Borgo A Mozzano, Garfagnana.
Il Ponte del Diavolo solleva la sua schiena verso il cielo e si tende – al centro – verso un punto che aspira alle nuvole. Ma non ci sono nuvole oggi, piuttosto un bel sole che barbaglia e si spezza e riluce sulla superficie verde del Serchio, il fiume che il ponte sovrasta.
Lungo le sponde si affollano gruppi di persone, tanti bambini, una coppia di fidanzati che si scambia tenerezze e fotografie: lei che guarda trasognata in lontananza, lui che contempla l’acqua, lei che si sporge a lanciare un sasso, lui – con un filo d’erba tra i denti – che fa il pagliaccio. Sullo sfondo, comunque, il ponte. Che non riusciamo a smettere di ammirare. Perché continua a sorprenderci con la spregiudicatezza del suo arco: la superficie stretta e sottile che s’inerpica verso l’azzurro per poi ricadere giù congiungendo due diverse gradazioni di verde: più chiaro, sul lato destro del fiume, scurissimo, quasi nero, a sinistra.
Per avere informazioni sulla storia del ponte, leggiamo una guida turistica:
“La sua costruzione risale ai tempi della Contessa Matilde di Canossa (1046-1115), che ebbe grossa influenza e potere su questa zona della Toscana, ma il suo aspetto attuale è dovuto alla ricostruzione effettuata da Castruccio Castracani (1281-1328), condottiero e signore della vicina Lucca, nei primi anni del 1300. La forma del ponte è quella medievale classica a ‘schiena d’asino’, con la differenza, che qui diventa caratteristica unica, che le sue arcate sono asimmetriche e quella centrale è talmente alta e ampia che la sua solidità sembra una sfida alla legge di gravità”.
E’ vero, sembra una sfida alla legge di gravità. Un azzardo. E tutti gli azzardi, si sa, scatenano la fantasia popolare, l’invenzione di fatti o eventi soprannaturali che giustificano ciò che la logica spesso non riesce a spiegare. Così, appunto, è nata la leggenda del diavolo. Che ci piace adesso raccontarvi arricchendola con i particolari che la nostra immaginazione ha liberamente elaborato.
In questo borgo visse un tempo un capomastro. Era un uomo brillante, molto giovane, molto ambizioso. Era anche abbastanza bello ma sfortunatamente innamorato di una donna che poco lo considerava. Egli desiderava ardentemente realizzare un’opera che l’avrebbe reso immortale perpetuando il suo nome nei secoli e dando alla sua figura tanto di quel lustro da abbagliare finalmente la dama e innamorarla di lui.
Il nostro giovane – di cui non conosciamo il nome e che per convenzione chiameremo Bernardo – spesso si fermava, come tutti gli innamorati, a contemplare il Serchio, e sospirava pensando che se la ricostruzione del ponte, di cui si vociferava da tempo, fosse stata affidata a lui, ne sarebbe venuta fuori un’opera magnifica. E sognava, immaginava, calcolava. Con un foglio e una matita in mano tracciava schizzi: un ponte così alto e ampio da reggere per miracolo, come se da lato a lato, e su in altezza, vi fossero schiere d’angeli a sorreggere le pietre. Disegnava, cancellava, abbozzava. E quando la sera tornava a casa, esaminava quei fogli, pensava a nuove forme, nuove figure che facessero del ponte un unicum, qualcosa di meraviglioso, da annichilire chiunque.
I suoi sogni non furono vani, ché il sogno ha questo di speciale: dai e dai, desidera e desidera, ecco che dall’altra parte c’è qualcuno (ma chi?) che ti ascolta e permette al sogno di farsi realtà. Infatti vennero gli attendenti del Signore (doviziosamente informato dei suoi progetti), che lo condussero al castello:
“E tu ne saresti capace?” domandò il Signore guardando il più temerario degli schizzi.
“Sì” rispose lui senza pensarci. Ci avrebbe pensato dopo – e allora si sarebbe morso le mani – quando, pietra su pietra, il ponte cresceva sì, ma poi, raggiunto quasi il culmine ecco che crollava giù. Ma lì, davanti al padrone:
“Certamente” disse con la spavalderia di chi vuole a tutti i costi sfidare la sorte.
