà che non esiste più, un ricordo, o ricordo di altri, ma al cinema non c’è bisogno che le cose esistano, basta ricordarle.
No, la stanchezza di questo film è di altra natura. Ang Lee seduto composto continua: è stata la fatica, l’estenuazione di arrivare alle parti profonde di se stessi. Il percorso estenuante della protagonista che seduce l’uomo, il temutissimo capo della polizia che collabora con i giapponesi, lo porta a fidarsi di lei in modo da poterlo consegnare ai suoi amici della Resistenza. E nella seduzione cade nel suo stesso gioco. È un tema potentissimo per lui: la scoperta di sé nella finzione…
Ma Ang Lee viene portato via. Rimane solo il tempo per un cambio di giacca, per un tocco di cipria. E l’ora della conferenza ufficiale del Festival.
Si riprende dopo pranzo con le interviste televisive. Dove in genere c’è meno tempo per approfondire, i minuti a disposizione sempre contati, ma Ang Lee le affronta a modo suo, come se dopo tanti Oscar non sapesse ancora come funziona la televisione: parla a lungo, si sofferma, riflette, un’idea ne richiama un’altra nulla potrebbe essere più lontano da lui delle risposte lampo, delle battute ad effetto. “Lei sembra che voglia sempre superare ogni limite” gli chiedono “prima una storia di amore tra due cowboys, e ora la passione tra un uomo ed una donna portata alle sue più estreme conseguenze.”
E Ang Lee sorride. Sono infiniti i limiti con cui ci si scontra: il limite del mezzo cinematografico, i limiti personali, i tabù della società in cui si è cresciuti, ma le paure nascoste nell’inconscio, quelle almeno, lui fa sempre del suo meglio per farle affiorare. Per affrontarle.
Ed è ora parlando dell’eros su cui, nonostante la definizione di thriller erotico, nessuno fin qui lo aveva interrogato che Ang Lee, intesse il suo arazzo, parlando agli interlocutori che si succedono davanti a lui senza mai ripetersi, intrecciando ogni risposta alla seguente. Grigio, compassato, con il suo sorriso dolcissimo confessa che in questo film ha voluto cimentarsi con l’amore romantico. “Avevo bisogno di romanticismo” dice ridendo. L’amore è un oggetto misterioso e oscuro, che elude costantemente la nostra comprensione; per questo non si smetterà mai di raccontare storie d’amore. E per raccontare questo tipo d’amore si è ispirato ai film noir degli anni 40, la stessa Eileen Chan, che era anche sceneggiatrice, di certo conosceva le regole del genere. Erano noir molto romantici, ma questo non impediva che attingessero al lato più oscuro della vita, è stato dopo che il noir ha perso molto del suo romanticismo. Del piacere e del fascino che ne emanavano.
Si parla sempre di sesso, eppure oggi tutti i giornali gridano allo scandalo. Come lo spiega? Gli chiedono. Era dai tempi di Ultimo tango a Parigi che la sodomia era scomparsa dallo schermo.
Ang Lee, con il suo stupore infantile, con la sua leggera malinconia, si stringe nelle spalle, i giornali italiani non li ha letti: è vero ci sono molte restrizioni, molti clichè in materia sessuale nell’arte, perché ciò avvenga, lui però non lo sa dire. Può solo dire che l’eros è un elemento fortissimo di conoscenza. Con le sue paure, i suoi desideri, è un grande banco di prova per l’uomo.
Ne avevano parlato con il produttore: “Credi che le donne lo capiranno, lo accetteranno un eros così?” Non sapevano, hanno fatto dei test, e le donne psicologicamente hanno risposto bene. La giornalista ridendo, arrossendo un poco, dice che le scene erotiche del film lei le ha capite, erano esattamente ciò che voleva vedere. È difficile trovare chi sia davvero capace di parlare dell’eros.
Negli occhi di Ang Lee si accende una piccola luce di gratitudine. Poi con pudore e competenza, come se affrontasse una sfera tecnica molto complessa, Ang Lee soddisfa la curiosità di chi vuole sapere come sono state girate quelle scene. Scene estenuanti, né lui, né gli attori avevano esperienza. Non aveva mai diretto scene così, ha sperimentato, con la troupe ridotta al minimo. Lui parlava tutto il tempo, e comunque, nonostante gli accorgimenti, si stancavano subito. Hanno girato tre scene in dodici giorni. Siamo stati molto bravi dice ridendo. Al confronto le scene di sangue e morte erano un gioco. Ma erano scene necessarie.
Ne I segreti di Brokeback Mountain si parla di un paradiso dove si è stati felici e dove si sarebbe voluti tornare. Non c’era bisogno di mostrarlo l’eros. Mentre in Lust, Caution è l’eros a condurre i protagonisti al cuore di se stessi. Gli attori sono stati bravissimi, in Asia sono molto remissivi, si abbandonano completamente nelle mani del regista, chiedono sempre “dimmi cosa devo fare”. In Occidente gli attori hanno molte più opinioni sulle cose, dice Ang Lee con un sorriso dolcissimo. E noi ricordiamo lo sguardo stupito di Heath Ledger, uno dei protagonisti de I segreti, due anni fa a Venezia quando gli chiedevano se avesse notato grandi differenze tra Ang Lee e i registi americani, e lui cercava di spiegare che Ang Lee era esigente, precisissimo, un maniaco del dettaglio. “Dovevo fumare una sigaretta seduto sul tronco di un albero, lui mi diceva la lunghezza del mozzicone, come dovevo tenerlo, dove dovevo buttare il fumo, dove guardare.”
