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Quando Rick Moody si scoprì fantareale

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Rick Moody al “Quadrangolare Internazionale del Fantareale” (foto di Alessandro Torrelli)

Quando Rick Moody si è alzato in piedi e ha cominciato a tenere una vera lezione di creative writing all’americana, la maggior parte dei presenti al secondo incontro del “Quadrangolare Internazionale del Fantareale”, ha messo mano ai blocchetti e ai quaderni.
Rick è stato esaustivo e professionale, ha raccontato per bene tutte le questioni di cui in genere si parla nelle lezioni di narrativa, tipo climax e anticlimax, poi ha tracciato su un asse cartesiano l’ascissa dello sviluppo della trama nel tempo e l’ordinata della tensione nella storia. Ha utilizzato, per spiegare la scrittura realistica contemporanea, un racconto involontariamente buffo su un medico che deve aprire a forza la bocca di una ragazzina utilizzando il manico di un mestolo di legno, per scoprire se è ammalata di difterite oppure no, e che alla fine ci riesce usando un cucchiaio di metallo, che le spacca qualche dente ma rivela che la bambina è davvero malata.
Accanto a lui Martina Testa, traduttrice per minimum fax e per diverse altre case editrici, ripeteva il tutto in italiano per chi non capiva l’americano dell’autore di Rosso americano e di molti altri racconti e romanzi (tra i quali Tempesta di ghiaccio, trasformato in film dal regista Ang Lee).
Poi a un certo punto, dopo aver finito l’accurata spiegazione, Moody ha detto qualcosa del tipo: “Adesso che avete visto come si costruisce oggi il racconto realistico, voi non fatelo!”, perché la vita non funziona così. E ha detto che quello schema andava bene per Jane Austen, non certo per noi. Quindi ha spiattellato dodici regole per l’auto correzione dei propri testi, che da sole valevano l’incontro.
Cose che capitano, quando si parla di fantareale. E anche Moody mentre spiegava il suo modo di scrivere – che non è certo di facile imitazione – ha detto che quello che fa si potrebbe definire proprio “fantareale”, detto così in italiano con un forte accento Usa. E noi che nel fantareale ci crediamo, ma sempre con una buona dose di ironia, siamo stati proprio contenti di sentire che uno scrittore americano, inserito dal “New Yorker” tra i venti scrittori per il nuovo secolo, lo adottava con tanta semplicità.
Del resto il suo incontro si occupava tra l’altro anche dei limiti del realismo nel raccontare la realtà e tutto è cominciato con la lettura di un racconto, Albertine, (da Tre vite, minimum fax 2008) che Moody definisce il suo unico racconto di fantascienza e che nasce proprio nel tentativo di raccontare le emozioni più profonde dopo l’11 settembre a New York.
E così la conclusione dell’incontro è stata proprio una riaffermazione con forza della fiducia da parte di Moody (e di tutti noi) nel fatto che la narrativa, l’arte di raccontare storie, possa far sentire ai lettori il più profondo senso della propria realtà anche quando sceglie una via apparentemente non realistica.

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