Il Signore si mostrò soddisfatto, ché anche a lui piaceva l’idea di perpetuare il suo nome legandolo al ponte. E l’accordo fu fatto.
“Attento, però” disse il Signore “deve essere uguale a questo, non un centimetro più basso o più stretto”.
“Come comandate” rispose Bernardo. Ma sentiva già un formicolio per le gambe, un’immediata apprensione: quell’ebbrezza, quella spavalderia, non appena l’accordo fu siglato, si trasformarono in inquietudine. Ce l’avrebbe fatta? Ma sì! Ne andava della sua reputazione, della sua fama e della possibilità di conquista della bella Amaranta.
Cominciarono i lavori. E si costruì, costruì, pietra su pietra, mattone sopra mattone, uno strato e poi l’altro: e l’impalcatura che sostiene, e le chiatte che portano i materiali, e le barche con gli operai, e i giorni di tempesta che costringono a fermarsi, e il lavoro che avanza a passo di formica, e il cuore del nostro Bernardo che va a mille: la notte non dorme e una specie di febbre gli arde nel corpo, un’ebbrezza che certi giorni diventa frenesia, quando sembra che il ponte stia per essere completato e la sua schiena pronta a galoppare su per l’acqua del Serchio.
Poi, però, il primo tonfo, e un crollo, una rovina.
Si ricomincia. Tutto come prima: pietra su pietra, mattone su mattone, le impalcature, le chiatte, i materiali. E ci si avvicina al culmine.
E di nuovo il crollo.
E la gente s’assembra lungo le sponde. Giunge voce che la bella Amaranta rida dell’insuccesso, che, affacciata alla finestra, spii il progredire dell’opera. E che ci sia, però, in quel suo spiare, un tanto di trepidazione.
Di nuovo al culmine.
E la febbre del capomastro sale, arde il corpo come una fiaccola, si fa cerchio intorno alla testa, e speranza di spine a trapungere il cuore.
E il ponte crolla, ancora, e stavolta mancava pochissimo, pochissimo…
Bernardo è disperato. E’ notte, la febbre non gli dà pace, il cuore pare morso da cani. Il Signore è venuto a fare le sue rimostranze. Gli ha risposto che no, non deve preoccuparsi, il ponte ci sarà, sarà uguale al progetto e sfiderà i secoli. Il Signore non è sembrato convinto, ma ha dilazionato il termine di scadenza, ha fornito nuovo danaro per nuovi materiali. Che sia l’ultima volta, però… E Bernardo sbatte la testa contro il muro. Venisse l’aiuto, da qualunque parte, potesse Dio, un angelo, un santo, venire in soccorso, anche il diavolo…
Ed eccolo il diavolo, prontissimo, batte sul tempo gli altri invocati. E’ qui, bel giovanotto rilucente di broccati, bellissimo a vedersi e così gentile, così comprensivo:
“Vedi, Bernardo” gli dice “nulla mi è impossibile”.
Bernardo vacilla, pensa si tratti di allucinazione, si pizzica il braccio, si morde un dito. Il diavolo lascia fare, è abituato allo scetticismo.
“Che devo darti?” dice alla fine Bernardo sapendo che il demonio non dà nulla in cambio di qualcosa. E sa già che dovrà cedere la sua anima. Ma si sbaglia. Perché al diavolo piace giocare scombinando le regole:
“Voglio l’anima del primo che passerà su quel ponte”.
Possibile? Bernardo si confonde. E come prendersi la responsabilità? Come mandare all’Inferno un innocente?
Gli occhi del diavolo brillano, un’aria trionfante gli si dipinge sulla faccia: vince sempre, lui.
E infatti vince:
“E sia” dice Bernardo. Mors tua vita mea, c’è scritto da qualche parte e tra il vantaggio della fama, dell’amore di Amaranta, del rispetto del Signore, e l’anima d’uno qualunque… naturalmente sceglie il vantaggio.
E così, l’indomani: pietra su pietra, mattone su mattone, il ponte va su ch’è una meraviglia.
Ma Bernardo sta ardendo adesso d’una febbre diversa, quella maligna del rimorso. Chi manderà per primo su quel ponte, quale anima regalerà al demonio? E pensa, ripensa. Passasse di là quel cretino d’Ersilio? Sì, quello, che più di tutti ha goduto di ogni crollo. O la vecchia che gli è stata matrigna? Quella che l’ha cresciuto a busse e croste di pane? Oppure Cicco l’usuraio, al quale deve ancora… quanto gli deve? Oppure il figlio dello zoppo, quello che una volta, con un pugno, l’ha steso in piazza e gli ha quasi rotto il naso. Uno di loro, sì.