La Pagoda è ormai quasi deserta, gli attori hanno finito da tempo le loro interviste e i tecnici smontano i set. Si sente il sussurro del vento, un sussurro più dolce che al mattino. Ang Lee continua a raccontare, è stanco, ma si appassiona ogni volta, come se parlare del film lo aiutasse a liberarsi del ricordo del buio in cui si è addentrato. A chi gli ha fatto notare che nel film c’è una crudeltà estrema, talvolta difficile da sostenere, Ang Lee ha risposto con uno sbuffo di sollievo e stanchezza. “Non sapevo se ne sarei uscito vivo”, e un terrore si è affacciato nei suoi occhi. Poi con tono sommesso ha aggiunto che così doveva essere. “La crudeltà è la verità”.
Crudele è il personaggio maschile, si comporta nelle scene erotiche come nel suo lavoro a capo della polizia segreta, usa il suo corpo per indagare, per arrivare alla verità profonda della donna che gli si abbandona. “Non giudico i miei personaggi e questo mi permette di esprimere un giudizio sulla società.”
Si sofferma sul titolo Lust, caution. Traducibile a seconda della cultura e del mondo con cui lo si voglia interpretare. Lust è lussuria in inglese e insieme brama di vita che, negli insegnamenti del Buddismo, corrisponde all’illusione, mentre la cautela corrisponde alla ragione. Nella traduzione in cinese le parole assumono ancora altri significati tra cui quello di “anello”. Lo splendido, fatale anello che segna la fine.
“Tutti i giornali parlano di lei. Non si fa che parlare di lei” continuano a ripetere gli intervistatori e allora Ang Lee con uno sguardo di bambino escluso dai giochi, ci chiede se noi sappiamo cosa dicono i giornali. Noi non lo sappiamo e nella splendida pagoda non c’è traccia di quotidiani, alla fine uno buono molto letto lo troviamo, e via di corsa apriamo sulle pagine di Venezia e accanto a lui sorridendo iniziamo a tradurre. E solo adesso, troppo tardi, ci accorgiamo che l’articolo è di una ferocia senza pari. Dopo le prime frasi esitiamo, proviamo a vedere se qualche riga più in basso, una frase più clemente la troviamo. Ma l’orrore arriva fino in fondo alla pagina. Ang Lee ci fissa con il suo sguardo bonario, capisce il nostro disagio, ma ci invita ad andare avanti. Sembra un perfetto samurai e noi riprendiamo l’harakiri a colpi di frasi al vetriolo, che parlano di pornografia e melensaggine. Ang Lee ha un leggero sorriso che gli increspa le labbra, inclina leggermente il collo di lato quasi volesse ascoltarci meglio e noi continuiamo, senza saltare una riga, una parola. Pensando che non deve essere poi molto diverso ammazzare qualcuno.
Alla fine ha una ruga di perplessità sulla fronte e gli occhi colmi di stupore. Subito recupera la sua calma impeccabile e al giornalista che ci ha visti intenti alla lettura e si aspetta un commento risentito o feroce, lui risponde con serenità che non ha nulla da ribattere. Ognuno trova nei film ciò che vuole.
E riprende a parlare della scena con l’anello che brilla mentre un’intera struttura sociale crolla. Ang Lee con sguardo radioso, rivede davanti agli occhi la scena così intensa che molto deve averlo appassionato. Una scena melodrammatica certo, ma è importante che il melodramma asiatico si impregni di cultura locale. Ang Lee ama il melodramma, lo scarto dalla realtà che si avvicina alla verità. Uno scarto che può essere perseguito in molti modi, muovendosi in un mondo di pura fantasia oppure partendo dalla realtà in un modo molto simile a quanto faceva il neorealismo, che partiva dalla realtà e la trascendeva. Molto vicino al mondo di Ang Lee.
Parla degli elementi che ricorrono nella sua opera: la dissoluzione, la perdita. E lo sguardo di Ang Lee torna malinconico e fissa un punto lontano: “Noi vorremmo la stabilità, che le cose restassero per sempre ed invece le cose cambiano e a noi non resta che adattarci continuamente.”
Quando anche l’ultimo giornalista si accomiata e i pochi rimasti, tecnici e addetti stampa si dispongono ad andare, Ang Lee, assorto, distratto rimane seduto da solo sulla sua sedia sotto i riflettori spenti contro lo sfondo del mare e dei teloni che ondeggiano al vento. Forse si riposa, a chi gli ha chiesto dei suoi nuovi progetti lui è sembrato ripiegarsi sulla sedia. “Sono esausto, questo film mi ha levato ogni forza”. O forse aspetta che qualcuno lo interroghi ancora, che qualcuno gli faccia la domanda tanto attesa, quella che gli consentirà di mettere a parole cosa ha trovato nel fondo buio di se stesso. E lo liberi dal peso delle immagini, dalla fatica estenuante della scoperta.
“Ma non c’è nessuno qui” mormora scuotendosi. Si guarda attorno lentamente, spaesato. No, non c’è più nessuno. Solo il silenzio e il sussurro leggero del vento.

