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Il prezzo (a saldi) della pace

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Illustrazione di Agrin Amedì
LUI Ci avrei giurato che sarebbe andata a finire così. lo sapevo lo sapevo lo sapevo. Maledetto me che ancora una volta ci sono cascato. Ma che ci sto a fare qui di sabato pomeriggio ai grandi magazzini con questa calca e il caldo dei riscaldamenti.
Questo racconto è stato scritto durante il laboratorio di “Dialoghi”
diretto da Enrico Valenzi
LUI
Ci avrei giurato che sarebbe andata a finire così. lo sapevo lo sapevo lo sapevo. Maledetto me che ancora una volta ci sono cascato.
Ma che ci sto a fare qui di sabato pomeriggio ai grandi magazzini con questa calca e il caldo dei riscaldamenti. Ma non si rendono conto che è a palla e che qui si crepa? Devo tenere il cappotto sul braccio, e comincia pure a farmi male. Stiamo girando da una eternità  e abbiamo appena superato il reparto “intimo”. Ogni tanto incrocio gli occhi di qualche disperato come me e invece di provare reciproca compassione, giriamo subito lo sguardo per la vergogna di esserci caduti, estremo oltraggio e definitiva sconfitta del maschio alfa. E pure beta e gamma.
Ma guardala lì, come scruta accuratamente ogni abito, ogni gonna, ogni camicetta. La tocca, se la prova appoggiandosela addosso, ne valuta la stoffa, la morbidezza; ne confronta il colore con altri capi e poi… e poi la ripone così, come si abbandona per sempre qualcosa che ci ha illuso per un attimo e niente più.
Mi metto anche io a toccare i vestiti, i maglioncini, così, tanto per darmi un tono. Cerco addirittura, per dare un senso all’assurdo che mi sovrasta, di valutare anch’io la qualità di quello che si vende, di apprezzarne la fattura e il taglio, ma dopo un po’ lascio perdere, stufo di tutta quell’insensatezza. Da lontano mi sembra di scorgere qualcuno che conosco: ma sì, è Carlo, quello dell’ufficio amministrativo. Un piantagrane di quelli speciali, ma ora lo guardo speranzoso come appare la terra a un naufrago. Magari insieme possiamo inventarci la scusa di andare a prendere un caffè nel bar del grande magazzino e toglierci di mezzo per un po’. Alzo il braccio libero dal cappotto faccio un cenno con la mano, lui mi vede, risponde al saluto, ma scuote leggermente la testa e mi indica una tipa lì vicino a lui e mi fa capire che è impegnato e che non può distrarsi. Faccio anche io un “ahahah” silenzioso con la bocca per fargli capire che ho capito e tutto finisce lì. Ho un moto di compassione per lui, quasi fraterna, che fa sparire l’antipatia che mi ha sempre suscitato, almeno fino a poco fa. Intanto l’ho persa di vista, giro la testa, guardo dietro le file dei porta abiti, ma niente. Finalmente la vedo che ha un abito in mano e si sta facendo indicare da una commessa un camerino di prova. Mi cerca con lo sguardo, mi vede e io devo capire (ma ormai sono addestrato) dal solo sguardo che mi lancia, la seguente istruzione: “mentre sono nel camerino di prova rimani fuori e controlla che nessuno  guardi o tenti di entrare. Non ti allontanare per nessuna ragione. Anzi tienimi la borsetta che non so dove mettere.” Ovviamente faccio tutto come prescritto. L’attesa fuori del camerino di prova è uno dei momenti più frustranti che l’intero genere maschile abbia mai provato. Tu sei lì impalato come un servo in attesa di ricevere ordini e sembra che tutti quelli che passano sappiano esattamente quello che stai facendo; quelli che hanno già vissuto la prova ti guardano con commiserazione ma c’è pure qualcuno che si crede immune e non ti risparmia velenosi sorrisetti. Con un rimasuglio di orgoglio rispondo ai sorrisetti con un altro sorrisetto e lancio un messaggio muto: “Ridi ridi, Tanto dove scappi, bello; prima o poi ci caschi pure tu!” Cerco di far finta di niente e mi giro, dando le spalle al flusso della gente, ma mi assale un pensiero terrificante. A fianco del camerino dove s’è ficcata ci sono altri camerini di prova e le tende non chiudono quasi per niente. E se mi prendessero per un guardone? Ci manca pure questo; oltre alla fatica di stare in piedi a fare la figura del cretino magari mi prendono per un molestatore. Già immagino una folla di donne urlanti: “Porco! Ma vada a fare il maiale da qualche altra parte!“ Non so dove guardare, alla fine mi giro di nuovo, e affanculo chi mi guarda.