Ma il rimorso è bestia amara: certo, son tutti bastardi, quelli, ma da qui a consegnarli al demonio…
Seduto dietro la finestra sbircia la gente che passa. Cerca di individuare il tizio “destinato”. Chissà perché lo chiama proprio così: “il destinato”. Ma destinato a cosa? A un’eternità di tormenti. No, non è giusto. Il cuore non gli regge, la febbre lo tormenta, lo sguardo sfolgorante del diavolo non gli dà tregua: lo vede ovunque, sugli specchi, nel riflesso del vetro, nell’acqua del bicchiere, è diventato un assillo, un tormento. Ma come sfuggire a tutto questo. Tornare indietro? Magari si potesse. E tornando indietro chiederebbe al diavolo di prendersi la sua anima. Ma sì…
E se fosse lui il primo passante? L’idea lo folgora. Ci pensa, ci ripensa, crede di aver trovato la soluzione. Però, però… il terrore dell’Inferno è troppo forte. E allora?
Allora non ne può più. S’incolla ai vetri, prega Iddio perché gli mandi la salvezza.
E la salvezza compare di lì a poco, o meglio, una speranza di salvezza: Don Cosimo sta passando proprio per quella strada: la faccia pallida, la figura aspra, asciutta, come sbozzata in un pezzo di legno. Un sant’uomo, dicono.
Bernardo si precipita in strada, lo rincorre. Il prete svicola verso la canonica, Bernardo gli va appresso. E’ sera, per le strade brillano i lumi ondeggianti delle torce.
“Don Cosimo” chiama.
Il prete si gira:
“Chi è là?”.
“Son io, Bernardo”.
“Che vuoi?”.
“Parlarvi, ascoltatemi per carità di Dio”.
Il prete lo fa entrare in una piccola stanza buia, accende una candela. Bernardo si guarda intorno impaurito, ma il diavolo, si sa, teme l’acqua santa. Si fa forza e… racconta tutto.
Il sant’uomo resta ad ascoltarlo in silenzio. Anche i suoi occhi risplendono come se dentro vi bruciassero fuochi.
“Il demonio, eh!”.
Bernardo abbassa lo sguardo:
“Sì… è stata una tentazione troppo forte”.
“L’anima del primo passante, hai detto?”.
“Sissignore”.
“E naturalmente quel passante non vuoi essere tu”.
Bernardo non risponde, ma lascia benissimo intendere che è così.
Il sant’uomo rimane in silenzio a meditare. Nel buio della stanza fumiga la candela, dalla strada viene l’abbaio di un cane e un raschiare sulla porta, come di gatto che voglia entrare.
Infine il prete, come svegliandosi da un sogno, fa cenno al capomastro d’avvicinarsi. Gli sussurra qualcosa all’orecchio e quello, a gran voce:
“E’ vero!” esclama “come ho fatto a non pensarci?”.
Si prostra ai piedi del sacerdote. Promette oboli, penitenze, una vita di castità.
“Non ti sbilanciare” lo rimbrotta quello sorridendo “non aggiungere peccato a peccato”. La conoscono tutti in paese, infatti, la storia del suo amore per Amaranta.
Pietra dopo pietra, mattone su mattone, l’indomani il ponte è finito.
Tutti naturalmente si aspettano il crollo. Che naturalmente non c’è.
“Meraviglia!”.
“Spettacolo”.
Tutti a bocca aperta guardano quell’azzardo di natura. E si aspettano che precipiti da un momento all’altro.
“Proviamo se regge” dice allora il capomastro. E prima che chiunque possa spiccicare parola, ecco che spinge su per la salita… chi?
L’usuraio?
No.
La matrigna?
No.
Il figlio dello zoppo?
No.
Chi allora?
Chi?… Ma un porco!
Un porco?
Sissignore, un porco.
E il diavolo, con un urlo, vedendosi beffato s’inabissa nel Serchio mentre il sant’uomo, in un angolo della canonica, ride di gusto addentando una mela.
