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Giulio Marzaioli: “La pluralità di voci ha molto più da offrire rispetto alla singolarità della scrittura”

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Giulio Marzaioli © Dino Ignani
Entrando nei laboratori dove si producono versi… Proviamo ad allontanarci da questo Titanic della storia e sulla prima scialuppa buona, lì, a remare (il fisico glielo consente), riconosciamo Giulio Marzaioli

Entrando nei laboratori dove si producono versi…

 

Proviamo ad allontanarci da questo Titanic della storia e sulla prima scialuppa buona, lì, a remare (il fisico glielo consente), riconosciamo Giulio Marzaioli (potete vederlo nell’immagine qui accanto photo©DinoIgnani, ndr.). È bravo, ci porta a distanza di sicurezza. E noi, per sdebitarci, cominciamo ad essere un po’ invadenti. Come quelli che incontrano un amico dopo tanto tempo. Ma ci tollera con generosità…

 

C’è una raccolta poetica, una poesia che vuoi ricordare, che, ‘sì, è esattamente quello che volevo scrivere’?

Si tende sempre a considerare (e giustificare) (e rinnegare) la scrittura passata come premessa della presente. Per non fare eccezione cito l’ultimo lavoro edito, moduli di prima fase (La Camera Verde, collana felix). In questa opera coincidono vari elementi che per me sono significativi anche per il percorso (spero) a venire, primo fra tutti il maggior rilievo assunto dalla componente “installativa” della scrittura.

 

Un’opera invece che avresti voluto pubblicare e che o non è stata pubblicata o ha avuto vicissitudini editoriali particolarmente difficili ed è dovuta confluire, qua e là, in riviste, antologie?

Sicuramente c’è stata e ci sarà, ma da qualche anno affronto la scrittura con un’inclinazione “progettuale”, quindi è difficile che parti di un progetto vadano a confluire o defluire altrove. Ovviamente c’è sempre qualcosa che sfugge, ma anche queste deviazioni costituiscono quasi sempre il primo passo di nuovi percorsi.

 

Il tuo laboratorio oggi: lavori in corso?

In questo momento sto lavorando sulla seconda fase, successiva ai moduli sopra citati, di un progetto in tre fasi dedicato al condizionamento che le procedure e la ripetitività delle azioni nella quotidianità possono provocare sulla percezione del tempo, sull’attenzione e sulla responsabilità stessa riguardo i propri comportamenti. Se nella prima fase è l’autore a porre questioni nella presunzione della propria scrittura, nella seconda fase sono vari interlocutori, intervistati in base ad un questionario appositamente predisposto, a fornire elementi di riflessione e ipotetiche risposte alle questioni sollevate. Personalmente considero questa seconda parte molto più interessante della prima, a dimostrazione che la pluralità di voci ha molto più da offrire rispetto alla singolarità della scrittura.

 

Pensi che sia cambiato o stia cambiando il tuo modo di scrivere poesia? E in cosa?

La differenza più rilevante, almeno nella mia considerazione, è l’allontanamento dal e del “verso” propriamente inteso, senza che tuttavia la scrittura vada a collocarsi in altre forme necessariamente predefinite, come la narrativa o la prosa, in sostituzione di. Insomma, rispetto a “ieri” mi trovo in una situazione di maggiore curiosità e incertezza, ma anche di maggiore azzardo, dal momento che più forte preme l’ansia di ricerca al di fuori da qualsiasi riferimento. Ovviamente questa è l’intenzione e non è detto che sia il risultato.

 

Sfacciatamente, chi vorresti che leggesse la tua  poesia?

Vorrei che tutti leggessero i miei libri, ma dato che in realtà sono pochissimi a farlo, mi piacerebbe che tra questi ci fosse una persona incredibilmente ricca e incredibilmente stupida o filantropa da decidere di mantenermi a vita.

 

Allora è vero, il poeta è un ‘venditore’?

No e per questo mi auguro di incontrare la persona di cui sopra.

 

Quest’ironia ‘concreta’ ci piace e lo diamo a vedere. Così, riceviamo in dono questi versi…

 

moduli di prima fase, 17-20

 

ancora dentro l’acquario – il fondo – il solito programma – è sempre la stessa acqua – un luogo – i pesci sul fondo – lo stesso mare che manca – da fuori nessun indizio – indossa la maschera e guarda – si stacca dal fondo il fondo – un palloncino – si stacca 

 

grado per grado – sei dentro – ti stai guardando sul fondo – fuori – non ci somiglia – si stacca il palloncino dalla mano – guarda – ti lascia a terra – affiora una linea incrinata – non sai dove andava a finire – affiora una linea – scompare

 

soffia piano e inizia a guardare – la linea – la strada di campagna – una volta cogliesti l’uva – il fondo – dentro non si trova – non si può uscire dal vetro – in mezzo non si esce – martedì – osservi la mano – è vuota

 

un filo – se gli occhi sono due – se resta sono due le identità – si aziona – un enzima a distanza – se resta non ti sei dimenticato – sei dentro – sei uscito – comunque –  un filo divide anche il marmo – affiora una linea – scompari – non devono vedere assieme – sei dentro – sei uscito – vedere – devono allo stesso tempo

 

 

Giulio Marzaioli (Firenze, 1972) vive a Roma. Suoi testi appaiono su riviste, plaquettes, opere collettive e antologie e sono tradotti in Francia, Stati Uniti, Germania, Spagna, Svezia. In poesia ha pubblicato varie raccolte, tra cui In re ipsa (Premio Lorenzo Montano 2005, Anterem Edizioni), Trittici (Premio Giancarlo Mazzacurati e Vittorio Russo 2007, Edizioni d’if), Suburra (2009, Giulio Perrone Editore). In prosa è stato pubblicato Quadranti (2006, Edizioni Oedipus; 2010, Mix Editions, in traduzione francese). Ha scritto testi per il teatro (alcuni raccolti nel volume Appunti del non vero, 2006, Editrice Zona), per le arti figurative, per la video arte, per la fotografia. Ultimamente alla scrittura unisce la ricerca per immagini. Determinante, in tal senso, la decennale collaborazione con il centro culturale La Camera Verde, presso le cui edizioni ha realizzato plaquettes, cartoline, libri d’artista, pubblicazioni di vario genere nonché le mostre fotografiche Cavare marmo, 2009, e La concia (2010), da cui gli omonimi volumi.

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