LEI
Giuro che è la prima e l’ultima volta che mi faccio accompagnare a fare compere. Guardalo lì: sembra che vada al patibolo. Per una volta, una volta che gli chiedo di accompagnarmi me la fa pagare con quel muso lungo. Sono appena dieci minuti che siamo qui e già si è tolto il cappotto; chiaro segno di insofferenza, come se non fosse gennaio. Sono tutti con il cappotto e lui no; è chiaro che mi sta mandando un messaggio. Ma io non lo filo per niente. Poteva stare a casa, non l’ha obbligato nessuno a venire qui. Se ne stava a casa a guardarsi la tele, tanto non sa fare niente; non è come il marito di Virginia che aggiusta ogni cosa e non sta fermo un attimo. Quelli sì, sono uomini validi. Capaci di fare tutti i lavori e non stanno sempre in mezzo a impedirti di fare le cose che vanno fatte, quando vanno fatte. Ma ognuno ha il suo carico da sopportare.
Certo che quest’anno va di moda solo il grigio, Non c’è colore, sembra tutto fatto per vecchie signore, non c’è niente di carino.
Almeno avessi un consiglio, qualche conforto nello scegliere. Invece? Sta lì a rovistare e a toccare come se fosse al mercato a scegliere le patate. Che avrà da curiosare? Tanto non gliene frega niente. Fosse per lui si andrebbe vestiti di pelli di capra e basta. Quando l’ho conosciuto portava solo jeans e polacchine e qualche camicia di quelle di flanella estate e inverno, troppo si è evoluto! 
Ma che fa ora, si agita, alza la mano; ha visto qualcuno che conosce, forse qualche collega. Speriamo che si metta a chiacchierare per un po’ almeno si tranquillizza e smette di starmi attaccato che mi distrae mi mette ansia e non riesco a scegliere bene. Macché si sono appena salutati e niente: gli uomini non sono proprio in grado di apprezzare la compagnia. Stanno insieme solo per competere uno con l’altro. Tu dagli un argomento qualsiasi, politica, calcio, lavoro, uno qualsiasi e subito diventa una guerra. Non c’è niente da fare. E’ inimmaginabile per loro incontrarsi e parlare di qualsiasi cosa, così, tanto per parlare, senza nessun fine che non sia quello del piacere di passare il tempo a parlare. 
Nooo! Questo lo devo provare per forza, sembra della mia misura, se va lo prendo. 
Ma dov’è finito? Ah, eccolo. speriamo che capisca che deve stare qui fuori e tenermi la borsa. In questi grandi magazzini non si sa mai quello che può capitare. A una mia amica le hanno rubato la borsetta mentre provava un tailleur. Ma a me quello che fa più paura, anzi più schifo che paura, sono quelli che cercano guardare dentro mentre ti stai spogliando. Li ammazzerei tutti.
Sento chiamarmi, è lei, ha una busta in mano ed è raggiante.
Le dico: “Allora come ti sta?” E lei, sorridente:“Benissimo, l’ho preso. Hai visto? ho fatto in un attimo.” La prendo sottobraccio e faccio, un po’ ammiccante: “Sì, sono contento che tu abbia trovato subito quello che cercavi; vuoi vedere qualche altra cosa? E’ così presto!” 
“Ma no, per oggi ho speso troppo. Che ne dici di sederci al bar a prendere qualcosa di caldo?”
 “Va bene, cara, ora oltre che colpirmi al cuore, mi leggi anche nel pensiero?”.
“Caro, non sai come mi piace andare per negozi con te. Sei un tesoro. Andiamo?”

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